di Nicolò Marangoni

 

Se negli ultimi anni l’opera di Gianni Celati ha goduto di una fiorente attenzione critica – in parte grazie all’inserimento nella collana dei Meridiani Mondadori (2016) –, restava nondimeno inesplorata la sua posizione anfibia rispetto alle direzioni discontinue della critica italiana e anglosassone nel dibattito culturale che, dalla metà degli anni Cinquanta, ha interrogato numerosi studiosi dentro e fuori l’accademia. L’originale contributo di Simone Giorgio, L’ascolto di una tradizione (Quodlibet, 2025), comincia infatti proprio da una domanda: «Cos’era il Modernismo?» o più precisamente «cos’era il modernismo per Celati?». Giorgio cerca di sciogliere l’ambiguità insita in questa categoria critica, ripercorrendo le letture date dai più importanti studiosi del tempo come Greenberg, Kermode e parallelamente Fiedler, Sontag, pervenendo alla constatazione di una mutazione di questo campo teorico nel corso del tempo. Negli anni in cui si era cominciato a discutere del modernismo e dei suoi confini cronologici, si doveva tenere conto ormai di un «triplice nodo concettuale» dato dalle categorie critiche di: High Modernism-Late Modernism-postmodernism.[1] È la fase di “passaggio” – quella che in Italia studiosi come Toracca, Donnarumma e Luperini hanno denotato come neo- o tardo modernismo –, ad interessare maggiormente la ricostruzione teorica di Giorgio in rapporto all’evoluzione intellettuale di Celati e alla persistenza di tecniche moderniste nei suoi primi romanzi.  Dietro la linea del neomodernismo italiano e la genealogia degli studiosi ricordati da Giorgio vi è il nome tutelare di Frederic Jameson. Lo studioso americano aveva compreso lucidamente come il modernismo sia animato da una doppia natura: una temporalità moderna da una parte, e una premoderna dall’altra. L’influenza di Jameson è al cuore anche della prima chiave critica originale proposta da Giorgio nel primo capitolo del libro, il quale propone – nel fitto intreccio del dibattito sul modernismo – di aggiornare il campo teorico e di rileggere lo stesso nomadismo intellettuale e creativo di Celati sotto la lente di quello che il teorico inglese Mark Fisher definì: «modernismo popolare».[2] Questa felice formula non solo consente di superare il dibattito con la neoavanguardia, ma coglie appieno lo spirito critico con cui Celati si forma come intellettuale negli anni Sessanta e Settanta: gli anni della lettura e dello studio dell’Ulisse, e soprattutto della contestazione, quando in America germoglia la controcultura e il giovane Celati si trova professore alla Cornell University.

 

Il modernismo popolare rivela e tiene insieme due aspetti centrali nel primo Celati: l’attentissimo lavoro sulla forma e la volontà di superare una certa «unità di pensiero», un elitarismo borghese che vedrebbe lo scrittore e il suo “io” psicologizzato al di sopra, staccato dall’orizzonte pubblico dei lettori. Col primo romanzo, Comiche (1971), Celati compie infatti un cortocircuito rispetto ai dogmi e agli schemi fissi della «cultura monolinguistica del romanzo classico», portando avanti alcune idee già sviluppate in forma saggistica in diversi interventi licenziati in varie riviste dell’epoca e poi raccolti in Finzioni Occidentali, sulla scorta del pensiero di Bachtin, Frye e Deleuze. Celati apre la sua scrittura a nuove forme di interdisciplinarità (la musica, il cinema, la fotografia) e a forme della tradizione folklorica della cultura popolare, valorizzando tanto il dato corporale quanto la dimensione orale del testo. La convivenza che si instaura tra le tecniche moderniste e la persistenza di elementi della tradizione rinascimentale e settecentesca non solo rivela il magmatico bacino culturale sotteso all’esordio narrativo di Celati, ma a un secondo livello, come sottolinea il contributo di Giorgio, fa notare che il collante tra le parti sia stato proprio l’esempio narrativo di James Joyce.

 

Simone Giorgio compie così con questo studio una nuova analisi del background «non formulato», celato dietro alle scritture dei romanzi “comici” e verbigeranti della stagione degli anni Settanta, scomponendo il «prisma Celati», la sua nomadica disposizione alle lettere, attraverso l’opera joyciana. A impreziosire poi la ricerca compiuta da Giorgio si aggiungono i materiali inediti tratti dall’archivio Einaudi, dal Fondo Celati e soprattutto dall’Archivio storico dell’Università di Bologna, da cui lo studioso riesuma la tesi di laurea scritta da Celati tra il 1964 e il 1965 e di cui in appendice vengono rese edite per la prima volta alcune delle parti più significative. In questo lavoro critico e filologico rigoroso, Giorgio ricostruisce come Joyce non sia solo l’autore con cui Celati si laurea sotto la guida di Carlo Izzo ma, ad un livello più inconscio, come l’irlandese rappresenti un vero e proprio «Big Bang critico-letterario», l’esempio massimo di «letteratura collettiva» su cui lo scrittore emiliano cominciò a tracciare gli assi che reggeranno l’intera ricerca narrativa degli anni a venire: oralità e visualità. Nei capitoli che seguono, infatti, l’analisi di Giorgio si sofferma proprio su questi due ampi temi.

 

Prendendo le mosse dal rapporto instaurato da Celati con lo spazio esterno, che nella prospettiva dello scrittore non può mai darsi senza uno scambio controbilanciato con un’interiorità che lo attraversa, Giorgio propone una nuova lettura della visualità celatiana adottando il concetto di regime scopico, termine coniato da Martin Jay e al centro dei visual studies contemporanei. L’esperienza visiva di Celati viene così analizzata da una nuova prospettiva, scomposta nei termini di immagine, dispositivo e sguardo: elementi che permettono una puntuale ricognizione della sua evoluzione, dalla fascinazione surrealista degli anni Settanta al successivo passo fenomenologico. Nel delineare i concetti di spazio e visualità, Giorgio richiama in particolare Walter Benjamin e Susan Sontag, due autori ai quali Celati sembra avvicinarsi, in modo particolare, in quegli anni. Nell’analisi di Giorgio riveste un ruolo privilegiato la teoria documentaria e l’uso del montaggio, con cui Celati – riprendendo Joyce – concepisce la scrittura. Giorgio ipotizza che la dominante cinematografica, tanto evidente nei romanzi degli anni Settanta – e altrettanto nei risultati degli anni Novanta –, derivi non solo dall’Ulisse – in particolare, l’episodio di Circe –, ma anche dalla fascinazione per Beckett e dalle forme vaudeville, music hall e slapstick.

 

Nell’ultimo capitolo del libro, l’attenzione si sposta sul rapporto reciproco tra parodia e oralità, che non solo rivela un ulteriore debito di Celati verso Joyce, ma permette a Giorgio di ipotizzare il difficile posizionamento dello scrittore emiliano nel canone italiano. Dalla regressione dei romanzi comici – dove l’influenza joyciana emerge con maggiore evidenza – alla semplicità dei racconti padani degli anni Ottanta, l’analisi di Giorgio svela una continuità di fondo nell’evoluzione stilistica di Celati: la postura assunta dallo scrittore apertamente anti-cartesiana e, più in generale, antiborghese.

 

In definitiva, L’ascolto di una tradizione offre una preziosissima ricognizione iniziale del rapporto Celati-Joyce, non tanto sul piano traduttologico, quanto nella profonda meditazione di Celati sull’Ulisse modernista e sull’influenza esercitata da quest’ultimo sui suoi romanzi, sulle riflessioni saggistiche e sul ruolo di mediatore culturale che Celati ha ricoperto – talvolta suo malgrado – negli anni Sessanta e Settanta. Lo studio giunge così a una collocazione inedita della voce dell’autore emiliano negli anni del dibattito sul modernismo europeo: una prospettiva del tutto nuova che apre alla comunità critica un campo d’analisi innovativo, in cui il lavoro di Giorgio si pone come pionieristico.

Se l’intento programmatico di Celati era sempre stato quello di «liberare la letteratura dalla letteratura», il libro di Simone Giorgio ci conduce con grazia alle radici culturali dell’«anarchia permanente» celatiana e, più specificamente, al «canone privato» che dialoga esplicitamente o implicitamente con le sue scritture: Bachtin, Benjamin, Deleuze, Sontag, Beckett, Céline e, soprattutto, James Joyce.

 

Note

 

[1] Tiziano Toracca, Late modernism and Italian Neo-Modernism: Some Critical Remarks, in Massimiliano Tortora, Annalisa Volpone (a cura di), Borders of Modernism, Morlacchi Editore, Perugia, 2019, p. 502.

[2] Mark Fisher, Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, minimum fax, Roma, 2019, pp. 22-23.

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