di Sergio Benvenuto

 

 1.

 

Un giorno, quando a 7 anni ero in seconda elementare, riunirono i bambini di varie classi in un grande stanzone nudo della scuola di Napoli dove andavo. Eravamo tutti maschietti, ci fecero spogliare lasciandoci addosso solo le mutande. Venivo da una famiglia pudibonda, quel carnaio di nudi puerili che mi includeva mi svergognava. Un pediatra scolastico ci visitava uno a uno su un lettino e, come atto finale, ci abbassava le mutande e verificava – davanti agli occhi sgranati dei bambini – se la pelle del pene scivolasse bene. Era per accertare una possibile fimosi, ma allora quella manovra mi apparve, oltre che enigmatica, uno sfregio al pudore.

Quando venne la mia volta chiusi gli occhi quando sentii le dita del medico operare per la prima volta quel gesto che mai nessuno prima aveva osato. Un mio compagno ci fornì la sua teoria: “Fanno accussì pe verè se quanno simmo grand’ putimmo fà o’ surdate” [“Fanno così per vedere se da grandi possiamo fare il soldato”]. Legava una virilità da verificare al servizio militare.

 

Rientrato a casa, non dissi di aver subito quella visita. Mia madre notò però che non ero vestito come ero prima di andare a scuola e mi chiese “ma vi hanno fatto spogliare?” Negai. Avevo vergogna di dire l’accaduto.

Questo è essenziale della sensibilità sessuale: quando viene commesso un abuso sessuale su qualcuno, bambino o adulto, la vittima si vergogna dell’atto patito. Per questa ragione le donne erano restie – e ancora oggi molte lo sono – a denunciare gli stupri di cui erano state vittime. C’è un livello arcaico, immorale, dell’etica sessuale profonda per cui è vergognoso aver partecipato a un atto sessuale non ammesso, anche se contro la propria volontà. Da qui un tratto di molte società medievali che oggi ci appare infame: quando una ragazza veniva violentata, la vergogna si abbatteva su di lei, nessun uomo la voleva più e il suo destino, spesso, era la prostituzione. Da bambino, in un certo senso, sentivo allo stesso modo: mi sentivo degradato.

 

Come spesso accade, quel trauma mi disinibì sessualmente. Dopo un po’, sedussi una bambina di due anni più piccola di me, anche se il gioco sessuale si limitò a uno strip parallelo. Quel che era peccaminoso e seducente per noi era il piacere che questa svestizione procurava. Non è affatto vero che le emozioni sessuali dei bambini siano del tutto diverse da quelle degli adulti. I bambini sono capaci di eccitazioni della stessa stoffa di quelle che proveranno poi da grandi. Un’emozione strettamente legata al piacere di trasgredire, e che ha a che fare con un respiro di libertà.

Non mi sarei dato a giochi sessuali se non fossi stato umiliato e offeso – e sedotto – dalla sbrigativa visita di massa a scuola. Come se la commozione sessuale fosse sempre, all’origine, il modo di rendere piacevole un trauma, di trasformare in delizia il delitto che qualcuno compie (delitto e delizia hanno la stessa etimologia), tu su qualcuno o qualcuno su di te. Il grande mistero è perché in Homo sapiens l’eccitazione sessuale abbia come condizione sempre un sentimento di trasgressione.

 

Quello stesso anno celebrai la mia prima comunione e la cresima cattoliche, e allora si fece una gran festa di cui io ero il protagonista. Mi ricordava la festa del matrimonio. Sentii un’acuta vergogna, che non rivelai. Sentivo una vergogna non angosciosa ma diciamo esaltante per la festa che gli altri mi facevano, per essere io al centro dell’attenzione.  Avrei rivissuto una sensazione simile quando a 18 anni, ritornai a casa dopo il mio primo appuntamento amoroso.

Però, a otto anni, dopo la scoperta di essere ambliopico e ipermetrope, per mesi fui preda dell’angoscia di diventare cieco. Di diventare come Edipo dopo aver scoperto il suo misfatto.

 

Nel corso dell’infanzia, ogni tanto ero assalito da un sentimento di vergogna senza che ce ne fosse apparente ragione. Durava non più di un minuto. Non era una sensazione del tutto spiacevole, era sorprendente, come se il solo essere-nel-mondo fosse una svergognatezza. Purtroppo non ricordo in quali situazioni pedestri mi cogliesse questo misterioso pudore. Ricordo solo una volta, esso mi prese mentre di sera passeggiavo con i miei e vidi la mia scuola elementare chiusa, posto per cui passavo tante volte al giorno. Ci fosse una relazione con il trauma della denudazione anni prima?

 

2.

 

Nella Bibbia, il primo effetto del peccato originale commesso da Eva e Adamo è la vergogna di mostrarsi nudi davanti a Dio. Anche nelle società più primitive, non appena si è in grado di produrre qualche abito, il primo abito è quello per coprire i genitali maschili. E poi le gambe delle donne. Da tempo si distinguono culture della vergogna, shame cultures – le più primitive – dalle culture della colpa, guilt cultures, che sarebbero più evolute. In realtà è molto difficile distinguere shame e guilt. Gli scrittori cristiani medievali dicevano che non c’è vero pentimento per una propria colpa se non ci si vergogna terribilmente per quel che si è fatto. Il pudore connesso all’esibizione sessuale è una forma in fondo attenuata di vergogna. Il senso di colpa può esser visto come una vergogna iperbolica.

Ma ci si può terribilmente vergognare anche della propria morte.

 

Giorgio Agamben[1] ha commentato la reazione di un giovane in un campo nazista a cui toccò in sorte di morire. Veniva ucciso senza una ragione, per caso. Questo giovane, quando capì che toccava a lui, arrossì terribilmente. Si vergognava. So anche di altre persone che, destinate alla morte per una malattia incurabile, hanno vergogna di farlo sapere in giro. Che cosa c’è in comune tra una ragazza che si vergogna di essere stata violentata e la persona che si vergogna di dover morire? In entrambi i casi loro non sono colpevoli secondo la nostra morale evoluta, eppure c’è una vergogna nel fatto solo di essere vittime. Di essere vittime del godimento dell’altro, di godere sessualmente di te soggetto, o di godere nell’ucciderti? In ogni caso, vergogna che ti capiti qualcosa di troppo grande per te. Come la dolce vergogna di avere per la prima volta “la mia ragazza” o “il mio ragazzo”.

 

Quando ci viene diagnosticata una malattia mortale, la prima frase che ci viene in mente è “ma perché proprio a me?” Ovvero, nel fondo ci crediamo invulnerabili, come bambini a cui sono sempre vicini i genitori. Scoprirsi scelti dalla morte è l’evidenza di una debolezza, ma direi anche di una promozione immeritata. La morte ci porta dal rango infantile al rango degli adulti mortali – un abbassamento o un premio? “Io sono come tutti i mortali, ma non ci credevo”.

 

In Il processo di Kafka il lettore non saprà mai di che cosa è accusato il protagonista, Herr K.  Pensiamo che non lo sappia nemmeno il protagonista, anche se, dopo un primo stupore, K. sembra farsi una ragione del processo che sta subendo. Come se il contenuto dell’accusa non avesse alcuna importanza. In ogni caso K. non sembra vergognarsi del procedimento giudiziario di cui è oggetto, tranne nella scena finale: quando viene preso da due boia per essere giustiziato. Solo allora K. sembra vergognarsi, difatti l’ultima frase del romanzo è:

 

’[Vengo ucciso] come un cane!’ disse, ed era come se la vergogna di questo gli sopravvivesse”.

 

Da qui la nostra domanda senza risposta: si vergognava per essere stato condannato? Per il delitto da lui commesso, anche se il lettore non lo conosce? Oppure perché la vergogna consiste appunto nel morire?

 

In ogni caso Il processo, forse l’opera letteraria dove viene rappresentato nel modo più acuto il rapporto umano alla colpa, non ci parla mai del senso di colpa di Herr K. Forse il senso di colpa in quanto tale non esiste, esiste solo la vergogna che l’evidenza della colpa scatena. Colpa non è un sentimento, è ciò che scatena un sentimento di indegnità. Sentirsi colpevoli non è pentirsi di aver fatto qualcosa, è arrossire per non essere degni. Ma degni di che cosa? La vergogna è la verità della colpa. Non solo della mia colpa, ma anche della colpa dell’altro, come abbiamo visto. Anzi, direi che la mia colpa è sempre la colpa dell’Altro.

 

Da piccolo, mi ero vergognato del fatto che tanti avessero visto il mio pisellino e pensavo che il medico fosse colpevole. Così, se un aguzzino ha la colpa di uccidermi, mi vergogno per il colpo che l’altro mi infligge. Questo è il mistero del pudore.

La psicoanalisi è in grado di chiarirlo?

 

Una certa psicoanalisi ortodossa, per la quale in fondo anche l’assurdo ha un senso e le emozioni hanno una loro razionalità, la ragione della vergogna del bambino denudato come della ragazza che viene stuprata è semplice. Io da bambino volevo inconsciamente esibirmi, la ragazza voleva inconsciamente fare sesso con un uomo. L’atto dell’altro mette a nudo questi desideri inaccettabili, da qui la propria vergogna. Questa spiegazione sembra profonda, in realtà è superficiale.

 

La psicoanalista Cristiana Cimino ha notato che spesso la donna si colpevolizza di esser stata stuprata perché si dice “che cosa ho fatto per svegliare il desiderio di lui che mi ha violentata?” Credo però che questa auto-colpevolizzazione sia una razionalizzazione. La donna si chiede se non abbia provocato la colpa dell’altro per dare senso al fatto di sentirsi colpevole senza capirne il perché. La donna stuprata spesso sente come se lo stupro l’avesse abbassata di rango. Ma allo stesso tempo, proprio per questo, innalzata.

 

E come la mettiamo con la vergogna di morire? Arrossisco per il fatto che la morte mi abbia scelto perché inconsciamente desideravo morire? Forse la vergogna di morire smaschera un nostro inammissibile desiderio di morire? Può darsi, ma sentiamo che non è così.

 

 “La morte crudele a tutti è infedele, ogn’uno svergogna, morire bisogna”, si canta in una famosa passacaglia del XVII° secolo[2].

 

Ho seguito in analisi persone che scrivevano anche molto, ma avevano vergogna di pubblicare. E se erano costretti a farlo perché avevano tradotto testi, trovavano il modo di rifiutare di firmare il loro lavoro. Questi casi avevano in comune il fatto di aver avuto un padre molto ingombrante, una figura prestigiosa, e che pubblicava quel che scriveva. Per queste persone, firmare o solo far leggere quello che scrivono è come per un bambino esibire di fronte a una bella donna il proprio pisellino. Non saranno mai degni di firmare la propria progenie intellettuale.

Sembra insomma che la vergogna sia connessa al finire in un rango che non è il proprio. Si tratta qui di un rango simbolico ancor prima che sociale. Ovvero, ci si trova catapultati nel campo dell’Altro.

 

Per questa ragione molti si vergognano e ridono imbarazzati, quando sentono la propria voce registrata in un nastro o video. Non avevano mai ascoltato la propria voce nella posizione dell’altro, la loro voce finora era sentita come parte della propria faccia, qualcosa di non udibile in fondo. Si vergognano perché la sentono fuori posto, dato che prende il posto di una voce che si ascolta, non semplicemente di una voce che ci appartiene. Se ci fosse un equivalente uditivo del voyeurismo, lo chiameremmo écouterisme – si diventa in quel caso ecouteristi di sé stessi. E così si pensa di cadere nel ridicolo, perché quello della voce ascoltata non appartiene al proprio rango.

 

3.

 

Uno dei sogni maschili più tipici è quello di andare in giro nudi in pubblico. Secondo Freud in Interpretazione dei sogni esso segnalerebbe un desiderio esibizionistico fondamentale che qui verrebbe messo a nudo… è il caso di dirlo. Ma da dove verrebbe questo desiderio di esibirsi, ovvero, di mostrare ad altri i propri genitali?

 

Ad esempio, sarebbe interessante sapere se questo sogno frequenti anche persone che sin da bambini hanno vissuto in campi nudisti. (Va detto che quando i bambini abituati ai campi nudisti entrano in adolescenza e per la prima volta sono attratti da ragazzi dell’altro sesso, sentono d’un tratto il bisogno impellente di coprirsi i genitali di fronte a costoro.) Caratteristico di questo sogno è il fatto che la nostra nudità non crea scandalo negli altri, i quali sembrano non accorgersene o non farci caso. È il nostro essere-nudi-di-fronte-ad-altri che ci mette in imbarazzo, non la reazione degli altri. In questo tipo di sogno si evidenzia la differenza fondamentale proposta da Lacan tra l’altro piccolo e l’Altro con A maiuscola. Gli altri che nel sogno di nudità ci circondano non partecipano alla nostra vergogna, non coincidono con l’Altro A maiuscola che ci sa nudi. E se inconsciamente desideravamo esser nudi, perché allora lo desideravamo?

 

Spesso il sognatore si accorge che nel sogno già da prima era nudo, ma non ci faceva caso. La vergogna comincia non nell’essere all’improvviso nudi, ma nello scoprire di esserlo già prima. Non diversamente da Eva e Adamo i quali realizzano la loro nudità solo dopo essersi svegliati al peccato, ovvero alla condizione umana.

 

Desideriamo mostrarci nudi perché, si dirà, nella nostra società è proibito mostrare i nostri genitali. Ma la domanda allora si rovescia: perché nella nostra società, e quasi in tutte le società, è proibito mostrare i propri genitali? La vergogna appare allo stesso tempo causa ed effetto della proibizione di mostrarsi nudi. Il legame tra vergogna e nudità è una sorta di nastro di Moebius, la figura topologica ormai nota.

 

E la vergogna di morire? Rimanda essa a una credenza inconscia di fondo, quella per cui tutti gli umani sono mortali… tranne me stesso? Del resto è sempre così: possiamo assistere solo alla morte dell’altro mai alla nostra stessa morte. La morte, per ognuno di noi, è sempre altrui. Finché siamo vivi, siamo immortali.

 

Questa spiegazione rimanda però a un’altra domanda: perché abbiamo questa credenza di fondo di essere immortali? In fondo, possiamo ipotizzare questa credenza solo perché alcuni di noi si vergognano della propria morte. La vergogna di morire proietta sullo schermo del sapere una credenza di immortalità, così come la vergogna di mostrare i propri genitali proietta sullo schermo del sapere il nostro desiderio di esibirli. Già, ma perché esibire i propri genitali è un piacere? Come si vede, le risposte psicoanalitiche classiche rimandano la questione a domande ancora più radicali.

 

Certo ci vergogniamo delle nostre debolezze, della nostra impotenza, e in effetti dover morire è la nostra estrema debolezza. Per questa ragione chiamiamo “povero” chi è morto, lo compatiamo, anche se non c’è nulla da compatire in un morto dato che non sa di essere morto. Dovrebbe avere senso solo compatire chi, volendo bene al morto, è vivo. Altro mistero del nostro rapporto assurdo, bislacco, alla morte.

 

E perché mostrare i miei genitali agli altri svela la mia debolezza? Essere oggetto di godimento dell’altro nella violenza sessuale mette in risalto la mia grande debolezza. E anche nel sogno di nudità mi sento debole, vorrei scappare, dopo che mi accorgo del fatto che prima non mi accorgevo di esserlo. All’improvviso mi sorprendo adulto, ovvero mi rendo conto del fatto che il mio corpo interessa l’altro. Molte ragazze adolescenti si vergognano quando si rendono conto che il proprio corpo (vestito) è desiderato da uomini; nell’infanzia, non lo avevano mai visto in questa prospettiva.

 

Ricordo la scena di una ragazza che per la prima volta andava a votare in una sezione elettorale una volta raggiunta la maggiore età: era rossa di vergogna e si scherniva come a dire “ma come faccio a fare questa cosa da grandi?”

Ci vergogniamo anche quando talvolta ci troviamo nel bel mezzo di un gruppo di persone spregevoli ai nostri occhi, come se fossimo parte di questo gruppo. “Ma con chi mi sto mescolando!”. Anche qui è un cambio di rango, nel senso dell’abbassamento. Non sto al mio posto.

Forse la vergogna è tutta in questo: “non sto al mio posto”.

 

Alcune mie analizzanti, pur essendo adulte e pur avendo avuto già varie storie, dicono “ogni volta che faccio sesso ho vergogna, perché sento che è una cosa da grandi che non mi compete”.

Non a caso il bambino mio compagno di scuola interpretava la visita medica come la verifica di una capacità di essere militari, ovvero adulti. Dopo tutto, per un uomo, andare con una donna è un po’ come il servizio militare: si è pronti a generare e a morire. Si è pronti a far godere una donna e a morire per il bene della patria.

 

Eccitare l’altro mostrando i propri genitali, dover ammettere che anche io muoio: questo significa per ciascuno di noi essere adulto, e sentiamo che non lo siamo ancora. C’è in ognuno di noi, credo, la sensazione di essere un falso adulto, un infiltrato. Ci si vergogna per avere accesso a qualcosa a cui non dovremmo avere accesso. Essere un possibile partner sessuale, o essere un elettore, o morire: è come entrare nel gran mondo. O all’inverso, essere deietti nell’infimo mondo. Anche la morte è il gran mondo ma anche il più basso dei mondi: è uscire dalla banalità della vita, che assomiglia alla banalità dell’infanzia.

 

Morendo, cessiamo di essere noi stessi per restare solo nella vita Altra e degli altri, così come nella sessualità genitale il corpo non è solo nostro, ma anche corpo-per-l’altro. In tutti questi casi ci vergogniamo perché usciamo da una sorta di intimità, ovvero, esitiamo di fronte alla profonda alienazione del nostro essere.

 

Gli antichi greci chiamavano il pudore aidos, che era un demone. Ma aveva anche il senso di rispetto, di timore-per, come quando diciamo “timor di Dio”. I bambini, per esempio, dovevano avere aidos nei confronti degli adulti, dovevano “sentire soggezione” di fronte a loro. La vergogna sorge per l’annullamento improvviso di questa distanza o rispetto. È esser costretti troppo presto a emanciparsi. Ma anche essere costretti ad abbassarsi al livello dell’altro.

 

Forse è questo il senso di colpa, ammesso che sia un senso, un sentimento: capire finalmente quel che si era per l’altro nell’innocenza. La propria colpa consisteva nel fare qualcosa con innocenza, mentre per l’Altro non lo era. L’innocenza era non accorgersi che eravamo non nel nostro mondo, ma in quello dell’Altro.

Così Caino uccide Abele senza vergognarsene. È solo quando Dio, l’Altro, gli rivolge delle domande su Abele che Caino sembra sentirsi colpevole. Diciamo “finalmente si rende conto di che cosa ha fatto”. Si rende conto che l’innocenza era solo l’ignorare l’Altro.

 

Non dover morire era parte della nostra innocenza. E ci vergogniamo della morte soprattutto quando essa è inflitta dall’altro: si deve ammettere la potenza dell’altro, che è in grado di ucciderci. L’altro ci desidera sessualmente, l’altro vuole ucciderci, e il fatto che questo avvenga indipendentemente dalla nostra volontà acuisce non solo il senso della nostra impotenza, ma soprattutto l’accorgerci che sin dall’inizio eravamo nel mondo dell’altro. E non ce la sentiamo ancora di essere un soggetto che desidera sessualmente o che è destinato alla morte.

 

Note

 

[1] G. Agamben, Quel che resta di Auschwitz, Bollati Boringhieri, 1998. Ripreso da I sommersi e I salvati di Primo Levi.

[2] Stefano Landi, Passacaglia della vita.

 

[Immagine: Edipo Re di Robert Carsen].

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *