di Sergio Benvenuto

 

[Quella che segue è la versione italiana di un intervento pubblicato dalla rivista RISS. Zeitschrift für Psychoanalyse. Nr. 100 (2024): Ohne Gewähr [Senza garanzia], S. 56-60].

 

1.

In un corso da me tenuto in una scuola di specializzazione in psicoterapia psicoanalitica in Italia, una psicologa porta un proprio caso. Si tratta di un uomo di 56 anni che da tempo è depresso e dice di aver tentato cinque volte il suicidio. La psicologa gli dice che lo seguirà con sedute a condizione però che lui firmi un “consenso informato”. In questo si impegna (1) a rimanere in vita, e (2) ad avvertirla prima che lui tenti un suicidio, se mai lo tentasse di nuovo. Aspetta che il paziente venga con questo protocollo firmato per iniziare una psicoterapia.

La redazione di questo contratto avrebbe potuto essere una gag di Groucho Marx. Cerco di far capire alla psicologa che mettere in un contratto il fatto che il contraente debba sopravvivere è ridondante, perché comunque la morte scioglie ogni contratto. Inoltre, lei pone come condizione del contratto proprio la fine delle ragioni per cui quel paziente viene a farsi curare. È come se un medico dicesse al paziente: “io la curo della sua dipendenza dall’alcool solo se lei mi assicura che prima della cura lei smetta di bere!”.

 

Sarebbe un errore liquidare l’episodio come un mero esempio di scempiaggine. Trovate di questo tenore sono la spia di una tendenza generale tra gli psicoterapeuti e anche tra gli analisti. La psicologa fa firmare quel foglietto come “consenso informato” anche se non lo è affatto, perché un paziente firma un consenso dopo che la terapeuta illustra i rischi di una cura al paziente, non quando chiede al paziente garanzie per non rischiare lei di fallire.

In molti paesi gli psicanalisti parlano dell’analisi come di un contratto. Il termine ‘contratto’ è vago, ci sono molti contratti del tutto informali, scritture private. Si dice che l’analisi è un contratto perché è un impegno preso da due persone, l’analista e l’analizzante, nel vedersi regolarmente? Ma allora perché chiamare questo impegno ‘contratto’? Un vero contratto implica sempre un’istanza terza. Ci deve essere insomma la possibilità, se uno dei contraenti non rispetta il contratto, che l’altro contraente possa appellarsi a questa istanza. Ora, in analisi non c’è questa istanza. Se un analizzante smette di venire, l’analista non ha alcuna autorità presso cui rivalersi. Insomma, l’impegno nel vedersi regolarmente ha ben poco del contratto. Per questa ragione chi scrive di solito si fa pagare ogni seduta alla fine di essa.

 

Gli stati regolano sempre più l’attività psicoanalitica – nella misura in cui è considerata una psicoterapia – per rassicurare gli utenti di cura analitica, i quali si chiedono “in mano a chi metto la mia anima?” Ma ancor più, alla base, c’è l’angoscia degli analisti i quali si vogliono rassicurare, in modo da parare le eventuali denunce di pazienti delusi.

Sempre più nei paesi super-industrializzati leggi precise regolano la pratica che chiamerò “psic”, come equivalente di shrink, “restringitore [di cervelli]”, termine comune in inglese per designare gli psic-qualcosa. Queste leggi sono effetto del successo di massa crescente degli psic. I consumatori di cure psic chiedono che lo stato garantisca in qualche modo la serietà dei terapisti, dando valore legale ai loro titoli di studio. Negli anni 1980 ci fu in Italia un vasto dibattito che portò all’approvazione della Legge Ossicini nel 1989, tuttora vigente: la legge dispone che viene riconosciuto come psicoterapeuta solo un medico psichiatra o un laureato in psicologia che abbia compiuto un training in psicoterapia di quattro anni. La legge italiana non menziona il significante psicoanalisi. Talvolta l’Ordine degli Psicologi denuncia analisti che non hanno i titoli, e francamente non so chi di solito vinca la causa.

 

All’epoca quasi tutti gli analisti sostennero la legge Ossicini, dato che prima di essa dal punto di vista legale una psicoterapia poteva essere sostenuta solo da medici. C’era una gran voglia, da parte anche degli analisti, di essere garantiti. Lo stato era chiamato come Altro in una simmetrica richiesta di protezione sia da parte degli utenti di cure psic che da parte degli psic stessi. E soprattutto c’è il bisogno di tanti analisti, come abbiamo visto nella mitologia del “contratto analitico”, di essere riconosciuti come parte del sistema sanitario.

I più anziani hanno nostalgia di quando l’analisi era una pratica anarchica, quando quel che contava era “il talento” degli analisti e non l’iscrizione istituzionale. Le università sfornano laureati in filosofia in matematica e in arte, ma certamente non garantiscono che qualcuno sia un vero filosofo o matematico o artista. Così per la psicoanalisi. Ovvero, l’alternativa al riconoscimento istituzionale è uno solo: il successo. Il successo dovrebbe essere doppio, orizzontale e verticale. Un cineasta, per esempio, mira a un successo orizzontale nella misura in cui i suoi film hanno un vasto pubblico; e a uno verticale nella misura in cui è apprezzato dai critici, vince premi, ecc.

 

Dietro quindi il rigetto dello stato come Altro incomodo nella squisita relazione duale analitica (rigetto che porta molti analisti a non pagare le tasse), trapela una visione radicalmente liberal dell’analisi: è solo il successo di un analista nel mercato delle prestazioni analitiche che fa l’analista. “L’analista si autorizza da sé” – diceva Lacan – così come l’imprenditore si autorizza da sé. Ed è interessante che si appellino a questa visione liberal di solito degli analisti marxisti radical, i quali affermano di detestare la società neo-liberale. Di solito statalisti in economia, anti-statalisti nel controllo della propria professione.

E in effetti le varie regolamentazioni di stato non cambiano l’essenziale della gerarchia sociale tra analisti: ci sono quelli di successo e quelli che a stento sbarcano il lunario, gli psic fantasma. Questo proletariato psic è composto da persone che, pur avendo ottenuto un diploma in psicoterapia, non hanno clientela e non appartengono a una società analitica prestigiosa e potente.

 

            Da molti decenni ci si scaglia contro la visione di una psicoanalisi “normalizzante” e “adattativa” che non si distinguerebbe dalle vituperate “psicoterapie”. Questa distinzione manichea, però, non rende giustizia a molte psicoterapie le quali, anzi, rimproverano alla psicoanalisi di essere essa sì normalizzante e adattativa. Penso agli approcci che si ispirano a Deleuze e Guattari. Gli anti-analitici quasi sempre preferiscono psico-qualcosa collettive, gruppo-analisi, psicodramma, terapie familiari o istituzionali, ecc. La nostra cultura crede ancora nella divisione categoriale tra “individuale” e “sociale”.

 

Ora, la famigerata “normalizzazione” non è richiesta in primis dallo stato o dalla fantomatica società neo-liberale, ma dai clienti degli psic. Gli psic di sinistra dicono di rivelare qualcosa di “ingestibile” nei soggetti e se ne vantano – un quid che scardinerebbe ogni ordine sociale – ma i clienti chiedono che questo ingestibile possa essere da loro stessi gestito. Ora, l’analista deve resistere a questa richiesta talvolta pressante di normalizzazione, ovvero alla domanda pressante “fammi essere una donna o un uomo di successo!”. Il paradosso è che per far emergere questo ingestibile l’analista struttura un rapporto ben gestito: sedute fisse nel corso del tempo, pagamenti regolari, periodi di ferie negoziati, ecc.

Solo illusoriamente l’analista può credere che il suo essere soggetto supposto sapere per l’analizzante (“supposto sapere” per Lacan è l’analista nel transfert dell’analizzante) gli possa essere garantito da qualche diploma con valore legale: questo supposto sapere gli viene direttamente solo dall’analizzante. Sulla capacità di creare transfert si misura il successo orizzontale dell’analista. Sulla capacità dell’analista di creare transfert di gruppo con i colleghi si misura il suo successo verticale.

 

Non basta a un analista dichiararsi coram populo “non normalizzatore e non adattativo”, l’importante è vedere quello che fa non quello che dice. Così come è facile per qualcuno proclamarsi politicamente rivoluzionario: ma sarà poi capace o meno di produrre una vera rivoluzione?

Ora, è parte dell’etica analitica il non indicare all’analizzante un certo ideale sociale o morale di soggetto sano. Il successo storico della psicoanalisi nell’ultimo secolo è dovuto proprio alla sua congruenza con la visione liberal (non liberista) secondo cui un soggetto deve trovare da sé i propri ideali, il proprio modo di essere nel mondo. L’analista si astiene dall’indicare all’analizzante “la buona via”. Ora, sappiamo che, nella maggior parte dei casi, i nostri analizzanti si stabilizzano. Nessun analista, nemmeno lacaniano, considererebbe un successo il fatto che l’analizzante diventi un criminale anche se magari di successo, o un tossicomane, o un nullatenente che viva a spese della famiglia o dell’assistenza di stato. È vero che l’evitare tutte queste forme di fallimento sociale non vengono elencate esplicitamente dallo psicoanalista, ma proprio un analista dovrebbe prendere con le pinze, come suol dirsi, tutto ciò che è detto esplicitamente. A quando una qualcosa-analisi della psico-analisi come teoria e come pratica? Di fatto ogni analista segue certi criteri taciti per valutare i progressi dell’analisi e dell’analizzante. E questi criteri di fatto sono sempre molto più normalizzanti e adattativi di quanto non dica.

 

Del resto gli studi degli analisti, anche di quelli d’estrema sinistra, quasi sempre hanno un’aria seria, austera, professionale, insomma da professionista della borghesia medio-alta. Talvolta il mobilio di un analista dice di più della sua pratica rispetto a tutto quello che pubblica sull’analisi.

È vero, non è detto che un certo successo sociale e interpersonale raggiunto da certi analizzanti sia conseguenza del perseguimento di precetto di vita istillato dall’analista. Mettiamo che un analizzante, avendo superato certe inibizioni, diventi ricco. Possiamo considerare il suo arricchirsi come un “in più”, esattamente come il superamento del sintomo è un “in più” – diceva Lacan – dell’analisi. Ovvero, l’arricchirsi non era un fine dell’analisi, non è ciò che essa predicava, ma ciò che ha razzolato. Come il criterio della pratica zen del tiro all’arco: colpirai il centro proprio se non cerchi di colpirlo. Ma è simile a quel che dice ogni imprenditore illuminato: “ho fatto tutto questo non per fare soldi, quelli vengono come un di più. L’ho fatto per creare lavoro, ricchezza, benessere…”

 

Una certa retorica romantica, secondo cui l’analisi sarebbe qualcosa di dis-sociale o di a-sociale, un rapporto squisito a due senza mediazioni di Altro, è molto diffusa soprattutto tra i lacaniani. Un giorno a Milano, verso il 1974, quando Lacan tenne una serie di incontri con noi analisti in formazione, una giovane analista si imbarcò in una arringa radical di quel tipo, ma Lacan la contestò: “No – disse – l’analisi è un legame sociale. Non ha nulla di sovversivo”. Era irritato da un certo compiacimento dionisiaco degli analisti. E in effetti ha descritto il discorso dell’Analista come uno dei quattro legami sociali possibili. L’anarchismo è solo una maschera auto-rassicurante per gli analisti.

Ma appunto, che tipo di legame sociale è l’analisi?

 

Freud disse una cosa essenziale quando scrisse che tre erano i mestieri impossibili: governare, educare, psicoanalizzare. Ovvero, la psicoanalisi non va vista come una forma di “medicina dell’anima”, né come una forma di scienza e nemmeno di filosofia. La psicoanalisi è una prassi come governare ed educare, una pratica insomma di direzione. Da notare che i governanti, i politici, non sono certificati come tali da una scuola: governano perché sono stati eletti, hanno avuto successo orizzontale. Analogamente chi educa, a cominciare dai genitori, non ha alcun diploma come educatore: il suo successo è valutato solo in termini di effetti verticali sugli educandi. Freud pensava che tra l’analista, il politico e l’educatore ci fosse questo in comune: che sono gli utenti a riconoscerli tali. Freud aveva insomma una visione anti-istituzionale e ultra-liberale della psicoanalisi. Del resto, ha sempre praticato la professione libera.

Ma perché sono mestieri impossibili? Governare ed educare sono mestieri necessari, inevitabili: in qualsiasi società qualcuno deve pur governare, in qualsiasi società ci saranno sempre educatori ed educandi, a cominciare dalla famiglia. Analizzare è un mestiere moderno che non sembra affatto necessario. Eppure credo che in ogni società ci siano figure di curatori spirituali a cui ci si rivolge quando si hanno problemi squisitamente soggettivi – dagli sciamani ai confessori, dai maestri buddisti ai filosofi. Nell’Italia precedente la diffusione della psicoanalisi, spesso, quando si avevano problemi esistenziali, ci si rivolgeva al caro professore di filosofia del liceo. Insomma, la cura spirituale è non meno necessaria di una leadership politica ed educativa. Il fatto che gli psic abbiano prevalso oggi rispetto a tutte queste altre figure di soggetti supposti sapere, è dovuto al fatto che la psicoanalisi è la forma di cura – nel senso del care inglese – più adeguata alla nostra società. Che è una società non solo capitalista, ma basata sul primato della scienza e della tecnica. La psicoanalisi non è né una scienza né una tecnica, ma è la cura spirituale più adatta a una società dominata dalla scienza e dalla tecnica. Mentre psicoterapie che si vogliono tecno-scientifiche, come quelle cognitivo-comportamentali, restano terapie di serie B per persone culturalmente marginali, terapie-massa. La psicoanalisi resta una pratica per pochi proprio perché è circonfusa da un’aureola aristocratica. Come mi ha detto una signora in analisi da anni, e niente affatto ricca, “l’analisi per me è il lusso davvero indispensabile della mia vita”.

 

Tutte e tre sono pratiche impossibili perché non sono tecniche, non realizzano di fatto un fine preciso: il politico è per lo più sorpreso dai risultati delle proprie politiche, così come l’educatore è sorpreso da quel che diventano i suoi educati, e così l’analista. L’analista non sa mai all’inizio dove porterà l’analisi, perciò non può garantire i risultati né a sé stesso né al proprio cliente.

Che la psicoanalisi sia de facto la cura spirituale più adatta alle élite di oggi è dimostrato dal fatto che tante persone colte o benestanti, o entrambe le cose, che dicono di non credere nella psicoanalisi, di disprezzarla, persino di detestarla…. prima o poi finiscono in analisi. Sempre più nell’Unbehagen della nostra vita sociale un analista ci aspetta al varco.

 

In effetti, proprio perché la psicoanalisi rinuncia a essere adattativa e normalizzante, essa si rivela essere la cura più adatta alla nostra epoca, malgrado i ricorrenti tentativi di screditarla. Le psicoterapie chiaramente adattative – che vogliono curare il sintomo di cui ti lamenti e rimandarti a casa felice e contento – sono psicoterapie per la massa, e per massa non intendo tanto i meno ricchi, quanto coloro che si sentono lontani dai centri propulsori. Intendo coloro che hanno un basso titolo di studio, che vivono in piccoli centri lontani dalle grandi metropoli, di basso livello culturale, anziani – le masse che sempre più oggi votano per le destre estreme. Costoro vogliono terapie “pratiche” quindi spicce. Mentre la pratica psicoanalitica è concentrata nelle grandi e ricche metropoli del mondo liberal-democratico, dove il livello medio di istruzione è più alto e si vota per la sinistra.

Molti lamentano il fatto che la psicoanalisi sia una cura di élite mentre le masse sono trattate da rozze terapie, che si avvicinano molto alla vecchia ipnosi. Ma come potrebbe essere altrimenti? È un po’ come negli studi superiori. Il figlio del poveraccio che vuole diventare un imprenditore andrà in una facoltà commerciale o di finanza, mentre i grandi imprenditori manderanno i loro figli piuttosto a studiare filosofia, letteratura o teologia. E per lo più all’estero, se non vivono già negli USA, in Gran Bretagna o in Cina.

 

Spesso gli analisti si compiacciono di far equivalere la psicoanalisi e la sessualità, considerata questa qualcosa di ingovernabile e di mai normalizzabile. In fondo, considerano le psicoterapie “adattative” l’equivalente del matrimonio, dove la sessualità è imbrigliata e socialmente sfruttata per produrre e allevare figli. La psicoanalisi sarebbe invece come la sessualità libertina. Può darsi che sia così. Ma appunto, viviamo in un’epoca in cui il matrimonio in Occidente sta perdendo completamente il suo impatto, le coppie vivono per anni tranquillamente senza sposarsi. Viviamo in un’epoca ormai post-matrimoniale dove la sessualità poligama, anche per le donne, è celebrata come normalità. (E non a caso il matrimonio è stato concesso a gay e lesbiche proprio quando esso ha perso di fatto gran parte del suo senso tra gli eterosessuali.) Se la psicoanalisi sta alla sessualità sbrigliata come le psicoterapie stanno al matrimonio patriarcale, questo mostra quanto la psicoanalisi sia adatta alla nostra società iper-industriale, o per lo meno alle sue élite.

 

Che cosa essenzialmente di socialmente comprensibile opera in un’analisi?

Credo che ogni analizzante chieda di farsi curare in quanto sente che si ripete in lei o lui, in modo cocciuto e molesto, un modo di godere che trova le radici in una dimensione infantile della vita. “Fissazione” la chiamava Freud. Il sintomo rivela modi di godere “non più adatti” a realizzare desideri adulti. La psicoanalisi opta per la via più lunga e tortuosa: punta al superamento, attraverso l’analisi, dei modi ripetitivi infantili di godere. Ma non prospetta direttamente nuovi modi di godere: si limita a sostenere l’analizzante nel trovare il proprio assestamento. I modi arcaici di godere sono difficilmente superabili, il soggetto deve trovare lui stesso – grazie alla presenza catalizzatrice dell’analista – un nuovo assetto.

Il termine “assestamento” evoca il tanto vituperato “adattamento”. Ma è ingenuo credere che ogni soggetto trovi sé stesso, il proprio true self (come direbbe Winnicott) grazie all’analisi. Sempre nei mei incontri con Lacan a Milano, lui disse che gli effetti dell’analisi sono, per un soggetto, dei rapièçages, delle rattoppature. Ed evocò un tratto allora alla moda, quei pezzi di stoffa anche di bei colori che si mettevano sui gomiti delle giacche coprendo così uno strappo che non si sarebbe potuto cucire, rammendandolo in questo modo. Appunto, un’analisi non giunge mai a ricucire una sorta di strappo originale, applica piuttosto un rammendo.

Per concludere, penso che sia ora di abbandonare le ampie dosi di deleuzismo che si sono infiltrate nel mondo degli analisti. Intendo per deleuzismo una teoria della liberazione radicale, totale, incondizionata. Bisognerebbe tornare a un sano scetticismo freudo-lacaniano.

 

2.

 

Il mio contributo precedente aveva sollevato alcune domande e obiezioni da parte dei redattori di RISS, a cui ho risposto. Riporto qui la mia risposta, da cui si possono arguire le obiezioni che mi erano state rivolte.

 

Care amiche e amici,

da quel che ho capito, il mio discorso è stato considerato irritante da alcuni di voi. Forse sono stato frainteso non avendo avuto io modo – per la ristrettezza di spazio – di illustrare la mia posizione generale sulla psicoanalisi e sulla società in cui opera.

Quando dico che la psicoanalisi è il legame sociale “più adatto alla nostra società capitalista, fondata sulla tecnoscienza”, non è per condannarla. È un modo per spiegare la sua sopravvivenza e il suo relativo successo oltre un secolo dopo la sua creazione. Vengo da studi di scienze storiche e sociali, quindi sono molto attento al contesto sociale e culturale della pratica analitica.

Cerco di mettermi fuori dalla mia pratica analitica, di vedermi dall’esterno. Se non fosse possibile vederci da una posizione esterna, vivremmo tutti nella cecità immanentista di ciò che siamo e pensiamo.

Il dato di fatto incontrovertibile è che la psicoanalisi prospera nelle grandi metropoli ricche e industrializzate del mondo liberal-democratico. È quasi ignota nei paesi in via di sviluppo ed è perseguitata dalle dittature ideologiche, come il nazi-fascismo e il comunismo. O viene perseguitata dalle dittature, come è accaduto in Argentina durante il regime militare. Oggi stenta a decollare in Cina, per esempio. Con questo non voglio dire che la psicoanalisi vada bene solo per i ricchi, tutti abbiamo degli analizzanti alquanto poveri. Diciamo che essa è in sintonia con una ricchezza culturale, con la cultura all’avanguardia della modernizzazione. Malgrado le apparenze, la psicoanalisi resta uno strumento fondamentale di “cura di sé” per ceti sociali culturalmente egemoni. È una constatazione, non una critica.

 

La cultura egemone nei nostri paesi si basa sull’idea greca, ripescata da Foucault, dell’epimeleia heautou, della cura di sé. L’idea di fondo, dall’Illuminismo in poi, è che ogni soggetto debba cercare da sé una verità singolare su di sé, senza che essa venga suggerita o imposta da un’autorità di qualsiasi tipo, politica religiosa o morale. Da qui il carattere squisitamente anarchico della cultura moderna, in quanto non accetta alcuna gerarchia spirituale precedente la verità soggettiva. (Ho sempre pensato che il marxismo degli intellettuali degli ultimi due secoli fosse una forma urbanizzata, rassegnata, di anarchismo.)

Ma anche il liberismo – free market theory, a cui non si riduce il liberalismo – ha una visione anarchica dell’economia: la spontaneità del mercato fugge ogni controllo da parte dello stato, “dall’alto”. La psicoanalisi è nel solco di quella anarchia liberale che ha assunto maschere anti-capitalistiche, ma che è del tutto coerente con i valori fondanti della nostra cultura nelle società industriali liberal-democratiche. Il rifiuto di molti analisti tedeschi di entrare nel sistema di rimborso della Krankenkasse [lo stato rimborsa le prime 300 sedute con un analista] è del tutto coerente con la mentalità liberale. Per un liberale, il nemico pubblico n. 1 è sempre lo stato.

 

Quindi, da psicoanalista, non credo affatto di svolgere un’attività anti-capitalista – e nemmeno filo-capitalista. Del resto, l’anti-capitalismo è parte dialettica del capitalismo, il quale si nutre di critica anti-neoliberale e di lotta di classe. Credo che da analista io curi i feriti, i danneggiati dalla società moderna (che non è solo capitalista). Insomma, tratto das Unbehagen in der Kultur, il malessere nella vita sociale. L’effetto dell’analisi è positivo quando essa diminuisce l’Unbehagen soggettivo.

Ogni Kultur produce il proprio Unbehagen e i propri modi di dargli sollievo. La psicoanalisi quindi è un momento integrante della società moderna tecnoscientifica, così come – per dare un esempio del passato – la contestazione della polis da parte di tanti filosofi antichi, da Platone ai cinici, era una parte integrante di quella polis greca che essi pur criticavano.

 

Quanto alla differenza tra psicoterapia e psicoanalisi, non ho una visione manichea a priori, ovvero non c’è da una parte la psicoterapia e dall’altra la psicoanalisi. Del resto Freud aveva scritto che la psicoanalisi è anche un metodo psicoterapeutico. Il punto è capire che cosa vogliamo dire con “terapeutico”.

Forse per “psicoterapie” intendiamo tutti quegli approcci che rispondono alla domanda precisa dei soggetti “curami il sintomo!” Le psicoterapie si concentrano sulla cura del sintomo, e per questo ricorrono spesso a prescrizioni. La peculiarità dell’analisi è che essa non punta a curare i sintomi e non prescrive (nemmeno prescrizioni paradossali, sarcastiche), essa spinge ad “analizzare”, ovvero a far sì che ogni soggetto scopra il proprio desiderio impertinente, o il proprio modo peculiare di godere.

 

Proprio la non-prescrittività dell’analisi ha determinato il suo successo culturale: i ceti culturalmente dominanti, ispirati a una filosofia squisitamente anarchica, non tollerano comandi e prescrizioni. Non vogliono essere “curati” come in un ospedale, ma cercano qualcuno che si prenda cura, assieme a loro, di sé stessi. Un Sorgfalt, prendersi cura. Dietro la differenza tra psicoanalisi e psicoterapie si profila una differenza di classe sociale, nel senso che le cure prescrittive vanno bene per masse meno colte. Come definire queste masse? Ho detto che sono sempre più quelle che votano per l’estrema destra, per Trump.

In tutte le epoche pratiche e culture sono socialmente stratificate. Quando parliamo di “cultura romantica” del XIX° secolo, ci riferiamo sempre a uno stile culturale delle élites, non certo della massa, che non sapeva nemmeno che cosa fosse il romanticismo. Anche in Germania.

 

Mi si rimprovera di parlare del successo dell’analista, non di quello dei pazienti. Non è vero, porto anche esempio di “pazienti di successo”. Molti oggi fanno ricerca comparativa sugli “effetti” dei vari approcci, dalla psicoanalisi alla farmacologia. Il punto è che queste ricerche giungono a risultati contrastanti. La più verosimile fu quella dell’americano Lester Luborsky, il quale negli anni 1990 giunse alla conclusione che tutte le psicoterapie sono efficaci, dipende dallo psicoterapista.

La mia idea è che l’analisi non porti a una conversione, a una metanoia nel senso dell’apostolo Paolo, ma a una semplice ri-conversione. Come quando diciamo che una zona agricola si riconverte ad attività industriali, ad esempio.

La mia impressione è che di solito gli analizzanti siano contenti della loro analisi, alcuni addirittura entusiasti, nel senso che soffrono meno dell’Unbehagen sociale. Non so se siano meglio adattati alla realtà, diciamo che non si sentono più troppo schiacciati da essa.

 

Ma anche nel corso dell’analisi, l’esperienza analitica fa godere molti. Senza alcun dubbio. Perciò alcuni non vorrebbero mai smetterla, come fu il caso del famoso scrittore e neurologo Oliver Sacks, che fece analisi con lo stesso analista per oltre 43 anni, fino alla morte. Dato di fatto di cui la teoria stenta ancora a rendere conto – anzi, di solito la teoria ipotizza il contrario, parla sempre di difese e resistenze all’analisi. Voglio dire che analizzarsi è ormai parte della forma di vita dei ceti sociali che sono nella posizione avanzata della modernizzazione delle nostre società liberal-democratiche, capitaliste, basate sull’innovazione tecno-scientifica e sul primato della soggettività.

Sento dire che a Roma, di questi tempi, quando una ragazza viene presentata a un ragazzo a fini chiaramente di possibile storia amorosa, una delle primissime cose che la ragazza dice, evidentemente per rassicurare l’aspirante partner, è “sto in analisi”. È qualcosa di cui vantarsi, come avere una Mercedes, una barca a vela o una villa in campagna?

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