di Raffaele Donnarumma

 

[Esce domani per le edizioni Il ramo e la foglia il romanzo La vita nascosta di Raffaele Donnarumma. Anticipiamo l’incipit del libro].

 

Niente mi fa paura come il sesso. Se conosco qualcuno che mi piace, l’istinto a sedurlo si ferma proprio quando sembra che possa succedere qualcosa. Allora, lascio all’altro l’iniziativa, perché mettersi nella condizione della vittima conferma la paura, ma almeno non mi rende più responsabile; oppure, lascio perdere, mi dico che mi sono sbagliato, non succederà niente, e scappo.

L’unico modo per scappare davvero, però, è buttarsi in quello che chiamano sesso occasionale e che di occasionale non ha nulla, visto che è progettato con i calcoli ostinati della volontà. Le occasioni si trovano: il sesso occasionale va cercato, premeditato, costruito. Proprio per questo permette di tenere a bada la paura: prevedere il sesso, prevenirlo, serve a non farsi sorprendere dal nemico e tenerlo sempre nel mirino, pronti a sparare. Non importa se la cosa ti sfugge di mano: quello che importa è che comunque il sesso cada almeno sotto l’illusione del tuo controllo, e che uno si possa dire: sono stato io a volerlo.

 

Per gli eterosessuali basta andare a puttane. Ma pagare, se per molti significherebbe godersi il gusto di comprare e dominare l’altro, per me vorrebbe dire ammettere che non mi si vuole, e infliggermi la peggiore delle ferite. Del resto, la prostituzione non è così diffusa tra noi omosessuali: i mezzi per consumare sesso senza tirar fuori un euro sono tanti. C’è una bella differenza: il sesso occasionale prevede comunque riti di corteggiamento, sebbene elementari sino all’animalità; bisogna scegliere e, soprattutto, essersi scelti, perché quello che è in gioco è vedersi riconosciuti come oggetti di desiderio. Immagino che anche chi va a puttane simuli l’amore, ma per noi la simulazione è più sincera. Puoi scopare con uno al buio, in una darkroom, e non avere di fronte nessuno, mentre sospendi la tua identità al movimento cieco degli istinti; però quello non è il mio genere, là mi sento perduto, si scopa con qualcuno anzitutto guardandosi. Allora, puoi andare in una sauna, o in un battuage, dove è difficile che ci si scambi qualche parola e dove le circostanze bastano da sole a sciogliere l’ansia, recintando il desiderio in un regime di eccezionalità circoscritta, come una pratica medica o un carnevale in cui puoi entrare (uscirne è un altro conto) quando ti va. Internet ha cambiato molte cose: lì, ci si seduce prima per immagini, ma le parole possono avere un peso decisivo e, per come sono fatto io, un’espressione sbagliata, l’incapacità di scrivere o la fretta eccessiva di passare ai fatti possono stroncarmi il desiderio. Al contrario, ci sono relazioni precarie e d’immaginazione che vivono solo in messaggi scambiati sulle chat, che non approderanno a nulla e in cui, anche se con un repertorio di frasi che è sempre lo stesso, e che nell’eccitazione ritrova le sue attrattive, uno può simulare atti che non compirebbe mai, esaltarsi e umiliarsi a seconda di come gli gira in quel momento, e di come altrimenti non gli è mai girata. Questa espansione della vita concede al sesso uno spazio spropositato e abusivo, ma insieme lo sbalestra nel mondo incorporeo delle parole: è come un pallone che si gonfia sin quasi a scoppiare e intanto vola via, lontano, sino a non essere più visibile. Enorme e separato, il sesso sta là con un’arroganza illegittima, ma dove è giusto che stia: altrove.

 

Nessuna simulazione funziona però se la si priva del tutto di effettualità: e se ogni tanto si scopa sul serio, non è certo per soddisfare un bisogno della carne, ma per continuare a tenere in vita i fantasmi dello spirito. Gli incontri irrelati e dispersi incrementano il tempo impiegato a cercarli, come un giorno di sagra paesana per preparare la quale si è speso un anno intero, e che è il solo tempo vero della nostra vita, fatto di progetti, di attese, di preparativi, di imprevisti, di ritardi che nessun fatto potrà colmare. Per quella mezz’ora, ti abbandoni all’ansia della conquista; e a volte non è neppure necessario farsi qualcuno, respingere un pretendente può dare una piena soddisfazione perché il vero fine è vedere l’altro che pensa: «mi piaci, ti voglio», e così, esistere. La disponibilità al consumo è tanto grande da provocare uno stordimento da agorafobia. In questa economia dell’abbondanza seriale, i beni si inflazionano, e mentre ne abusiamo dando loro sempre meno valore, è il nostro, di valore, a perdersi. Allora l’ipotesi dell’onnipotenza, come un’allucinazione, atterrisce. Se uno non ci sta, ne troverai un altro, se non è oggi, è domani. Ma senza il rischio di fallire e di essere rifiutati non avrebbe senso neppure provarci. La facilità delle conquiste è frustrante: quanto più breve è il tempo, o più numerosi e ravvicinati i partner, tanto più senti che qualcosa manca, ti ostini finché non trovi un ostacolo o un intoppo che rimetta in moto la macchina dei desideri e delle fantasie. In una continua dilazione, il piacere è sempre di là da venire, è meglio che non venga mai – come in quella pratica secondo cui chi si masturba deve rimandare il più possibile l’orgasmo e torturarsi la carne sino a farla sanguinare, perché forse il piacere vero, il piacere più alto, che non avremo mai il coraggio di affrontare, è la castrazione.

 

Si simula l’amore, naturalmente, più per eccezione che di regola. È possibile che si ignori anche il nome del partner, e che non se ne senta neppure la voce; come è possibile che le uniche parole che si usino siano il galateo dell’oscenità mentre si sbriga l’atto, e dopo le formule che la convenzione prescrive per l’addio. Ci si scambia alla fine il numero di telefono perché, tanto, nessuno chiamerà nessuno; e quando ci si rincontra in uno dei luoghi deputati non è detto ci si saluti, sicuramente si fa finta di nulla se ci si vede nel mondo di fuori, usciti dai recinti della clandestinità. Sono esercizi di disconoscimento in cui quel che ciascuno nega, credendo di cancellare l’altro, è sé stesso. Ma a volte, appunto, nel trasporto dei baci, negli abbracci, nelle pause delle carezze la scena viene occupata per intero dalla recita delle passioni. Di mio, come tutti quelli che hanno un abito di ironia e di diffidenza per sé stessi, tendo al sentimentale. In quei casi, venire è l’ultima cosa che ho in mente: è anche questo, prevedibilmente, uno stratagemma per mettere fuori gioco il sesso.

 

Se l’incontro si ripete, forzo la situazione e, quando l’altro ci sta, iniziamo a chiamarci l’un l’altro «amore». Alcuni abboccano subito: sono i più svegli, quelli che sanno che non è il caso di stare a distinguere fra gioco e menzogna e che, prima ancora di salutarsi, sarà dimenticato tutto. Altri, invece, fanno resistenza o si rifiutano, nell’ingenua superstizione che alle parole debbano di necessità corrispondere le cose. Ma in genere, gli incontri non si ripetono: quando non arrivano subito l’imbarazzo o il fastidio (ho scopato con gente che arrossirei se mi salutasse per strada), sono la noia e la dimenticanza a farla da padrone. Tra provare uno nuovo e andare con uno che mi sono già fatto, non esito mai: se nulla è più desiderabile di quello che non può essere raggiunto, figuriamoci quanto si può volere quello che si è avuto già. Come i fumatori o i cocainomani, si entra nel giro del consumo e della coazione: abitati da un impulso ottuso, vittime di un appetito che non potrà essere soddisfatto, costruiamo le giornate su qualcosa che non c’è ancora, che non c’è mai, e che proprio per questo ci impegna in un’attività spasmodica, insonne, in cui troviamo il miglior placebo della vita.

 

Ho preso la strada della mia consumazione a venticinque anni, tardi rispetto a come andrebbe oggi. Era il mondo prima dei cellulari e di internet: un mondo incompleto, sprovvisto com’era di quelle protesi dell’immaginazione e della distanza e dove, a ripensarci, mi chiedo come facessimo a vivere. Questa mutazione collettiva, del resto, non vuol dire poi molto rispetto a quella privata, che mi separa di più di vent’anni da allora. Dopo l’era della dissipazione, dei sensi di colpa e della vergogna (archeologia morale, per chi ha venti anni ora), venne l’era di S.

 

 

[Immagine: La vita nascosta, Simone Giaiacopi, L’uomo che legge, olio su tavola, 2013, collezione privata]

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