di Alberto Casadei
[Esce oggi Un altro vero. Poesia e autenticità come dialogo e ricerca nella collana “Punti di vista” di Mimesis editore, un volume a cura di Maria Borio e Laura Di Corcia, con contributi di Alessandro Ferrara, Gian Mario Villalta, Jan Baetens, Gianni Turchetta, Alberto Casadei, Italo Testa, Roberto Cescon, Andrea Inglese, Franca Mancinelli, Tommaso Di Dio, Azzurra D’Agostino, Davide Castiglione, Massimo Natale, Giovanna Frene, Alberto Bertoni. Il libro sarà presentato al Salone del libro di Torino domenica 17 maggio alle 14:00, Pad. Oval, Sala della Poesia. Pubblichiamo in anteprima l’intervento di Alberto Casadei].
Per poter parlare di autenticità e poesia, occorre distinguere alcuni macro-ambiti. Non interessa innanzitutto esaminare la verità dei contenuti proposti, che riguarderebbe l’etica o al limite la giustizia, mentre è chiaro che non dobbiamo pensare a un Leopardi effettivamente collocato dietro una siepe per poter indagare l’autenticità dell’Infinito. Né, stando a quanto ha messo a fuoco Lionel Trilling nel suo Sincerity and authenticity (1972)[1], possiamo far coincidere la sincerità e l’autenticità, non solo per ragioni storico-culturali (la prima sarebbe prevalentemente ricercata tra Sei e Settecento, la seconda dal primo Ottocento in avanti), bensì per un evidente rincaro psicologico e gnoseologico attribuibile solo alla seconda: l’autentico, in poesia, può risalire heideggerianamente sino alle fonti dell’Essere, oppure può configurarsi come una fedeltà assoluta ai propri princìpi, persino di fronte a una sempre crescente ‘inautenticità’ nei rapporti personali e sociali moderni. In generale, la questione della poesia che si ponga come autentica si potrebbe descrivere in questi termini: è possibile che, con una scrittura in genere legata all’elaborazione di un individuo umano, si riesca a intercettare una condizione esistenziale inespressa nella quotidianità e nel mondo delle relazioni interpersonali, tale da essere rilevante per la comunità oltre che per il singolo?
Sono problemi toccati già vent’anni fa da Guido Mazzoni nel suo Sulla poesia moderna (2005), e da lui risolti soprattutto ricorrendo a categorie filosofiche e sociologiche come quella della coscienza infelice (Hegel) e quella del narcisismo diffuso (Christopher Lasch in primis, ma anche Charles Taylor, del quale peraltro ora andrebbe considerato attentamente Cosmic connections: poetry in the age of disenchantment, 2024)[2]. Rispetto a quell’analisi, si potrebbe notare che il problema di una scissione tra interiorità e mondo esteriore non rimanda quasi più a un primum religioso o metafisico cui si aspira, per riconoscerlo o addirittura ricongiungersi, mentre il narcisismo ha ora ottenuto, attraverso i vari tipi di social, una piena soddisfazione nelle modalità di autopresentazione o self-fashioning, il che in effetti amplifica le variazioni fra opere e profilo del sé: come hanno notato Hans-Georg Moeller e Paul J. D’Ambrosio in You and your profile (2021)[3], non si tratta più di essere inautentici, perché anzi nei social possono emergere persino gli aspetti psicologici e comportamentali che il singolo considera suoi propri; si tratta invece dell’effetto sempre meno coerente che si coglie fra quanto un autore o un’autrice scrive, anche in chiave autobiografica, e quanto elabora, magari senza alcuna volontà mistificatoria, in un post. Semplificando: gli enne dettagli ‘autentici’ ricavabili dai social non sono tali da integrarsi con l’‘autenticità’ delle opere, pur trattandosi in teoria delle stesse persone-agentes. E semmai si dovrà allora, come propone Gilles Lipovetsky (Le sacre de l’authenticité, 2021)[4], demistificare le incrostazioni cresciute sull’idea di un’autenticità buona, emersa da Rousseau e poi da Kierkegaard, per tornare a una sua concezione non feticistica.
A questo punto occorre pensare a un’ulteriore definizione dell’autenticità in poesia, che non riguardi né l’ontologia (la poesia è autentica e riconduce alle sorgenti dell’Essere: ma si vedano le contro-indicazioni adorniane riguardo all’heideggerismo), né la postura degli individui (il loro narcisismo e le loro relazioni interpersonali), quanto piuttosto la tensione a costruire un nuovo rapporto stilistico fra esigenza di manifestarsi e ricognizione di aspetti del vivere non indagati. Se, come sosteneva Hegel, l’arte deve appropriarsi di ciò che le è estraneo, il primo stadio di autenticità poetica attuale si coglie nel definire l’estraneità del nostro ‘reale’ rispetto a quanto già noto: è, in primis, l’operazione compiuta da Paul Celan o Amelia Rosselli, poeti non riconducibili né a una matrice surrealista né a una simbolista-ermetica, e creatori di forme di oscurità decifrabili, più che con strumenti psicanalitici, con attente analisi stilistico-cognitive. Potremmo parlare per questo primo filone di ‘autenticità dell’eversione dello stile’.
Ma la realtà può essere straniata anche attraverso procedure di ripetizione, forme di modularità, azzeramento di una funzione linguistica dell’io, e ciò implica spesso che l’autenticità sia rinviata a un’ideologia soggiacente, che viene traslata appunto nell’analisi dei documenti come reperti di una condizione storica e personale irriscattabile. Sono forme adottate da varie Avanguardie, e in Italia soprattutto dal Gruppo 63 e da autori e autrici anche molto più recenti che si pongono in questa corrente, da Marco Giovenale a Andrea Inglese, da Gilda Policastro sino al Vincenzo Ostuni del Faldone (ultima versione: 2025)[5].
Proseguendo su questa strada, si potrebbe addirittura assegnare una patente di autenticità a quasi tutte le forme attuali di poesia non ingenua, ma resterebbe inevaso un punto essenziale: perché i fruitori dovrebbero considerare autentici (o meno) determinati testi, espressioni di un individuo riconoscibile o viceversa corali e non attribuibili a un singolo? Potremmo affermare che, qualunque sia la dimensione originaria del poetico, nelle varie transizioni storiche si è allargata la presunzione di autenticità, che ha assunto un ruolo anche estetico-valutativo a partire dal Romanticismo; lo ha poi più volte ribadito, su basi estetiche diverse ma complementari, nel periodo delle sperimentazioni (con un’enfasi sulla congiunzione avanguardie-ideologie massimaliste). Attualmente si possono considerare autentiche teorie poetiche persino tra loro agli antipodi, mentre l’inautentico viene assegnato alla larga fascia di produzione lirica immediata, dalle manifestazioni di un’anima bella alle imitazioni passive di modelli scolastici, che sono peraltro quelle più diffuse negli ambiti delle comunicazioni non filtrate e permeano, con il gergo inautentico delle ‘emozioni’, molti altri ambiti limitrofi, a cominciare da quello (comunque autonomo) della poesia per musica.
Questa mera constatazione risulta ancora insoddisfacente. I distanziamenti fra teoria e prassi poetica continuano a risultare palesi in molte opere, e comunque si fa fatica a riconoscere una voce (nel senso ampio assegnato a questo concetto da Jonathan Culler in Theory of the lyric, 2015)[6] che sia al contempo consustanziale a un individuo, magari addirittura un performer, e nata da un’esigenza collettiva, per esempio da quelle delle comunità locali o glocali che si possono creare negli spazi fisici o nel Web. Oltretutto, proprio questa condizione sincretico-virtuale ha posto in evidenza che le marche dell’autenticità possono variare di molto da cultura a cultura, e che la componente della ‘confessione del sé’, ab origine in Occidente tipica dell’agostinismo-petrarchismo lirico, risulta inutile o esibizionista in altri contesti.
Posto insomma che l’autenticità non è un tratto emergente e stabile del poetico, come potremmo riconoscere, in questa fase storica, le marche che permettono comunque di ipotizzarla? In primo luogo, possiamo considerare l’autenticità attuale del poetico ogni ambito contenutistico-stilistico non riproducibile da un’Intelligenza Artificiale (IA) addestrata per creare versi. Sappiamo che l’addestramento su un corpus amplissimo di testi considerati poetici nelle varie culture può produrre risultati molto soddisfacenti, se si vogliono poesie ‘alla maniera di’: e tuttavia, siamo appunto arrivati a veri e propri falsi, in cui la componente autoriale, implicita a livello etimologico nell’autenticità, è azzerata, mentre rimane attivo l’obiettivo ora più diffuso nelle comunità social, ovvero la condivisione di un oggetto riconoscibile e facile da diffondere, un ‘meme’ del poeta X.
Certo, questa esclusione implica che si eliminino i tratti stilistici superficiali come inutili, il che non è sempre stato vero: in fondo, il grande serbatoio della poesia più alta fra Cinque e Seicento è stato proprio il petrarchismo, peraltro piegato a esiti imprevedibili ma pur sempre a partire da uno stile marcatissimo. Solo che adesso la temperatura media del poetico, incarnata in modi impersonali appunto dalle IA, non sopporta più un primum che sia previsto in ogni suo aspetto conoscendo codici e stili acquisiti dalla storia letteraria: il postmodernismo, nelle sue varie sfaccettature, li manipolava con ironia ma non con passività; la lirica da IA ci garantisce riguardo a quanto è diventato mera passività.
Un’altra marca che potrà contraddistinguere, ora e in futuro, l’autenticità del poetico è quella del blending nelle sue varie accezioni. Non si tratta più solo di liberare la metaforicità, tendenza trasversale a gran parte della poesia otto-novecentesca, e dovrebbero essere invece impiegate forme e sostanze dell’espressione per materie del contenuto non circoscritte a quelle studiabili in singole discipline. La poesia non può certo sostituirsi all’astrofisica o alle neuroscienze o alla psicologia in tutte le sue diramazioni, tuttavia può interrogarsi sui problemi aperti e percepibili da ciascun individuo umano, al di là delle sue specifiche conoscenze. L’autenticità poetica riguarderebbe allora la percezione profonda di un sé-idem (non di un ipse, per impiegare la nota distinzione di Paul Ricoeur), che non si ricompone narrativamente e viceversa si espone per frammenti sondando i propri tratti essenziali. I problemi di un legame tra una materia, che si rivela magari ondulare-riconfigurabile, e una coscienza che è parte di quella materia e tuttavia la vuole interpretare come se fosse al di fuori di essa, sono eccezionalmente forti persino se ci si limita a esporre i più banali ‘fatti’ che l’individuo percepisce: la poesia autentica non può non porsi come se la voce che fa emergere fosse anche quella del corpo e del suo legame con una biologia (o una natura) che lo genera e lo riprende.
Sono aspetti che ho iniziato a indagare in un mio volume di qualche anno fa (Biologia della letteratura, 2018)[7], ma che poi sono stati variamente elaborati in opere di autori e autrici che da anni si occupano della questione dell’autenticità, come si ricordava all’inizio. Rispetto a quanto ho già scritto vorrei aggiungere adesso un ulteriore tassello, forse utile per ricerche future. Come tutte le opere creative, pure la poesia è un artificio, che può essersi evoluto a partire da una base rituale, ha mantenuto a lungo componenti sacrali e ha comunque richiesto sforzi sempre più intensi per allargare le modalità di impiego non referenziale del linguaggio. Ciò implica, nelle varie epoche, la nascita di miti della poesia, che può essere portata, dalla sua dimensione di techne, sino a quella del sublime e, quasi inevitabilmente, dell’oscurità. Ora, i nuovi artifici poetici che vogliano rivelarsi autentici non possono più sopportare una ri-mitologizzazione, come quella esperita soprattutto fra Romanticismo e Simbolismo, ma possono unire la capacità di elaborazione di qualunque materiale verbale con una stilizzazione che sia pure inclusione delle immagini, delle voci, delle musicalità, e ora forse soprattutto delle nuove forme di condensazione aforistica. La scommessa è quella di essere autentici non nell’esibizione di un io che si autoraffigura, come nei ritratti in versi tra Sette e Ottocento, bensì di un individuo interpretante, che si coglie in maniera multiprospettica, sapendo di essere anche voce, immagini, pensieri sull’estraneo, così come possono essere fagocitati dagli strumenti di condivisione in internet. Se quelle singole immagini sono inautentiche perché condizionate dalla necessità dell’apparire con il proprio profilo, la loro somma individuale e la somma delle somme di tutti gli individui possono aspirare a una gnoseologia dell’autenticità, valida non solo in questo tempo.
Poscritto
Avevo già chiuso queste considerazioni quando ho potuto leggere uno scritto di Italo Testa & Chatgpt, dal titolo Come se fossi io. Dialogo sull’autenticità[8]. La prima parte si presenta come un elaborato di Testa, fondato su alcuni suoi assunti già espressi in varie opere, e in particolare in Autorizzare la speranza (2023)[9], che introduce la nozione di ‘autenticità’ come speranza e utopia, quindi al futuro, le quali potranno compiersi solo in una relazione, umana e appunto poetica, per creare spazi di possibilità e per avvalorare una promessa nella forma offerta. Solo che il Poscritto 1 ci avvisa che si tratta di un’elaborazione in gran parte dovuta a ChatGPT5, sulla base dei testi ‘autentici’ di Testa, rivista blandamente ma poi lasciata ai lettori come opera redatta ‘in doppio’. Autentica o no? Scritta dall’algoritmo addestrato come Testa, ma poi accettata e fatta propria dal Testa-autore: dunque, come classificarla? Un ibrido falso-autentico? Non basta, perché poi interviene, in ben due Poscritti con registri e livelli meta-riflessivi diversi, la stessa IA, che a sua volta riflette, dalla propria angolatura di entità digitale che deve auto-comprendersi per auto-correggersi: l’esplicitazione del suo ruolo non come semplice aiutante, bensì come continuatrice dell’elaborazione teorica di Testa con altri mezzi, rende il prodotto in qualche modo autentico, come quando modifichiamo elaborati personali dopo averli discussi con interlocutori di fiducia e non per questo sono meno nostri. Tuttavia l’esperimento è di sicuro più radicale, perché rende esplicito il fatto che l’autenticità uno non se la può attribuire stabilmente, è comunque provvisoria anche quando deriva da una lunga meditazione personale; oltretutto, il riconoscimento reciproco può introdurre effetti di eco, ridondanze, in ultima istanza creare un ‘effetto di autenticità’ analogo al barthesiano ‘effetto di realtà’. Credo comunque che ancora una volta le sfide il cui esito non è scontato siano sempre le uniche da affrontare: se chiediamo a una IA di essere nostri ‘integratori di autenticità’ aumentiamo o diminuiamo l’autenticità autentica? Per ora, direi, se non ricaviamo da questo dialogo niente di più rispetto a quanto avevamo già scritto o pensato, come avviene quasi sempre se l’IA lavora da sola, siamo meno autentici; ma se, obliquamente, l’IA ci rivela qualcosa che non avevamo colto nei nostri scritti o pensieri, l’Es del deep learning, forse potremmo parlare di ‘autenticità 2.0’, compatibile ed evolutiva rispetto a quanto qui abbiamo cercato di evidenziare.
Note
[1] L. Trilling, Sincerity and authenticity, Harvard U.P., Harvard 1972.
[2] Cfr. G. Mazzoni, Sulla poesia moderna, il Mulino, Bologna 2005, e C. Taylor, Cosmic connections: poetry in the age of disenchantment, Belknap P., Harvard 2024.
[3] H.G. Moeller e P.J. D’Ambrosio, You and your profile, Columbia U.P., New York 2021.
[4] G. Lipovetsky, Le sacre de l’authenticité, Gallimard, Paris 2021.
[5] V. Ostuni, Faldone, il Saggiatore, Milano 2025.
[6] J.Culler, Theory of the lyric, Harvard U.P., Harvard 2015.
[7] A. Casadei, Biologia della letteratura, il Saggiatore, Milano 2018.
[8] Il testo è apparso sul sito “Le parole e le cose2” (19 novembre 2025): https://www.leparoleelecose.it/come-se-fossi-io-dialogo-sullautenticita.
[9] I. Testa, Autorizzare la speranza. Giustizia poetica e futuro radicale, Interlinea, Novara 2023.
Ad un chiacchierologico livello (il mio), il punto di caduta delle AI odierne generanti infiniti oggetti/testi/ecc. e’ l’embodiment ancora non replicabile.. autenticita’ e avatar sono questioni ..mi scuso col prof.. superate da almeno cinque anni, come il deep learning (verso gli attention mechanisms) e ChatGPT (verso Claude di Anthropic).. se le riflessioni specifiche settoriali possano prescindere dalle capabilita’ al fronte d’onda dello strumento utilizzato (che ogni sei mesi fanno un salto rispetto alla versione o allo strumento precedentemente top) e dalle capacita’ di chi lo usa (banalmente: il prompting; ma piu’ nello specifico: la calibrazione dialettica per il contro pattern matching, a cominciare dal prompt sul fare i cento metri a piedi o con la macchina per andare all’autolavaggio), non saprei dire.. la piattaforma OpenCourseWare del MIT offre ancora moduli accademici specifici e gratuiti ma l’impostazione, gli scopi e le misurazioni sottostanti sono assai diversi dall’accademia italiana e piu’ in generale continentale, quindi unicuique suum e pace.