di Marta Rosso
Lo scorso 17 maggio è uscito per Bompiani L’anno del fuoco segreto. Il novo sconcertante italico, un’antologia di venti racconti firmati da Andrea Zandomeneghi, Dario Valentini, Vanni Santoni, Luca Ricci, Edoardo Rialti, Roberto Recchioni, Laura Pugno, Andrea Morstabilini, Elena Giorgiana Mirabelli, Gabriele Merlini, Francesca Matteoni, Gregorio Magini, Loredana Lipperini, Claudio Kulesko, Luciano Funetta, Carla Fronteddu, Francesco D’Isa, Viola Di Grado, Giovanni Ceccanti e Andrea Cassini. Il progetto nasce nel 2021 su «Nazione Indiana», ospitato da Francesca Matteoni, per iniziativa di Edoardo Rialti e Dario Valentini (qui il testo di presentazione) e viene in seguito ampliato in vista dell’edizione cartacea
Che una casa editrice come Bompiani si interessi di produzioni legate alle nicchie letterarie e agli indipendenti è un fatto che già di per sé suscita interesse, e in questo caso anche diverse polemiche a proposito della scelta del sottotitolo. Il “novo sconcertante italico” è una formula ironica che è stata giustamente preferita alla definizione “new Italian weird”, diffusasi spontaneamente su riviste e blog letterari tra il 2016 e il 2019 (con particolare intensità nel 2017-18) per tentare di descrivere alcuni romanzi italiani difficilmente classificabili e presto rinnegata in quanto poco calzante se confrontata con il corrispettivo statunitense – più determinante risultava la ricezione di alcuni autori mitteleuropei contemporanei –, la cui ironia potrebbe tuttavia non risultare immediata a chi non conosce il dibattito online che ne fa da premessa (lo ricostruivo in un lungo articolo scientifico, ripubblicato su «Le parole e le cose» qui e qui) oppure venire scambiata per intellettualismo da chi confonde l’editoria con l’accademia. 
Una certa “stranezza” sembra oggi al centro di diversi testi estranei a una precisa catalogazione di genere: nel dibattito del 2016-19 il saggio The Weird and the Eerie di Mark Fisher è stato citato a più riprese per aiutare a cogliere, senza inficiare o sostituirsi alle definizioni¹ precedenti, le nuove sfumature che il concetto di “weird” avrebbe assunto nei fatti e nelle pratiche letterarie contemporanee, sempre più tese a cogliere l’estraneità che permea l’esperienza del reale, e che non riguarda soltanto la letteratura prettamente “di genere”. Dal momento che, come si è visto, di un effettivo “new Italian weird” non si può parlare, a mio avviso il concetto è piuttosto riformulabile in termini di tensione verso l’estremo e l’irrappresentabile, che scontrandosi con l’evidente limite di come narrativizzare l’alterità si traduce, se non in esperimenti linguistici visionari e semanticamente arditi, nella ripresa e nel rimescolamento di strategie rappresentative e repertori di genere. Si è parlato per questo di “sconfinamento” e di ibridazione, fatto che per qualsiasi studioso di filologia e di teoria dei generi letterari costituisce da sempre la forza motrice alla base della storia della letteratura: in questo caso è proprio il “modo” fantastico a permettere una tale contaminazione e coesistenza di cifre stilistiche, prospettive e atteggiamenti, secondo combinazioni e interferenze peculiari di ogni fase letteraria e di ogni autore. Mentre altrove – si pensi a titolo esemplificativo al neonato progetto «Metatron», una serie di racconti curata da Claudio Kulesko e ospitata sul blog della casa editrice Timeo – prendono forma linee editoriali che insistono sull’«alterità radicale» e sulla visionarietà², l’antologia di Bompiani va a occupare diversamente tale campo letterario, lasciando spazio a una pluralità di prospettive.
Lungi dal riunirsi sotto un’etichetta o un manifesto programmatico, ciascuno degli autori coinvolti in L’anno del fuoco segreto si cimenta a proprio modo in lingue letterarie che esplorano i limiti del visibile e della comprensione umana e in narrazioni fantastiche che diano forma a incubi e visioni contemporanee, tra tematiche e toni distopici, speculativi, postapocalittici, lovecraftiani, fantasy, surreali, noir, pulp, lisergici e allucinati, folcloristici e fiabeschi, a tratti addirittura gotici e romantici se non apertamente metanarrativi. L’antologia non prende dunque le mosse da un’unità né di (sotto)genere né di intenti, ma si propone di dare spazio alla molteplicità di forme che il fantastico ha assunto nel corso degli ultimi anni nelle prose di autori che dimostrano una varietà di influenze, non soltanto di genere, il cui ventaglio in questa antologia sembra ancora più ampio. Per riprendere le parole dei curatori, che nell’introduzione all’antologia parlano di «fuga da categorie e definizioni previe»: mentre sul Tascabile Valentini descrive il progetto come un «cantiere aperto», riunitosi in un primo momento spontaneamente intorno a una rivista online e scevro di propositi di esaustività, capace di testimoniare le sfaccettature di produzioni letterarie contemporanee anche molto diverse tra loro – non da ultimo in quanto opera di tre diverse generazioni di autori –, Rialti afferma invece che «lo “Sconcertante” attesta il fermento – più o meno consapevole e maturo – di qualcosa in più del semplice perenne sovrapporsi, e indica semmai il collasso delle distinzioni medesime». Che sia questa la nuova cifra del contemporaneo, come sembrano dirci i due curatori, o semplicemente un suo sintomo?
I racconti sono per questo molto diversi tra loro, come del resto lo erano i testi coinvolti nel dibattito del 2016-19. Mentre alcuni sono più o meno inquadrabili come rivisitazioni del folk horror e delle fiabe nere (Mirabelli, Matteoni, Fronteddu, Cassini) o narrazioni distopico-speculative in cui si viene proiettati in un mondo postapocalittico – dove ora le pandemie svolgono un certo ruolo – per immaginare forme diverse di comunità umane o esorcizzare le paure per la fine del mondo (Pugno, Magini), in altri è l’alterità a penetrare all’interno: si pensi alle narrazioni in cui la descrizione cruenta di una violenza fisica sfonda il confine tra la vita e la morte, lasciando che le voci di antichi rituali sacrificali si infiltrino tra i paragrafi e le righe (Rialti), o alle suggestioni musicali che si traducono nel tentativo di captare pensieri e visioni non umani attraverso dissonanze ed esperimenti testuali sinestetici (Valentini), oppure ancora alle prose surreali e ironiche che restituiscono l’estraneità e l’incomprensione alla base degli atti comunicativi stessi (Merlini, Di Grado).
Soltanto un racconto si ispira direttamente alle atmosfere della letteratura weird (Kulesko), un altro fonde gotico e romantico con l’immaginario degli albori del cinema fantascientifico in Le Voyage dans la lune (Morstabilini), un altro ancora richiama le distopie delle serie tv come Black Mirror (Ricci). In pressoché tutti, a ogni modo, la componente orrorifica e mostruosa del weird lovecraftiano viene lasciata decisamente alle spalle per dare voce a nuove inquietudini, in parte frutto di un rinnovato rapporto con la realtà e il mondo, per cui la realtà sembra essere sempre più finzionale e il finzionale sempre più reale. Il non detto svolge un ruolo fondamentale nel produrre una certa esperienza di lettura, e i racconti più riusciti sono proprio quelli che, all’interno di narrazioni apparentemente lineari, privano il lettore di una parte delle coordinate diegetiche, non soltanto eludendo l’orizzonte d’attesa (D’Isa, Ceccanti), ma a volte compromettendo anche la sua stessa formazione di pari passo con le alterazioni mnemoniche di cui soffrono i personaggi (Funetta).
Due mi sembrano i motivi o i pretesti narrativi ricorrenti. Da un lato si insiste sulle soglie, che non vengono più semplicemente oltrepassate bensì dissolte, o a cui viene data forma plastica per ridisegnare i confini tra regno umano e vegetale (Valentini), tra mondo umano e
virtuale (D’Isa), tra vita e morte (Rialti, Matteoni) – oppure si pensi ai personaggi che si muovono liberamente in un continuum veglia-sogno (Fronteddu), o che funzionalizzano il potenziale metanarrativo insito nella stessa commistione di generi (Santoni), o che esplorano umoristicamente l’aldilà rimaneggiando l’immaginario fantasy attraverso le possibilità dei videogiochi (Recchioni). Dall’altro lato i corpi, con la loro sensibilità esacerbata e distorta, sono al centro della maggior parte dei racconti: sono questi i testi più visionari (Zandomeneghi, Matteoni, Mirabelli), che nell’antologia dialogano così con esperienze di lettura molto diverse, dai dettagli sanguinosi di altre fiabe nere (Fronteddu, Cassini) ai racconti distopici (si pensi alle trasmutazioni corporee e cerebrali in Pugno e D’Isa).
Mentre il “new Italian weird” continua a esistere unicamente nelle strategie di posizionamento della casa editrice – secondo una curiosa divergenza di visioni che non stupirà chi ha dimestichezza con il mercato editoriale – e nelle recensioni che perpetuano tale qui pro quo, a conti fatti il vero filo conduttore di L’anno del fuoco segreto è allora l’ibridazione e il mescolamento dei generi letterari, nell’antologia come all’intero dei singoli racconti e con risultati più o meno riusciti, per «superare vecchie e stantie contrapposizioni – reale e fantastico, prosa e poesia» (Rialti e Valentini nell’introduzione) e farsi portatore di un’insufficienza dei generi percepita tra chi scrive oggi, inserendosi d’altra parte in una tradizione di lunga data. Che invece la tradizione del soprannaturale non abbia più un peso decisivo nel bagaglio culturale di molti di questi autori può essere inteso da alcuni come una carenza, e tuttavia è proprio il punto della questione, emblematico del fatto che il fantastico si presta qui e ora a commistioni e riattualizzazioni di varia entità per raccontare le inquietudini contemporanee e trasfigurare un presente sempre più strano.
Note
¹ Sul weird anglosassone contrapposto al fenomeno italiano rimando a Marco Malvestio, New Italian Weird? Definizioni della letteratura italiana del soprannaturale nel nuovo millennio in “The Italianist”, 41(1), 116-131, per un approfondimento sulla storia della weird fiction a Francesco Corigliano, La letteratura weird. Narrare l’impensabile, Mimesis 2020, mentre su alcuni autori italiani contemporanei, pubblicati da Hypnos (progetto editoriale incentrato sul weird di ieri e di oggi) e da Nero, più propriamente inquadrabili come “weird” a questa recensione.
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² Così viene presentato il progetto sul blog: «Come l’angelo guardiano che presidia i passaggi, questo spazio fatto di parole, immagini e significati si propone di evocare un portale che conduca da ciò che è a ciò che non è – né potrà mai essere una volta per tutte: il non umano e l’inumano. Il farsi e disfarsi della carne del mondo. Impiegando il dispositivo di amplificazione immaginativa offerto dalla narrativa di genere e dalla theory fiction, tenteremo di squarciare il velo che separa l’essere umano dalla sua alterità radicale».
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Antologia che ha goduto di lancio speciale grazie a polemiche dei goblin del sottobosco editoriale, scrittori falliti che maneggiano canali youtube o tiktok cercando di vendere servizi editoriali a gente messa peggio di loro. Goblin talmente indietro da non sapere nemmeno che “new weird” in Italia ha preso tutt’altra connotazione rispetto a quella che intendono loro. Ma quando qualcosa viene accolto tanto male, con i curatori costretti a scrivere interi articoli per difendersi (i racconti non bastano??) forse il tarlo c’è. Prendiamo per buona la circoscrizione dell’italian new weird italian o novo sconcertante italico, come emersa nei tanti longform critici usciti negli anni, da Rosso a Galanti a Malvestio a De Vita. Può questa antologia dirsi rappresentativa di questo filone? Alla Bompiani i goblin dello scrittorame fallito youtubante contestavano le parole “la prima antologia weird italiana”, che invece ci stanno, visto il rilievo nullo di quanto scritto dai goblin succitati. Ma questa antologia può essere l’antologia del novo sconcertante italico? Vediamo autore per autore. Zandomeneghi: ci sta. Valentini: non chiara sua presenza: a che titolo? Santoni: presenza giustificabile per meriti editoriali (ha ideato la collana che più ha creato il new weird italiano) ma non è autore di racconti né autore weird. Ricci: famoso autore di racconti ma non weird. Rialti: una volta i curatori non si autoescludevano? Recchioni: Dylan Dog è weird? A volte. Ma appare forzato. Pugno: sì. Morstabilini: ci sta. Mirabelli: ci sta. Merlini: ??? Matteoni: ci sta. Magini: quasi. Lipperini: meriti critici ma non è autrice weird. Kulesko: sì. Funetta: sì. Fronteddu: ??? D’Isa: meriti editoriali (rivista che ha lanciato dibattiti a tema) Di Grado: non weird. Ceccanti: ??? Cassini: quasi.
Su 20 autori: 7 sì, 5 forse/ammissibili, 8 no. Mancanze ovvie: Labbate e Gentile (il “gotico mediterraneo” è filone del nwi), Crudeli, Vaccari, Pierantozzi (“Uno indiviso” inaugura il filone), Musolino.