di Ana Ilievska
Verrà l’apocalisse e avrà una traccia sonora, quella composta da Rita Dove, vincitrice del premio Pulitzer (1987) e poetessa laureata degli Stati Uniti (1993-95). Playlist for the Apocalypse (W.W. Norton & Co., 2021) è la sua ultima raccolta di poesie pubblicata dopo dodici anni di silenzio. In sei sezioni, la Storia (dall’esodo degli Ebrei da Egitto a Trump) è intrecciata a riflessioni metapoetiche e anche al dolore fisico della poetessa che da più di vent’anni combatte con la sclerosi multipla recidivante-remittente.
A Rita Dove possiamo chiedere la parola, ma non possiamo aspettarci la disponibilità e fedeltà totali del poeta. Innanzitutto, perché il poeta, in verità, è un provinciale. Osserva il mondo dal proprio paese che, come scrive Dove in “Island” [isola], consiste in,
una sedia, quattro stecche
con sopra un pannello.
Questa è la zattera
dove ammucchio i miei sogni,
uscita in mare.
Cercami sponda.
Secondo perché il poeta—scrive Benjamín Labatut nel suo straordinario libro Quando abbiamo smesso di capire il mondo (Adelphi, 2021)—come il fisico, “non deve descrivere i fatti del mondo, ma creare metafore e connessioni mentali.” Peraltro, nessuno scomunica i poeti (come neanche i fisici) dal regno dei vivi. Sono loro a separarsi ed è sempre la sponda—la famiglia, gli amici, i lettori, la critica letteraria, la storia, il senso comune—a cercarli. C’è questa linea difensiva nell’ultima raccolta di Dove: essere poeta non è una vergogna. È sempre un’industria, quella di scrivere versi, anche se un’industria sbarrata [“shuttered industry”]. Scrive in “Climacteric” [climaterico]:
—ma confesserò questo
una volta: se amare ogni minuto trascorso a smanettare sillabe
mentre nel mondo altri si affannano nei loro pasticci
implica che tale industria sbarrata sia egoista o irresponsabile,
allora sono io quella che è fuggita. Ciao ciao! Non mi vergogno;
ogni parola colta bene è un ricordo dato in pegno, umilmente recuperato.
Tutto nella raccolta di Dove è canto e dialogo, accostamento e testimonianza. L’opera lirica, il blues e l’hip-hop si affiancano al grillo campestre, al sonetto, all’ode. Appaiono le Alpi e pure l’Italia, il ghetto ebreo di Venezia, il Muro di Berlino, l’Iran, e Trayvon Martin, e tutto confluisce nel dolore che è senza colori, nel silenzio e buio assoluto ma pacifico della morte.
Seguono le mie traduzioni di otto testi che rappresentano i temi abbordati dalla raccolta che posso descrivere come niente di meno che saggia: una raccolta schietta, scritta da una maestra del verso che ci offre un momento di respiro e di riflessione, come quella mitica orchestra del Titanic che suonava fino alla fine, per contenere il panico.
Prosa in un piccolo spazio
Dovrebbe essere prosa se continua a scorrere, no? Tutte quelle parole, troppe per essere sistemate, che inciampano ubriache e a culo nudo sul campo a presentarsi in servizio, signorsì, riversandosi senza pudore come l’eccesso di un megaimpianto chimico di miliardi di dollari, giusto la quantità di effluvio scintillante che serve per trasportare una bambina attraverso la stanza, il tappeto beige spesso sotto le sue oxford, le tende sciatte di primavera—è forse il profumo dei narcisi che si diffonde?
I narcisi non profumano, ma alla prosa non importa. La prosa ama sentirsi parlare; la prosa è sviluppo e svelamento, anticipazione che aleggia vicino alle tartine, lussuria che si dilaga nell’antipasto—ad esempio, una forchetta d’argento palpata con tristezza mentre l’eroina si stropiccia un tovagliolo di lino in grembo per non gridare alla vista della fronte regale di Lord Campione che si inclina teneramente verso la giovane vedova benestante… la prosa applauda questi amoreggiamenti sintattici.
Allora è poesia se è confinata? Tremando lungo il suo asse, un’asta di bandiera che si anima con il vento forte, sventolando la sua manica radiante per attirare l’attenzione—Qui! Sono io!—mentre gli spazi bianchi (l’aria, il campo, il silenzio mattutino prima della campanella della scuola) si modellano intorno a quell’unica convulsione luminosa… e se è così, cosa abbiamo qui, un sogno o tre paragrafi? Ce n’è anche dello spazio bianco; è forse musica? Per quanto riguarda tutte le parole tralasciate che picchiano ai cancelli… potremmo farle entrare, ma dove andremmo con i nostri ordini, il nostro orgoglio balbuziente?
A×wing¢
Die Zeit im Grund, Quinquin, die Zeit,
die ändert doch nichts an den Sachen.
Die Zeit ist ein sonderbar Ding.
Wenn man so hinlebt, ist sie rein gar nichts.
Aber dann auf einmal, da spürt man nichts als sie.
Monologo della Marschallin, Der Rosenkavalier[1]
Il suo nobile soprano gonfia l’autoradio,
tono su tono, un calice di vino
che si riempie e poi si versa:
perfezione tanto spaventosa quanto le Alpi
intravista, indifesa,
al capo libero di un vicolo acciottolato
attraversato dal bucato del lunedì,
lenzuola e asciugamani.
Ci siamo fermati a fotografare la Svizzera
in viaggio verso climi più miti. A questa altitudine
impallidisco, anche se non mi sono mai sentita
più bruna, qui tra le bionde
celebrate da Schwarzkopf
(nonostante l’ironia del suo nome, una pecca che
che nessun madrelingua sente). Strano,
la Marescialla trilla, ma il tempo
non cambia nulla, in realtà.
Sballottato, il mio petto balbetta,
si ricorda di gonfiarsi di nuovo—
sole glaciale, empireo di iodio.
Sollevo l’obiettivo e scatto. Anche così in fondo
all’estate, la neve continua a piegare
quei crepacci micidiali—(Hochsommer,
i nativi lo chiamano: alto, profondo, nero,
bianco)—proprio mentre lei continua
a emozionarci con la sua gelida passione, la sua
Marescialla platina.
Veramente non c’è fine a questa
perfezione: sta lì
ignorandoti, finché non te ne accorgi e poi
non c’è nient’altro.
*
La risposta di Sarra
in risposta a un sonetto di Gabriele Zinano[2]
Mi hai chiesto se potessi giurare che questa mia fede
mi garantirebbe l’entrata in paradiso—
se no, perché non prendere il velo
e stringere un patto di ferro con Dio?
L’hai scritto seriamente, come se il desiderio
non fosse parte integrante del credere, e il tuo zelo
un’ultima irresistibile spruzzata di glassa
sull’ostia offerta in cambio del peccato.
Non c’è modo di dirlo con dolcezza: la morte
inacidirà il mio respiro prima che io metta piede
in quella dorata bisca. Puntate la vostra speranza
altrove: non ci può essere nessun premio dietro la Porta
Numero Tre più grande di tutto quello che erediterò—
il passaggio da queste mura magre alla Stanza infinita.
*
L’uomo dell’ascensore, 1949
Non una gabbia ma un organo:
se ci pensasse, impazzirebbe.
Sì, se ci pensasse
filosoficamente,
era una bolla di aria cattiva
in un sistema chiuso.
Dorme in piedi
finché i capi non entrano dai percorsi
di Ricerca e Amministrazione—
gli stessi compagni di classe bianchi
che aveva aiutato a superare Chimica Organica.
Un anno fa gli hanno procurato un trasferimento
dalla catena di montaggio alla Sede Centrale,
una “gentilezza” che ha ripagato
con l’apertura di tutte le porte,
facendoli salire e scendere
la scala della sua amarezza
fino a farli uscire con la nausea,
strofinandosi la nuca,
sentendosi assolti e in qualche modo
con il bisogno di un drink. Il segreto,
pensa tra sé e sé, non è
nel flauto, ma
nell’esile respiro del pifferaio.
*
Il grillo campestre considera la questione della Negritudine
Suonavo i miei brani solo solo;
non conoscevo nessun altro
che potesse suonare con me.
Certo, le melodie erano tristi—
ma anche dolci, e non arrivavano
prima della fine del giorno: Hai presente
quel modo in cui il cielo fa penzolare
le sue ultime ciocche luminose? Allora
il malessere sbocciava dentro di me
fino a quando non potevo aspettare; mi inginocchiavo
per raschiarmi la gola
non importa chi sentisse.
Poi arrivarono le grida e i fischi,
il raduno nelle giare, un arrampicarsi di gambe.
Ora ce n’erano altri: ruzzolati,
annebbiati. Non conoscevo i loro nomi.
Eravamo una lanterna musicale;
bambini dormivano al suono dei nostri sospiri rantolanti.
E se di tanto in tanto uno di noi
si liberava e cantava mentre saliva
fino all’orlo, cadeva sempre
di nuovo. Il che li faceva ridere
e battere le mani. Allora almeno
sapevamo cosa li accontentasse,
e dove era l’orlo.
*
Accanto alla porta dorata[3]
Sicuramente ci sarà qualcosa di bello di cui sorridere—
l’umbratile bordo blu del cielo mentre sfuma nella sera,
il brusco ondeggiare verde del mare. Quando
guarderò in alto, sicuramente ci sarà una nuvola o una stella solitaria
penzolante. La verità è che la Verità se n’è andata a spasso—
ha lasciato il suo trespolo perché le colombe e i corvi
lo devastassero, e se l’è filata verso le colline, verso la quiete
oltre i fiumi e gli alberi. Non importa
quale carnevale stracciato possa affollare le strade,
quale squallida fattoria o piantagione di dolore
ululare il proprio dominio, la Verità direbbe che questi sono
tempi arroganti. I credenti massacrano i loro dubbiosi
mentre gli avidi si ungono le labbra con scuse
e i giusti diventano spietati; i misericordiosi, pazzi.
*
Gigante
Terza testimonianza: Ali
Farfalle, farfalle sul muro appese
Non sentite il richiamo del paese?
L’uomo nero non ha il diritto di essere
sia bello che audace—con un gancio destro
rapido come le sue battute, i suoi piedi
una raffica di insulti, travestiti da danza.
C’è una guerra in corso, ma lui
non ne vuole sapere. Schiocca gli occhi arrabbiati,
poi lancia una rima
velocemente come un biscotto al cane.
È il guerriero nostrano, il toffee-tonico Titano
d’America; come osa spadroneggiare
in nome della pace? Nessun nero
che si pavoneggia delle proprie ambizioni da menestrello
merita quelle labbra eloquenti:
abbattetelo, mettetelo al tappeto!
Continuano a borbottare, decisi a mantenere
il proprio destino indenne
& sfacciatamente manifesto.
*
Nessun colore
Nessun sogno degli antichi.
Non c’è nemmeno il grigio; è tutto
nero o bianco, assenza o presenza
di pigmento, di luce… non importa:
loro non ci sono, cosa o chi siano.
“loro” sono—l’orizzonte è vuoto,
il cielo un vuoto opaco
come solo un vuoto può essere,
che decanta il suo infinito risucchio.
Alle cinque del pomeriggio non avrei mai pensato
di trovare sollievo
nella vecchia battuta che è sempre più buio
prima che diventi buio pesto,
ma almeno allora
sarà buio e poi
grazie a Dio, nero.
Note
[1] Dalle note al libro: “L’epigrafe è tratto dal libretto di Hugo von Hofmannsthal per l’opera lirica di Richard Strauss, Der Rosenkavalier.”
“È il tempo, Quinquin, è il tempo, / che pure nulla muta nei fatti. / Il tempo, cosa strana. / Passiamo così i giorni della vita, e un nulla è il tempo. / Ma poi ad un tratto, / ecco, altro non sentiamo che lui.” – Versione ritmica italiana di Ottone Schanzer. Testo tratto dal programma di sala del Teatro alla Scala, Milano, 15 gennaio 2003.
[2] Dalle note al libro: “In risposta al sonetto di Gabriele Zinano [sic] ‘A un’ebrea chiamata signora Sarra Copia che amava le virtù del signor Anselmo Ceba anche se è morto’ – in cui Zinano elogia il suo mentore cristiano e la esorta a convertirsi al cristianesimo – Sarra ha composto il proprio sonetto, utilizzando le sue parole finali. Ho tentato di fare lo stesso in inglese.”
“Sebbene siano sopravvissute solo quattordici delle sue poesie (oltre a due lettere e un manifesto), sappiamo che Sarra Copia Sullam (1592-1641) svolse un ruolo fondamentale nella vita intellettuale e culturale della Venezia ebraica. Come mecenate delle arti, gestì un salotto letterario e mantenne vivaci corrispondenze con scrittori al di fuori della sua enclave, sia ebrei che cristiani.”
[3] Prologo alla sezione “A Standing Witness.” Dalle note al libro:
“Nel 2017, il compositore Richard Danielpour mi ha fatto l’ardua ma intrigante proposta di collaborare a un ciclo di canzoni che testimoniasse gli ultimi cinquant’anni di storia americana. Le poesie di questa sezione sono il mio contributo alla collaborazione con Danielpour e la Copland House di Peekskill, New York, che è diventata A Standing Witness. La prima mondiale era stata programmata per il Tanglewood Music Festival del Massachusetts nel 2020, seguita da una serie di rappresentazioni in altre sedi, tra cui il Kennedy Center di Washington, con la voce del mezzosoprano Susan Graham; a causa della pandemia di Coronavirus, tutte le presentazioni sono state rinviate.
I titoli delle testimonianze sono stati tratti dal sonetto di Emma Lazarus “The New Colossus,” iscritto sul piedistallo della Statua della Libertà.”
“‘Beside the Golden Door’ [Accanto alla porta dorata]: panoramica della bellezza e della miseria che è stata la storia dell’America. La relatrice si identifica come una testimone e nulla più.”