di Niccolò Nisivoccia

 

[E’ appena uscito per Laterza Le belle leggi. 7 esempi di  buon diritto di Niccolò Nisivoccia. Proponiamo un estratto della Premessa].

 

Premessa: la bellezza di una legge (estratto)

 

Le belle leggi: sembra quasi un ossimoro. Come può una legge essere bella? Come possiamo associare l’idea della “bellezza” alla nozione di “legge”? Bella è la vita quando può esprimersi, la luce di un’alba, un’opera d’arte; come può esserlo anche una legge? Come può una legge suscitare, o anche solo evocare, sentimenti di bellezza? Non è forse vero che le leggi, almeno nel senso comune, contengono solo ordini, prescrizioni, minacce, sanzioni? Ci soffocano, ci tolgono l’aria, il respiro, la libertà. E dov’è allora la bellezza, in tutto ciò?

 

(…)

 

Eppure, bellezza e giustizia non sono affatto un ossimoro: al di là di tutto questo, una legge può essere anche bella. Non esiste nessuna contrapposizione ontologica fra legge e bellezza; nessuna contraddizione, di per sé. Il fatto che spesso le leggi non siano belle non significa che non possano esserlo. Non solo una legge può essere bella, ma di più: una legge dovrebbe sempre essere bella, le leggi dovrebbero sempre aspirare alla bellezza. Nessuno sarebbe altrettanto scettico, d’altra parte, sull’associazione fra bellezza e giustizia, anziché fra bellezza e legge. Che la giustizia sia bella suona addirittura ovvio; che possa esserlo una legge, invece, suona quasi scandaloso. Ma cosa sono il diritto e le leggi se non uno strumento funzionale al raggiungimento della giustizia? Cosa sono, se non mezzi in vista di un fine?

 

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Si tratta quindi, innanzitutto, di concepire la legge non più o non solo come ordine, come minaccia, come sanzione calata dall’alto nei confronti dei suoi destinatari. Come se la legge dovesse o potesse avere solo una natura intimidatoria, e non potesse darsi al di fuori di tale natura; come se alle norme si dovesse o potesse obbedire solo per timore di subire le conseguenze derivanti dalla loro inosservanza e come se, davanti alla scelta fra obbedire e non obbedire, ciascuno fosse chiamato a fare i conti solo con sé stesso – se obbedisco mi salverò, se disobbedisco andrò incontro alla punizione.

 

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In secondo luogo si tratta di sfatare il mito purtroppo sempre imperante del diritto che basta a sé stesso: come pura forma tecnica, come schema astratto e fisso, avulso dalla vita. Ma è solo un’altra faccia di una medesima medaglia: come potrebbe il diritto assolvere alla propria funzione, di cui abbiamo appena parlato, se pretendesse di esaurirsi nelle proprie norme astraendosi dalla società e dalle persone da cui la società è formata? Come potrebbe, senza immergersi nella vita? Semplicemente non potrebbe, per definizione.

 

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Infine, si tratta di smentire anche l’assunto secondo il quale le leggi comprimerebbero e soffocherebbero la nostra libertà. È vero il contrario, come ci ricorda ad esempio Albert Camus quando osserva che, “se la legge eterna non è libertà, ancor meno lo è l’assenza di legge”, perché “Se nulla è vero, se il mondo è senza norma, nulla è proibito”; e quando aggiunge che dunque “Non c’è libertà se non in un mondo nel quale ciò che è possibile si trovi definito insieme a ciò che non lo è. Senza legge, nessuna libertà”. Il punto è sempre lo stesso: guardare alla legge nella sua funzione sociale, nella sua dimensione relazionale e comunitaria.

 

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Questo libro vuole offrire sette esempi di leggi di cui si possa dire che sono belle. Rimane fermo il dato di realtà che le leggi degli ultimi anni si sono ridotte ormai a povere cose quasi sfiorite, ma lo abbiamo detto: il fatto che le leggi siano spesso o quasi sempre tutt’altro che belle non toglie che talvolta, invece, possano esserlo. E le sette leggi proposte da questo libro forse lo dimostrano. La bellezza può sempre salvarsi, da qualche parte. A volte non si lascia trovare subito, si annida negli angoli, si nasconde. E dobbiamo solo predisporci a scovarla.

 

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Una legge non potrà mai essere bella come un’alba; ma a volte occorrono anche le leggi per godere di un’alba, o per poter tornare a farlo.

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