di Luigi Ballerini
[Proponiamo alcune pagine del volume di Luigi Ballerini, Le anguille di Leonardo, edito da Marsilio. Il libro è un’indagine sulla riscoperta e la legittimazione del piacere operata dagli umanisti fiorentini nel Quattrocento, che ha come punto di partenza la scelta di Leonardo di dipingere nel Cenacolo alcuni piatti di anguille, cibo proibito dalle leggi suntuarie ebraiche.]
Prologo impertinente: del Cenacolo di Leonardo piuttosto che di un’opera qualsiasi di Michelangelo
Ma d’un parlar ne l’altro, ove son ito
sí lungi dal camin ch’io faceva ora?
Non lo credo però sí aver smarrito,
ch’io non lo sappia ritrovare ancora.
Ariosto, Orlando furioso, canto xvii, 80, vv. 1-4
Nei discorsi che con malcelato pudore si propongono oggi intorno alla poesia, si fa qualche volta menzione di un salotto borghese la cui ubicazione il poeta T.S. Eliot, che l’aveva scelto come uno degli sfondi del suo Canto d’amore di J. Alfred Prufrock, preferì non precisare. Siamo comunque a Londra e vi si sta svolgendo un “party”. Tra gli invitati, alcune signore passano da una stanza all’altra parlando, non di debiti, non di amanti, non di figli o di gioielli, ma di Michelangelo: «In the room women come and go / talking of Michelangelo». Di quale aspetto della sua opera o di quale sua particolare prodezza parlassero, Eliot non dice, e la sua reticenza rimane a tutt’oggi un argine invalicabile. Nessun censimento delle topiche più gettonate consente di formulare ipotesi che abbiano qualche probabilità di cogliere nel segno: il Davide, la Pietà, i Prigioni, il “non finito”, il tormento degli schizzi di colore che gli cadevano sul volto mentre dipingeva il soffitto della cappella Sistina, il Mosè che non parla e si becca una martellata sul ginocchio, i sonetti amorosi per Vittoria Colonna scritti, secondo l’uso antico, come se la destinataria fosse un uomo… macché, una supposizione vale l’altra, nel senso che non se ne può indicare una, o anche due, o tre, che si stacchino con evidente supremazia dal fittissimo elenco dei resoconti, delle analisi, delle interpretazioni, dei giudizi critici, e infine degli aneddoti, che divulgano a tutt’oggi il profilo del sommo artista.
Davanti a una tale gamma di possibilità, c’è chi, richiesto di trasmettere in altre lingue il senso, quale che sia, del distico eliotiano ha preferito considerare del tutto perfuntoria la scelta dell’argomento: importa solo che si parli di arte, di arte vera… e dunque antica. Così, per esempio, in Francia, forse anche per obbedire a un impulso di ordine fonologico (ma lo si intercetta soltanto tirando per i capelli l’originale, e cioè accentando, more gallico, l’ultima sillaba: comeandgò / Michelangelò), Pierre Leyris, il pur attento traduttore del poeta angloamericano, ha causato una specie di corto circuito, trasformando disinvoltamente il super noto scultore in alcuni anonimi maestri senesi, sicuramente meritevoli ma, hoi moi, assai più scarsi in fatto di risorse aneddotiche («Dans la pièce les femmes vont et viennent / En parlant des maîtres de Sienne»).
E così è nato un curioso accidente: un plausibile cicaleccio si traduce in una assai improbabile conversazione accademica, poco conforme alla realtà di quell’epoca, e di quel “party”.
Per correggere il tiro con una proposta più aderente alle circostanze, ci pare lecito suggerire che l’unico artista degno di rimpiazzare Michelangelo sarebbe stato Leonardo.
Questa scelta avrebbe avuto un duplice vantaggio: primo, non avrebbe recato offesa alla consonanza e, pur decurtata di una sillaba, alla scansione metrica del poemetto («in the room women come and go / talking of Leonardo» si sarebbe potuto rendere in francese con «Dans la pièce les femmes vont et viennent / En parlant du maître Vincien») e, secondo, avrebbe consentito di ipotizzare con qualche precisione l’argomento della conversazione delle signore eliotiane.
Con Leonardo infatti le ipotesi non specialistiche si sarebbero ridotte all’osso. Delle due l’una, o Monna Lisa o il Cenacolo come, con latineggiante sineddoche locativa[1] – soprattutto a Firenze dove, tra prima e dopo Leonardo, ne hanno dipinti una cinquantina, e a Milano – più volentieri si chiama l’Ultima Cena di Cristo e degli apostoli.
Fatta questa osservazione, possiamo aggiungere immediatamente che pur essendo solo due i punti di partenza, ne sarebbero nate ramificazioni discorsive non meno rigogliose di quelle che echeggiano intorno a Michelangelo e alla fittissima rete di opere di cui ha lasciato testimonianza.
Se il sorriso della Gioconda (che enigmatico resta con buona pace di medici, storici dell’arte, mariti gelosi e psicanalisti inneggianti all’androginia) è, infatti, da secoli, se non l’esclusivo, certamente il principale focolaio di curiosità suscitato dal ritratto,[2] i discorsi che si sono assiepati intorno al Cenacolo sono talmente vari e variegati che a perseguirli tutti, uno per uno e fino in fondo, si correrebbe il rischio di diventare diabolicamente ossessivi, o disperati, al punto che l’inazione dichiarata («preferisco di no») e messa in pratica dal super accidioso scrivano Bartleby potrebbe diventare l’unica possibile risposta all’incalzare di una cento mille millanta insopprimibili opzioni.
Oltre al ragionamento intorno al tema del tradimento che sembrerebbe aver incuriosito e addirittura ossessionato Leonardo assai più dell’istituzione dell’eucarestia, non sono forse il deterioramento, da un lato, e, dall’altro, i tentativi di conservazione del dipinto (compresa l’idea di farne delle copie), argomenti primari di conversazione? E il tema della solitudine di Cristo e dell’inevitabile insolvenza teoretica dei suoi discepoli (di cui Cristo stesso sarebbe pienamente consapevole)? Per non parlare delle misture di verità e leggenda fiorite intorno all’esecuzione materiale dell’opera.
Recentemente poi si è aggiunto a tutto questo un nuovo tema, un po’ sacrilego rispetto ai precedenti, e tuttavia sintomatico del tipo di curiosità che caratterizza questa nostra epoca post-eliotiana.
Non certo dimentico dell’immane tragedia che è stata appena annunciata, ma distratto, con ogni probabilità, dal premere di più immediate, e assai meno ieratiche sollecitazioni, un osservatore nostro contemporaneo ha per un attimo distolto lo sguardo dalla grande agitazione che sconvolge gli apostoli assiepati in gruppi di tre ai due lati del Maestro, o, a contrariis, dalla sua rassegnata e pur dolorosa serenità, e ha posto gli occhi sui paralipomeni di quella che, con buona pace di tutti – anche di coloro che negano la coincidenza dell’Ultima Cena con un seder – rimane pur sempre la rappresentazione di una refezione ebraica e, come tale, soggetta a ben precise leggi suntuarie.
Vi ha notato la presenza non solo del pane e del vino o, come usava in tempi antichi, di pesci regolarmente dotati di scaglie e pinne, ma di alcuni piatti di anguille, ovvero di pesci che di scaglie e di pinne appaiono sprovvisti e che, come tali, sono espressamente proibiti dal Levitico (11, 9-10):
Questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutti quelli acquatici. Potrete mangiare quanti hanno pinne e squame, sia nei mari, sia nei fiumi. Ma di tutti gli animali, che si muovono o vivono nelle acque, nei mari e nei fiumi, quanti non hanno né pinne né squame, li terrete in abominio.
E, come se non bastasse, dal Deuteronomio (14, 9-10):
Fra tutti gli animali che vivono nelle acque potrete mangiare quelli che hanno pinne e squame; ma non mangerete nessuno di quelli che non hanno pinne e squame; considerateli immondi.
Per non essere travolti da uno tsunami di domande, sospetti e illazioni che, se mettono in difficoltà gli esperti che hanno imparato a leggere i codici di Leonardo da destra a sinistra senza l’ausilio di uno specchio, – figuriamoci quei temerari che non vanno al di là di una sconfinata ammirazione per l’ingegno e l’opera del maestro fiorentino – le pagine che seguono hanno come oggetto solo questo modestissimo argomento: che senso dare alla singolare e assolutamente inaspettata presenza di un cibo proibito sulla tavola dell’Ultima Cena. È chiaro che per motivarla, questa presenza, ed eleggerla tanto a spia di una svolta culturale destinata a dilagare in tutto il mondo, quanto a testimonianza, se non certa, altamente plausibile, della subtilitas pittorica e concettuale di cui fu capace Leonardo, un po’ a spasso siamo dovuti andare.
E andando a spasso, ci siamo imbattuti in personaggi, opere, luoghi, avvenimenti e curiosità talmente attraenti che, a rischio di perdere il filo del discorso, e però mai la voglia del traguardo – che qualche sorpresa dovrebbe pur suscitarla – non abbiamo saputo rinunciare al piacere di trattare ogni cosa con dovizia, a volte, di particolari.
Potrà sembrare a qualcuno che così facendo il nostro procedere abbia finito con l’assomigliare al modello narrativo del sublime e irriverente Ludovico Ariosto, che spesso abbandona i suoi eroi appena prima del compiersi di qualche cataclismatico avvenimento di cui saranno protagonisti in un canto successivo e riprende il filo di un discorso interrotto in un canto precedente. Confessiamo che, sedotti dal suo diegetico divagare, ci siamo concessi il piacere di digressioni che, ci auguriamo, il lettore non troverà disdicevoli e non riterrà dunque opportuno valutare come salti di palo in frasca. Anche la sequenza dei capitoli potrebbe volersi alterare. E sia.
Approfitti comunque delle scorciatoie chi non vuole seguire l’intero percorso (ma si perderà un bel po’ dei panorami che l’autore ha trovato irresistibili), e cominci a leggere dalla fine: dal sesto capitolo dove tutto, si fa per dire, si spiega, o addirittura dal ricettario, dove le anguille finiscono in padella.
Note
[1] «Quando a Roma fu introdotto l’uso greco di cenare sdraiati, i romani cominciarono a costruire nelle loro case degli ambienti (triclinia) che servivano come sale da pranzo. Più anticamente si cenava nell’atrium o nel tablinum o in un ambiente ricavato sopra il tablinum chiamato cenaculum». Enciclopedia Treccani dell’arte antica, ad vocem Cenacolo (Cenacûlum).
[2] Vedili illustrati in R. Ciuti, G. Cioni, Alla scoperta dei Cenacoli fiorentini, Firenze, GoWare, 2021. Una trentina erano già stati censiti e scientificamente commentati dall’ottimo Tradizione fiorentina dei cenacoli, a cura di C. Acidini Luchinat, R.C. Porro Pisani, Firenze, Cassa di Risparmio di Firenze, 1997.