di Sergio Benvenuto
Sigmund Freud parlò di tre ferite inferte al narcisismo umano: la copernicana, la darwiniana e la psicoanalitica.
Con la prima l’essere umano ha dovuto rinunciare a occupare il centro dell’universo. Con la seconda ha dovuto rinunciare a pensarsi come radicalmente diverso dagli altri animali. Con la terza, quella da Freud stesso inferta, ha dovuto ammettere che l’io non è padrone nemmeno in casa propria. Umiliazione cosmologica, biologica, psicologica.
Ma possiamo dire davvero che la modernità sia figlia di questa serie di ferite narcisistiche?
Di fatto, da Copernico in poi abbiamo assistito a un’esplosione senza precedenti del dominio umano sulla natura, così che oggi ci vantiamo di chiamare l’epoca geologica in cui viviamo Antropocene. Lungi dal sentirsi narcisisticamente umiliati, dopo il XVI° secolo gli umani sono giunti sulla luna, hanno industrializzato e inquinato quasi l’intero pianeta, provano a controllare anche la propria mente con psicofarmaci e altri sistemi. Con l’intelligenza artificiale hanno meccanizzato anche processi intellettuali sofisticati. Insomma, sembra proprio che quelle ferite filosofiche di cui parla Freud abbiano innescato di fatto una straordinaria arroganza umana da torre babelica, che spinge persino a voler colonizzare lo spazio extraterrestre. Come delle ferite narcisistiche possono aver moltiplicato la superbia umana? Forse superbia e ferite non sono opposti come si crede.
Forse quelle ferite narcisistiche, se ben contestualizzate, non risultano veramente tali.
1.
È vero che con Copernico la terra su cui gli umani poggiano i piedi cessa di essere il centro dell’universo. Ma proprio per questo la terra è stata messa in un luogo che per gli Antichi era ben più prestigioso del terrestre: il celeste. Siccome la terra tolemaica era al centro, stava giù, era infima. Gli umani erano condannati a starsene schiacciati sulla superficie del globo e invidiavano gli uccelli che potevano librarsi nel cielo. Sia Hermes che gli angeli non a caso erano alati.
Le sfere stellari tolemaiche erano disposte secondo una gerarchia di cui la terra occupava il gradino più basso. Man mano che si saliva nel cielo – da Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, a Saturno – aumentava l’eccellenza delle sfere fino al firmamento delle stelle fisse, oltre quindi il settimo cielo. Le stelle erano l’anti-camera del divino, la terra l’anti-camera dell’infernale. Platone nel Fedro aveva situato nell’iperuranios, nell’oltre-il-cielo, il mondo delle ideai, delle essenze sempre ferme. Il movimento per gli Antichi era imperfezione. È vero che la terra al centro non si muove, ma in essa tutto si sposta e muta caoticamente.
Dante sprofonderà Satana al centro della terra, ovvero nel luogo che più basso non si può. Cadere verso la terra va preso alla lettera: è precipitare da ciò che non cambia e, ai livelli più alti, non si muove nemmeno di moto circolare, verso tutto ciò che essendo terrestre diviene, nasce e muore.
Invece con Copernico la terra diventa pianeta tra i pianeti, anch’essa corpo celeste. Nulla sta giù, quindi, nemmeno l’umanità. Poi, con Galileo, le stesse cose terrestri verranno assunte nel mondo geometrico dei cieli di cui sono parte integrante. La rivoluzione galileiana riprende la scommessa platonica di applicare alla confusa terra l’ordine matematico dei cieli. Allora la terra uscirà dal degrado del divenire, e questa uranizzazione del terrestre – o, se si vuole, terrizzazione dei cieli – si compirà definitivamente con Newton. Con lui, le stelle diventano luoghi dove Homo sapiens può andare. E ci sta andando.
Con Einstein, poi, questa terrizzazione dei cieli si completerà: lo spazio cosmico risulterà curvo proprio come la superficie terrestre. Andando sempre dritti si può compiere il giro del sistema solare.
Insomma, sarei molto cauto nel considerare il copernicanesimo una ferita narcisistica. I film di fantascienza spaziale cercano di convincerci che in potenza gli umani possono raggiungere corpi astrali molto lontani.
2.
Quanto al darwinismo, viene formulato a metà del XIX° secolo nel paese che aveva fondato l’impero planetario più vasto della storia umana, le isole britanniche. Lo storico viaggio di Darwin alle Galapagos appare un corollario metaforico della conquista marittima del mondo da parte dell’Inghilterra. Dal dominio economico-coloniale del pianeta gli inglesi si spingono fino al dominio intellettuale del mondo biologico intero.
È famoso il dibattito tra il vescovo di Oxford Samuel Wilberforce e Thomas Huxley poco dopo la pubblicazione, nel 1859, dell’Origine delle specie di Darwin. Wilberforce diceva che era molto meglio anche per Huxley pensarsi come discendente da Dio piuttosto che da scimmie. E Huxley rispose che lui invece preferiva di gran lunga avere nonni scimmie anziché discendere da un vescovo che invitava a essere ciechi alla verità. In Italia però la storia veniva raccontata diversamente. Wilberforce avrebbe detto “meglio discendere da un angelo caduto che da una scimmia”. Al che Huxley ribatté: “Preferisco discendere da una scimmia, perché questo rende possibile il progresso”.
Insomma, Homo sapiens sapiens segnava un progresso, il quale sarebbe proseguito proprio grazie a Homo. Lungi dall’essere una ferita al narcisismo, il darwinismo ha contribuito all’euforia progressista dell’umanità.
Il progresso, appunto, è la grande scoperta o illusione della modernità: il corso del tempo diventa un illimitato miglioramento. La storia non descrive più un angolo di 360° gradi, ma è freccia senza limiti. Certo che le origini dell’umano sono molto umili, Homo sapiens è un parvenu, appare come il borghese che viene dal nulla ma è stato capace di arricchirsi a dismisura. Il sapere è un aumento continuo che riscatta l’umanità dalla povertà di armi naturali e di conoscenza innata, povertà di cui gli altri mammiferi sono privi.
Invece la dottrina cristiana era millenarista, ovvero il futuro è noto perché è già stabilito: ci sarà l’Apocalisse, la fine del mondo in cui si farà finalmente una giustizia ontologica. Tra il presente e questa conclusione non c’è veramente progresso, ma solo preparazione alla buona fine. Nel futuro per gli umani non ci sarà granché da fare, a loro basterà attendere la fine dei tempi, lieto fine per chi lo merita. Invece, il darwinismo si adatta a pennello alla visione storicista già nata nel XVIII° secolo, con Vico: l’idea che la storia dell’umanità sia un progresso che ci riserva scoperte e sorprese difficili da immaginare. Da una storia già conclusa da quando è iniziata, si passa alla visione di un’apertura illimitata. È quel che aveva fatto dire a Hegel che la storia è una storia dell’accrescimento necessario della libertà umana[1]. A questa storia di progressione aperta di libertà e verità si aggiungerà poi la fede marxista in società sempre più egualitarie, prima socialista, poi la Cuccagna comunista. E si aggiungerà soprattutto la fede nel progresso tecnologico, che dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie accelererà sempre più la sua corsa.
Insomma, il darwinismo non ha significato affatto un’intimidazione scientifica della stima di sé. E difatti, poco dopo, Nietzsche – richiamandosi in parte proprio a Darwin – parlerà di Über-mensch, di Oltre-uomo, di un superamento dell’umanità da parte dell’umanità stessa. Un auto-superamento che implica la morte di Dio, ovvero di ogni potere trascendente sugli umani. Anche di recente c’è un rilancio del post-umano in chiave tecnologica.
L’idea nella quale siamo stati tutti allevati è che la nostra umanità è solo una tappa di un processo che porterà ad assetti sempre migliori. L’ateismo diventerà una fede filosofica, un impegno militante, una ragione di lotta: togliere al divino per darlo all’uomo. I medici positivisti britannici usavano giurare non sulla Bibbia ma su The Origin of Species. Confiscare a dio la potenza per darla agli umani sotto un cielo vuoto.
3.
Quanto alla terza ferita, si è spesso redarguito Freud per la sua immodestia. Darwin non si paragonò a Copernico, come osava Freud mettersi sullo stesso piano di Copernico e Darwin? Ma anche se si vuol togliere a Freud l’eccellenza che elargisce a sé stesso, comunque nel secolo scorso non sono mancate teorie che possono essere prese per ferite narcisistiche.
Le ferite del XX° secolo sembrano avere questa particolarità: hanno il senso di una limitazione della potenza umana. In particolare, abbiamo avuto teorie e teoremi di limitazione della ragione umana. Il paradosso è che il secolo dell’auto-limitazione umana è stato anche il secolo della più spettacolare espansione della potenza tecnologica. E ci si chiede se questo non sia un paradosso solo apparente, forse tra iper-potenza e im-potenza potrebbe esserci una sorprendente implicazione.
Penso, in fisica, alle limitazioni che la meccanica quantistica pone alla nostra piena determinazione dei fenomeni col principio di indeterminazione di Heisenberg, al fatto cioè che non potremo mai conoscere completamente le cose. Il nostro non poter determinare allo stesso tempo la velocità e la posizione di una particella è il caso più eclatante di quest’irreparabile incertezza rispetto al mondo. Il sapere si slega completamente dalla certezza, che invece appariva essenziale da Descartes fino a Leibniz e Hume. Oltre alla cosmologica, la biologica e la psicologica, potremmo parlare di ferita gnoseologica del narcisismo umano.
È un teorema di limitazione quello di iuncompletezza di Gödel. Questo scinde una volta per tutte, in matematica, il dimostrabile dal vero. Ovvero, non tutto ciò che è vero è dimostrabile, c’è un reale matematico a cui la ragione matematica non avrà mai accesso. Quindi, il progresso matematico non potrà mai aver fine, mai raggiungere la completezza. Possiamo qui parlare di una ferita logica.
Questi e altri teoremi di limitazione vanno presi come principi di ragione insufficiente, che si sostituisce al principio di ragion sufficiente. Questo recita: “nihil est sine ratione”, “non esiste nulla che non abbia una ragione”. Questo è stato interpretato anche, in modo più limitativo, come: non esiste nulla senza una causa. Grazie al principio di ragion sufficiente, pensavamo che tutto ciò che esiste avesse una ragione – e di questo principio Hegel si è incaricato di darci una garanzia speculativa. Anche se l’ente non fosse creazione divina, la ragione umana era abbastanza divina da poter trovare una spiegazione ultimativa a tutto. Non a caso Leibniz sognava un giorno in cui i filosofi avrebbero risolto le loro dispute non con le parole ma dicendo “calculemus” e passando così alla soluzione[2]. Ma tutto ciò finisce con certe conseguenze della meccanica quantistica e del teorema di Gödel. Per cui “totum est sine ratione”.
Un principio di ragione insufficiente che del resto si era già profilato di fronte alla soluzione del problema dei tre corpi. Se ci sono tre corpi celesti sottoposti reciprocamente alla forza di gravità, come evolverà questo sistema e quale relazione porterà all’equilibrio delle attrazioni? Henri Poincaré ha dimostrato che si danno più soluzioni. Insomma, la ratio matematica è insufficiente per andare dal possibile matematico al reale in atto.
Si tratta di ferite della potenza intellettuale degli umani? Sì e no. Perché se c’è un reale che non potremo mai dimostrare né conoscere, è pur vero che l’essere umano, grazie alla propria ragione, è giunto a dimostrare rigorosamente questa indimostrabilità, a trovare da sé i propri limiti. Nella misura in cui l’umano riconosce razionalmente l’impotenza della propria ragione, si eleva a una potenza superiore, direi tragica. Dato che non c’è più una divinità onnisciente e onnipotente, l’umanità si auto-esalta riconoscendo a sé stessa la scienza di questa ignoranza e la potenza di questa impotenza. Homo smette di divinizzarsi come nel programma di Feuerbach, mena vanto invece della cicatrice indelebile della propria mancata onnipotenza. La torre di Babele cessa di salire verso l’alto, diventa una scala che la divinità scenderà per unirsi alla terra dei neotenici umani.
Questo processo di auto-idealizzazione da parte degli umani si è poi radicalizzato. L’antropocentrismo d’oggi non è più per l’uomo diventare dio, ma divinizzare la propria impotenza. Il XX° secolo ha segnato la rivalsa masochistica dell’umano.
Così, Homo sapiens non solo riconosce la propria imperfezione rispetto alla divinità, ma persino rispetto all’animalità.
Il filosofo nazista Arnold Gehlen elaborò una teoria antropologica che oggi piace tantissimo ai filosofi di sinistra, secondo la quale la cultura umana è la seconda natura di Homo[3]. Questa seconda natura sarebbe una protesi che rimedia alle carenze della prima natura in Homo. Siamo animali culturali grazie a una penuria di istinto ovvero di sapere naturale, che invece non manca a tutte le altre specie animali. Carenza d’istinto dovuta alla neotenia umana, ovvero al fatto che gli umani nascono prematuri. Quindi l’animale quando nascono sanno, gli umani invece alla nascita non sanno – ma proprio per questo creano la cultura, rigonfio tappabuchi di un’animalità che ci è carente. Tra una potente divinità che non esiste e una beata animalità che esiste come potenza, l’essere umano occupa un’inquieta posizione mediana, no man’s land tra le perfezioni animale e divina.
Insomma, Homo abita un corpo celeste marginale, è un animale votato al progresso, è un essere ragionevole che non capirà mai il mondo, è un animale fallito. Ha la grandezza di Prometeo che ha tradito gli dei, i tormenti che merita sono piaghe con cui celebrarsi. Questa è la visione antropologica nella quale ormai tutti siamo immersi, persino quando abbiamo avuto un’educazione religiosa.
La filosofia di Wittgenstein, matrice della successiva filosofia analitica, è anch’essa una teoria di limitazione e quindi di ferita. La chiamerei ferita metafisica.
Wittgenstein dimostra filosoficamente che è impossibile per il filosofo pensare il tutto, insomma la filosofia deve rinunciare a quello che sembrava il suo campo privilegiato: il campo metafisico. “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere” (ultima proposizione del Tractatus[4]). Il pensiero filosofico sarà sempre limitato dalla prigione in cui esso è chiuso, la prigione è il linguaggio. La filosofia è un tentativo continuo di spezzare i limiti del linguaggio, ma non ci riesce mai. Wittgenstein non parla di ferita ma di un bernoccolo in testa che il filosofo esibisce come segno del proprio tentativo disperato di rompere a testate le mura del linguaggio-prigione[5]. Si tratta qui di una ferita del narcisismo filosofico, a cui infatti molti professori di filosofia si sottraggono abbracciando metafisiche dionisiache che ci convincano della nostra umana potenza come élan vital. Ma credo che quasi tutti, dopo Wittgenstein, nel fondo pensiamo che la filosofia, lungi dal liberarci dalla prigione, ci regala alla fine solo una ferita da mostrare con orgoglio.
4.
Ammettiamo che anche la psicoanalisi sia una svolta epocale paragonabile a quelle copernicana e darwiniana, e a quelle delle moderne teorie di limitazione della ragione – la gnoseologica, la logica, la metafisica. In effetti anch’essa è una teoria di limitazione della potenza dell’io. Possiamo dire con Freud che essa sia una ferita narcisistica che dovrebbe farci abbassare la cresta? Non è veramente così.
Chi è convinto che dobbiamo praticare solo ciò che è scientificamente dimostrato o corroborato – una parte alquanto limitata della nostra vita – si stupisce del fatto che una teoria così scientificamente insostenibile come la psicoanalisi continui a godere di grande prestigio sia tra la massa che tra tanti intellettuali di valore. Ogni tanto si dà la psicoanalisi per morta, e spesso gli psicoanalisti ci credono. Poi rinasce dalle proprie ceneri come l’araba fenice. In sé nulla di strano: anche tantissime idee che il razionalista scientifico considera superstizioni proseguono oggi alla grande, dalla religione all’omeopatia, dall’astrologia alla magia. La superstizione oggi è ampiamente industrializzata, ci si possono anche fare molti soldi.
Il punto però è che la psicoanalisi freudiana non promette nulla di buono per l’essere umano. Non solo perché l’io non è più padrone in casa propria, ma anche perché saremo sempre preda di conflitti psichici, più o meno. Vita e morte lotteranno sempre tra loro, ragion per cui non c’è vera guarigione da nevrosi e psicosi, ma solo tregue più o meno lunghe. La psicoanalisi mai promette una guarigione piena.
Cosa spinge allora tanta gente, soprattutto nelle grandi metropoli industriali, prospere, a farsi curare da uno shrink o a tornare per mesi o anni nello studio di un analista? E non si tratta di massaie che vanno dalla fattucchiera per farsi fare filtri d’amore o di odio, ma della crème de la crème della popolazione urbana che occupa posizioni altolocate. È la psicoanalisi l’equivalente ZTL della pratica religiosa delle masse left behind?
Una mia amica, che aveva passato molti anni in analisi, secondo lei con pochi risultati, scrisse un libro sulla propria esperienza come paziente, cercando di demolire uno a uno i pilastri della cura analitica. La spinsi a pubblicarlo e mi offersi persino di scrivere una prefazione al libro, perché gli analisti devono confrontarsi con chi è deluso dalla psicoanalisi o ne diffida. Lo pubblicò. La rividi dopo qualche anno, e con mia sorpresa mi disse che era tornata in analisi e ne trovava gran giovamento! Con un analista però di scuola diversa. È come tanti che si separano dal partner per divorzio: questo non li porta ad aborrire il matrimonio, dato che poi molto spesso si risposano.
Concordo con Karl Popper, la psicoanalisi non ha basi scientifiche, mentre la medicina d’oggi ce le ha nella fisiologia e neurologia scientifiche. Come non hanno basi scientifiche la politica, l’educazione e la giurisprudenza. Eppure non possiamo far a meno di atti politici, di strategie educative e di regole di giustizia. Possiamo dire che, ai giorni nostri, piaccia o meno, la psicoanalisi è inevitabile. Per tante persone è come l’energia elettrica: in teoria si potrebbe vivere senza, da buoni selvaggi rousseauiani, ma provate a viverci senza.
Senza esaminare qui la pratica analitica di cui tanti (sia analisti che analizzanti) sono bisognosi, mostrerò in che senso la teoria analitica è solo in apparenza una ferita narcisistica: essa è di fatto una conquista narcisistica, un meta-narcisismo. Come mi disse una analizzante, “la psicoanalisi è un lusso, perciò mi è indispensabile.”
5.
Freud cominciò con l’interessarsi al cosiddetto patologico, cioè a quando io non mi sento padrone a casa mia. Si interessò subito però non solo ai sintomi nevrotici, anche a qualcosa di “normale” come sogni e atti mancati, nella misura in cui tutte queste formazioni sfuggono al progetto cosciente. Si occupò anche del senso dell’humour: questo è una non-padronanza da parte dell’io, nella misura in cui la battuta sembra l’irruzione di una forza esterna, in questo caso di un demone allegro. Anche la poesia e l’arte diventano oggetti d’interesse di Freud nella misura in cui sono ispirate, vengono al soggetto da un oltre o altro. Ogni scrittore nel fondo concorda con Josif Brodsky, quando, sotto processo in URSS nel 1964, disse che la poesia era per lui un dono di dio.
Ma l’atto fondamentale di Freud fu dire che queste infiltrazioni dell’alterità nell’io sono comunque, ancora, casa dell’io. L’alienità del demone viene riportata nel nostro spazio domestico. Se si considerano i sogni un semplice ammasso caotico di immagini e suoni, allora essi sono capricci del cervello e “io non sono il mio cervello”, sono false produzioni di processi materiali come i fosfeni che guizzano nel buio. Affermare invece che sogni, sintomi, atti mancati hanno una significazione significa dire che non ci sono veramente estranei, che sono una parte ignota e non esplorata della nostra “casa”. Come quei nobili del Gattopardo di Lampedusa i quali si vantano di abitare una casa talmente vasta che loro stessi non la conoscono tutta. Con Freud, scopriamo che puzze e profumi che sembravano venire dall’esterno, sono stati prodotti in penetrali casalinghi. Da chi, da fantasmi? Certo. Ma qui i fantasmi non sono i morti che ancora aleggiano nella casa, sono ben vivi. Con Freud, i fantasmi domestici, heimisch, diventano figure che vegetano in un’ombra provvisoria. Insomma, possono essere accolti nella living room. L’analisi è allora riassunzione degli ospiti ignoti a casa propria. Un po’ come nel film Parassita di Bong Joon-ho (2019): una ricca famiglia che abita una splendida villa moderna non si rende conto di albergarvi ospiti sconosciuti, che a loro spese sopravvivono.
L’io del razionalismo era l’ego cogito cartesiano che viveva in una stanzetta ristretta, nella quale non c’era posto per altri e dove non c’era nulla da esplorare: all’io non restava che guardar fuori dalla finestra la cosa estesa. Con Freud, la stanzetta cartesiana si dilata fino a diventare un immenso palazzo in parte fatiscente in parte fastoso nel quale si circola. Qui si faranno incontri con l’io bambino, quello che l’adulto credeva superato e che invece resta entro le mura della domus come spiritello molesto. Con Freud, l’io si scopre principe che non controlla una casa in gran parte inesplorata, e che, come ogni principe, deve occuparsi di una ridda di servitori, domestici con amanti, fornitori, parassiti, saprofiti, postulanti. In questo senso, la ferita del narcisismo è piuttosto un’espansione del proprio Heim. I fantasmi, finalmente, cominciano a essere accolti come commensali.
Un soggetto allora è attratto dall’analisi nella misura in cui essa gli permette di integrare l’Altro o Alter in uno spazio che non è l’io ma è comunque la propria domus. Ovvero, l’estraneità iniziale del sintomo, dell’atto mancato, del ripetuto fallimento che sembra cadere fatalmente dal cielo, viene integrata nella soggettività.
Questa strategia in un primo tempo fu interpretata come rafforzamento dell’io (ego psychology). Questo consisteva, proseguendo la metafora freudiana, nel fatto che l’io dovesse estendere il proprio potere in tutto il palazzo in cui scopre di abitare. Ma ci si è resi poi conto del fatto che questo controllo del maniero è illusorio. È il tema del padrone che scopre di essere in fondo lui soggetto al servo – da qui il successo strepitoso della dialettica hegeliana del padrone e del servo. In questa dialettica, alla fine è il servo che diventa padrone del padrone… Più forte è l’io, più esso è sottomesso ai servi.
Così la staffetta nella psicoanalisi è passata al lacanismo, che non punta al rafforzamento dell’io, ovvero all’aumento del suo potere, ma a ciò che potremmo chiamare un regime di comproprietà, dove l’interesse condominiale deve prevalere sugli interessi parziali del singolo proprietario di appartamento. L’io accetta che i fantomatici co-inquilini facciano un po’ come vogliono, che la gestione della casa vada condivisa senza dittatura egoica.
Si dirà: ma non è questa rassegnazione? Per certi versi sì, ma per altri versi viene proposta una nuova nobiltà. L’uomo copernicano viene decentrato ma allo stesso tempo è celestizzato. L’uomo darwiniano scopre le proprie umilissime origini, ma gli si promette il principato del mondo, come nei romanzi ottocenteschi in cui il trovatello alla fine si scopre rampollo di principi. L’uomo quantistico non vede più una catena deterministica ma deve decidere lui come vedere il mondo. L’uomo gödeliano ammette di non poter dimostrare tutto ciò che è vero, che una parte del vero si sottrae alla sua ratio, e in questo modo si convince che la sua creatività matematica non è mera costruzione ma scoperta. L’uomo wittgensteiniano scopre che il suo linguaggio non descrive veramente il mondo ma d’altro canto esprime il proprio modo di essere al mondo: parlando del mondo, dilaga in esso. E l’uomo freudiano, avendo ammesso di non essere padrone in casa propria, scopre quanto la propria casa sia vasta e ricca. Le apparenti ferite – spaziale (copernicana), temporale (darwiniana), esplicativa (teoria quantistica), dimostrativa (gödeliana), denotativa (wittgensteiniana), possessiva (freudiana) – sono in realtà stiramenti espansivi, allargamenti edilizi, stimoli all’avventura.
Possiamo anche dire che la modernità tende tutta all’apertura: apertura dal sistema solare verso un universo in espansione, espansione della vita al di là dei vincoli di specie, espansione della matematica oltre la deduzione da un sistema a priori, espansione della spiegazione scientifica al di là della causalità, espansione del soggetto oltre il campo della propria coscienza, ecc. In questo senso, quel che per Freud è ferita del narcisismo è in realtà ferita o meglio feritoia della chiusura: è sfondamento di una casa chiusa. Sfondamento certo inconfortevole, ma che invita gli umani a un percorso senza limiti pre-definiti, che li apri sull’infinito.
Come l’Ulisse dantesco, le “ferite” invitano a sorpassare le colonne d’Ercole e quindi a… scoprire l’America. La sconfitta dell’Ulisse dantesco del XIV° secolo diventerà la vittoria di Colombo meno di due secoli dopo. La sconfitta è la condizione della vittoria.
Note
[1] In particolare in: G. W. F. Hegel, (1821) Lineamenti di filosofia del diritto, Roma-Bari: Laterza, 1991.
[2] In particolare in G. W. Leibniz, Dissertatio de arte combinatoria (1666). Vedi: Leibniz, Scritti di logica, a cura di F. Barone, Bologna, Zanichelli, 1968.
[3] A. Gehlen (1940), L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, tr. It. Milano, Mimesis, 2010.
[4] Proposizione 7: “Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen.”
[5] «I risultati della filosofia sono la scoperta di un qualche schietto non-senso e di bernoccoli che l’intelletto si è fatto cozzando contro i limiti del linguaggio. Essi, i bernoccoli, ci fanno comprendere il valore di quella scoperta». L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, trad. it. a cura di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1999, § 119.
[Immagine: Jago, Narciso].