di Alessandro De Cesaris

 

L'amore ai tempi del neoliberalismo, rubrica a cura di Federica Gregoratto

 

Ma l′amore, no

L’amore mio non può

Disperdersi nel vento, con le rose

Tanto è forte che non cederà

Non sfiorirà

 

Rileggo il testo di Ma l’amore no, la canzone scritta da Giovanni D’Anzi e Michele Galdieri nel 1942 e poi cantata da Lina Termini, Mina, Ornella Vanoni e tante altre. Il titolo mi sembra piuttosto fuorviante, perché di negativo nel pezzo c’è solo la grammatica. Dovrebbe chiamarsi Ma l’amore sì, perché il punto in fondo è proprio questo: in un mondo in cui tutto appassisce e rovina, in cui si viene abbandonate e tradite e il tempo scorre inesorabile, l’amore rimane, puro, eterno, privo di macchie e zone d’ombra.

In effetti, l’esperienza amorosa sembra uno dei campi della vita che ancora si prestano al nostro bisogno di metafisica. È parlando d’amore che riemergono aspettative sopite, sogni grandiosi sulla destinazione dell’essere umano, sul significato della vita e della felicità. Mentre si moltiplicano i libri sulle trasformazioni dell’esperienza erotica e romantica, questa dimensione positiva dell’amore sembra rimanere inalterata: le relazioni diventano fluide, temporanee, stratificate, post-ironiche, ma restano saldamente ancorate a un ideale di felicità, di vita giusta e senza sbavature, in cui qualsiasi esperienza negativa è per definizione patologia, eccezione, violenza da cui difendersi.

 

Situazione critica

 

Ecco, Sofia Torre ha provato a prendere sul serio una via negativa al discorso amoroso. Se l’amore è ancora impigliato nelle maglie della metafisica, allora occorre farne una critica. Ma come farla, questa critica, se non basta smantellare il mito eteronormativo della coppia monogama, denunciare la pervasività del male gaze, puntare il dito contro la violenza del patriarcato? Ecco, a me sembra che L’amore no ponga molto chiaramente la domanda e dia anche qualche risposta.

Se dovessi collocarlo in uno scaffale, metterei il libro di Sofia Torre tra le pubblicazioni di estetica. Non c’entra il fatto che l’autrice analizza – in modo preciso, godibile e ispirato – molte opere filmiche, televisive e letterarie, semmai quello è un effetto. Il punto è metodologico, e riguarda il modo in cui parliamo di relazioni: proprio perché dell’amore non c’è una scienza, ma solo una critica – sì, ho deciso che Sofia Torre è una scrittrice insospettabilmente kantiana – allora bisogna cominciare da sé. Si parla d’amore come si parla d’arte: si condivide la propria esperienza, e si spera che questo gesto risuoni con l’esperienza altrui. L’autrice lo dice chiaramente a pagina 44: «non ho niente da insegnare a nessuno: non ho pretese ecumeniche, né le avevo, ho scelto di parlare di me stessa con la speranza che la mia esperienza abbia qualche affinità con quella di qualcun’altra».

 

Anche se contiene numerose pagine in cui l’autrice parla del suo vissuto, dunque, L’amore no (minimum fax, 2026) non è un memoir. L’obiettivo non è autobiografico, ma politico, e il saggio si inscrive in una tradizione femminista ben precisa, che pensa l’attività critica come un’esperienza situata (mi vengono in mente altri esempi recenti, come Ripartire dal desiderio di Elisa Cuter e L’amore è cambiato di Annalisa Ambrosio).

«Come insegna l’autocoscienza femminista, per decifrare la società e per analizzare il mondo bisogna partire da sé, dalle proprie sensazioni e dall’esperienza che si è in grado di raccontare.» (P. 110)

Ma allora che c’entra il negativo? Vediamo.

 

Interpassività

 

In un’epoca ossessionata dall’agency, parlare dell’amore come di una passione sembra un gesto reazionario. Tutto deve essere attivo, proattivo, interattivo: ciò che è passivo è patologico, frutto di una negligenza o di un’oppressione. È questo che intendo quando dico che nel libro di Sofia Torre c’è qualcosa di romantico: non voglio riferirmi a un generico sentimentalismo – del tutto assente – ma proprio al Romanticismo letterario. Come le scrittrici e gli scrittori ottocenteschi, l’autrice sembra aver rimesso al centro un’evidenza che oggi pare dimenticata, ovvero che l’amore è innanzitutto qualcosa che ci succede e che non si può controllare.

«Quando consideriamo l’amore un’azione piuttosto che un sentimento, contribuiamo ad avallare una società fondata sulla performatività e dimentichiamo che l’amore, di per sé, non è necessariamente qualcosa di buono e di utile alla crescita personale» (pp. 119-120).

 

Nascondere gli aspetti patici, passivi, patologici dell’innamoramento rende il discorso patinato, ci permette di ramazzare sotto il tappeto aspetti della vita relazionale che conosciamo, ma di cui non parliamo. Dall’angolo d’osservazione de L’amore no, invece, l’analisi si rifocalizza sulla strutturale interpassività dell’esperienza amorosa, sulla sua caoticità e contingenza.

Dopo averla descritta come una kantiana, ecco che mi immagino Sofia come il Viandante di Caspar David Friedrich, che osserva il mondo da una vetta nebbiosa e contempla il vuoto desolante lasciato da quel cataclisma che è l’amore. In questo, il suo è un romanticismo negativo: non ci parla solo dell’amore, ma anche del suo prima e del suo dopo, di ciò che lo circonda, delle macerie lasciate dallo sforzo di costruire una vita relazionale, dalla scelta – è una scelta? – di entrare una forma di vita su cui non si può avere pieno controllo.

 

Abiezione di coscienza

 

Il negativo allora non va collocato ai margini, ma al centro dell’esperienza amorosa. Il dolore, l’incertezza, il fastidio, non sono eccezioni patologiche, ma elementi costitutivi della vita relazionale. Condividendo la sua esperienza con chi legge, l’autrice compie un vero e proprio gesto parresiastico, una denuncia aperta: questi non sono segreti, sono evidenze che decidiamo di tenere nascoste non parlandone, eliminandole dal discorso pubblico o minimizzandole. L’effetto è disastroso, perché un’esperienza amorosa negativa diventa un oggetto di stigma, una responsabilità, un fallimento personale.

 

Dopo Kant e il romanticismo, Sofia adesso mi fa pensare a Julia Kristeva: il negativo dell’amore è l’abietto, i panni sporchi che si lavano in casa per poter poi continuare con la propria narrazione eroica. E allora, se il discorso femminista sembra ancora imbrigliato nell’esigenza di immaginare una vita relazionale attiva, produttiva, efficiente, allora l’unico, inaspettato atto autenticamente politico è lamentarsi, perdere il tempo proprio e altrui, manifestare caparbiamente la banale verità che l’amore molto spesso è un guaio, è difficile, è stancante, e che se continuiamo a cascarci non è perché fa parte del nostro progetto esistenziale, ma semplicemente perché non abbiamo scelta. Se allora «l’atto stesso di prendere la parola» è qualcosa di rivoluzionario, bisogna riabilitare il bitching come autentico gesto di resistenza.

 

L’amore, no?

 

Un libro contro l’amore, quindi? Tutt’altro, si tratta di un tentativo di rimettere l’amore al centro del discorso, di parlare finalmente dell’amore in quanto amore. È proprio nelle narrazioni dominanti che l’amore finisce per sparire, perché si trasforma semplicemente in un segno per qualcos’altro, un dispositivo retorico. Raccontando la nostra vita amorosa – non importa se eteronormativa, queer, monogama, promiscua, vanilla, kinky – mettiamo in vetrina la nostra salute, la nostra bellezza, la nostra capacità di costruire una vita di successo.

 

Ecco il paradosso: l’amore è ovunque ma non se ne parla molto, perché parlarne davvero significa rinunciare al nostro desiderio di ottimizzazione, all’ideale performativo e produttivo che innerva le nostre vite, e che è il vero obiettivo critico di Sofia Torre. Parlare davvero d’amore significa abbandonare questo titanismo dell’agency individuale, ammettere che le relazioni sono complicate, i sentimenti fragili e confusi, che spesso amare ci fa stare peggio, e non in vista di un premio futuro, non nell’ottica di un lavoro che porterà i suoi frutti: solo peggio.

 

Lamentarsi, allora, è un gesto non solo politico, ma anche etico. Condividere il negativo significa ridurre lo stigma verso chi sta male e non riesce a prendere parte alla grande narrazione dell’empowerment, permette di creare spazi in cui non ambire alla perfezione, in cui apprezzare il piacere – non il valore, non il senso, ma proprio il piacere – dello spreco.

Ecco, ora Sofia Torre non me l’immagino più come una filosofa settecentesca imparruccata, come una poetessa tormentata o una psicanalista di successo. La vedo sul palco del Teatro San Carlo, come Toni Servillo, che recita il testo di a’ sciaveca di Mimmo Borrelli, una feroce lamentela ininterrotta di quasi due minuti, una bestemmia contro il mondo e contro la vita. L’amore no è soprattutto questo, un atto di resistenza contro il sogno distopico di un mondo senza attriti.

 

[Immagini: Opera di Emma Parker].

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