di Edith Bruck
[E’ uscito ieri per La Nave di Teseo L’amica tedesca, il nuovo romanzo di Edith Bruck. Pubblichiamo l’incipit].
Aveva bussato per anni al mio cuore resistente prima di rompere la corazza e varcare la soglia della mia casa. La sua caparbia, infantile insistenza anche oggi costringe la memoria, che toglie, aggiunge, tesse la sua tela secondo un proprio codice, a camminare a ritroso al nostro primo incontro sullo stretto marciapiede affollato del centro di Roma, mentre trottolava quasi aggrappata alle spalle robuste dello scrittore Giorgio Izzo: figura assorta, autunnale anche in pieno sole.
Notevolmente più alta di lui, lo sovrastava con la sua capigliatura rossa divisa al centro e raccolta in due ciocche infiocchettate ai lati delle tempie oltre la chioma bianca dell’uomo che la sollecitava con la bocca stretta e salivosa.
Lei con uno scatto da bambina dispettosa si fece avanti superandolo, scontrandosi con me che avanzavo verso la stessa libreria della zona dove incrociavo spesso lo scrittore avaro di parole o del suo tempo. Di solito appena appena ci salutavamo con un “come stai?” e un cenno di risposta.
“Non dirmi che questa bella bambina è tua figlia!” pronunciai incredula guardando il volto lunare della ragazzina con un corpo dalle forme generose da donna.
Lui avrebbe proseguito volentieri sui suoi passi se lei non lo avesse strattonato sussurrandogli qualcosa con un sorrisino rabbonitore.
“Lei è Lena,” me la presentò, “una mia amica, fa un po’ l’attrice, è tedesca,” partorì le frasi mascherando un certo imbarazzo.
“Giorgetto, Giorgetto! Posso sapere anch’io chi è questa gentile signora?” gli chiese con impazienza spalancando su di me i grandi occhi scuri come per guardarmi meglio e ricacciando indietro le ciocche che le sfioravano la vista come velata da un’ombra interiore.
Non ricevendo una risposta immediata tirò su il nasino perfetto in un volto roseo, imbronciato, dall’epidermide delicata con delle lentiggini rade e pallide.
“Sì, sì!” si arrese Giorgio con paterno fastidio. “Lei è Erika Keller, lavora per un settimanale femminile, adesso sei contenta?”
“Anche lei è tedesca? Che bello! Juhù!”
“Non sono tedesca,” risposi in un tono di difesa esagerata e la ragazza indietreggiò urtando un altro pedone, mentre Giorgio le stava spiegando che facevo delle cose serie e lei emise dei gridolini di gioia, battendo anche le mani con un ritmo discreto, quasi rituale, in una sorta di ringraziamento a chissà chi e a quale entità misteriosa.
“Sono buffa, eh?” disse di sé e notai sul suo dito medio un anellino da poco a forma di un minuscolo cuore d’oro, identico a quelli che aveva nei lobi delle orecchie piccole e sulla catenina attorno al collo forte e sproporzionato che rivelava una certa tendenza alla pinguedine.
Anche il corpo burroso sembrava appartenere a una donna più matura con i fianchi pieni, i seni da allattante, come fosse assemblata da pezzi diversi anche se nell’insieme trascurabili.
Ciò che attraeva lo sguardo era il suo volto da bambola avvolta in una sinfonia di indumenti rosa.
Per evitare gli urti dei numerosi passanti Giorgio sempre sul piede di partenza si infilò nello scarso spazio tra due moto, e io, seguita da Lena, tra altre due della fila lunga tutta la strada e volontariamente, o per quella sua vaga goffaggine, lei le travolse chiamandole “bestie! Bestie brutte!”
“Qui,” mi spiegò con una smorfia, “una volta c’erano dei vasi di cemento con delle povere piante soffocate dall’immondizia. “Gli italiani non amano il loro paese, non rispettano le loro città, vero?” voleva che le confermassi la mia solidarietà da straniera e pur essendo abbastanza d’accordo, e per la prima volta meno turbata dal suo accento tedesco, forse per la voce dolce, le risposi che sporcavano anche gli stranieri.
“Sporcano dove è già sporco, lo sporco chiama lo sporco, vieni qua! E il pulito chiama il pulito, giusto?” rise divertita.
“Andiamo, andiamo,” ripeté lui in muta attesa.
“È un orso, un orso grande con i capelli così bianchi e belli che io devo andare, anche i capelli chiamano,” mi diede uno sguardo giocoso.
“Muoviti o me ne vado,” si spazientì, e la ragazza si mosse subito come chi teme di essere non lasciata lì ma abbandonata e in fretta mi chiese se avremmo potuto rivederci. Ma prima che le rispondessi, Giorgio mi salutò scuotendo la testa leonina come per dirmi di non dare ascolto alla sua giovane amica un po’ svampita.
Non saprei quanto tempo era passato da quel nostro primo casuale incontro, ma la sua voce, anche se non l’avevo mai sentita al telefono, la riconobbi subito.
“Volevo dirti da tanto, volevo dirti… ma avevo paura…” ripeté la stessa frase più volte poi tacque.
“Cosa?” la incoraggiai.
“Ho saputo da Giorgetto di te solo adesso… quella cosa brutta, brutta.”
“Brutta, di me?” restai disorientata.
“Ham, ham…” fece il verso di chi sta imboccando un bimbo e come se non volesse, o non potesse nominare ciò che chiamava “la cosa brutta”, si limitò a dirmi che avrebbe voluto tanto rivedermi, dove e quando volevo io, lei era libera come un uccellino pronto al volo e rimase in attesa che le dessi un appuntamento.
“Sono in partenza per lavoro,” mi rifugiai in una semibugia e per giustificarmi aggiunsi che stavo realizzando un servizio sui gigolò.
“Ah che bello!” si entusiasmò. “Uomo puttano?”
“Non è così divertente ascoltarli, chi lo fa per la moto, chi per un viaggio, chi d’accordo con la fidanzata per il mutuo del loro futuro nido.”
“Posso venire con te? Vuoi intervistare anche me o un travestito? Fa il puttano e guadagna un sacco di soldi!”
“No grazie, adesso devo lasciarti.”
“Io penso, io so anche pensare, tu non vuoi vedermi perché io sono tedesca. Vero? È colpa mia?”
“Oh no, no,” mi difesi dalla sua frase inattesa e appena la salutai, senza alcuna promessa di vederci, mi chiesi se potesse avere ragione, oppure semplicemente non ritenevo necessaria una nostra probabile amicizia? Avevo amiche americane, ungheresi, inglesi, olandesi, slave, elencai dentro di me, è un caso che non abbia mai avuto un’amica tedesca? Oltre al dubbio, mi resi conto della mia irrazionale resistenza nei confronti di una giovane che non c’entrava niente con il mio vissuto, che lei chiamava “la cosa brutta”: i campi di concentramento!
A parte l’aria svogliata, mi erano rimasti impressi gli occhi velati che cercava di camuffare, nascondere nei fiocchetti dei capelli, nei cuoricini luccicanti, e lo sguardo, improvvisamente in fuga.
Ero tentata di richiamarla, ma preferii lasciare al caso, al destino un nostro nuovo incontro. Cosa avremmo potuto dirci? Cosa potevamo avere in comune? Niente. Lei mi avrebbe chiesto del mio vissuto nel suo paese sotto il nazismo? No. Grazie.
Poteva chiedere a suo padre, a suo nonno! Voleva essere intervistata?
Mi chiedevo giorno dopo giorno se la mia difesa continua dalla giovane tedesca non fosse esagerata e se il mio rifiuto non l’avesse offesa. Ma lei non tardò a richiamarmi, lasciarmi messaggi e quando ascoltavo la sua vocina alla segreteria telefonica avvertivo un certo sollievo: insisteva, desiderava rivedermi, voleva essere richiamata, diceva di tenere molto alla mia amicizia perché ero una persona speciale, diversa dalle sue tante amiche.
“Diversa, speciale” si aggiravano nella mente ragionevole ma lo stomaco era in rivolta, forse perché la parola speciale l’aveva detta in tedesco? “Spezielle.”
Spezielle sarà lei, monologavo, con i suoi fiocchettini da bambola scema! Che le importa di me? Che vuole? Perché non sparisce dalla mia vita? Perché fa finta di non capire che la sto respingendo? In me si ribellava qualcosa che non aveva parole. Come avrei potuto spiegarle il mio turbamento alla sola idea della nostra amicizia?
Le sue telefonate a ogni mia assenza da casa mi facevano arrossire, vergognare del mio comportamento. E dopo un’infinità di messaggi in tono infantile, giocoso, cantato come un salmo troppo prolungato nel tempo, automaticamente digitai il suo numero di telefono che sapevo a memoria per quante volte me l’aveva dettato come fosse una scala musicale.
Nell’udire la mia voce diede un grido di gioia trionfante ripetendo “mille grazie”.
“Tante tante,” gridò e chissà perché aggiunse: “Io sono nata nel 1945.”
“Anch’io,” risposi e dopo un breve disorientamento, avendo quasi quindici anni più di lei, mi rassicurò che aveva capito cosa avessi voluto dire e subito dopo, come fosse un gioco, precisò: “Io sono nata a Ludwigshafen, e tu?”
“A Bergen Belsen!”
“Oh! Ja Ja. Giorgetto mi ha spiegato quella cosa brutta. Io non ti chiederò niente di niente. Voglio solo vederti. La tua voce mi fa bene. È una bella sensazione. Si dice balsamo? Sono stupida? Sì? È la verità. Il tuo tanto lungo silenzio mi ha fatto male. Adesso sono felice. Per favore, per favore mi dai un appuntamento? Vorrei dirti tante cose. Solo a te. Per favore… Anche io sono figlia di… no, no ti dirò tutto quando ci vedremo.”
“Oggi,” mi sfuggì da sola la parola.
“Oggi ti dirò poco poco, per vederti di nuovo. Sono furba, eh? Non ti dirò mai bugie. Vengo subito a casa tua. So dove abiti, me l’ha detto Giorgetto.”