di José Lezama Lima
[Per le Edizioni degli Animali è stato recentemente ripubblicato il libro dello scrittore cubano José Lezama Lima Le ere immaginarie (1971). Il volume riprende la storica traduzione di Gianna Marras per Pratiche di Parma del 1978 e vi aggiunge cinque saggi, di cui quattro inediti in italiano, tradotti da Silvia Sichel. Pubblichiamo la prefazione dell’autore.]
1.
Un mito è un’immagine partecipata e un’immagine è un mito che comincia la sua avventura, che si particolarizza per irradiare nuovamente. Noi americani abbiamo, in realtà, il vantaggio sulle antiche culture che tanto il mito quanto l’immagine partecipano di una divorante resistenza che ignoriamo, che ben presto si trasforma in una sostanza inesistente, dove l’invisibile e le assenze distillano quasi una goccia nel tempo, quasi un tic-tac che è come un ritmo che socchiude il dialogo. Se parliamo di miti celti o bretoni, favole milesie o rovine di Pergamo, tartarughe cinesi o tokonoma giapponesi, la stessa accezione della parola mito, l’azione che produce in noi è molto diversa da quella che risveglia in un europeo. Essi, gli europei, stanno dentro un momento, un momento che occupa quasi tutta la loro cultura, nel quale il mito devìa verso l’immagine partecipante. Noi andiamo verso l’immagine proiettata sulla futurità facendo mito. Per loro, europei, il mito come il linguaggio è un godimento, possono parlare con non occulta voluttuosità di ricreazione; per noi, americani, il mito è una ricerca, un ansioso e disperato inseguimento. Mito e linguaggio sono per noi strettamente uniti, non possono esser mai ricreazione, ma verbo nascente, brace, epifania. Dobbiamo situare e creare un volto nel fuoco, nell’aria, nell’acqua, nel vortice che sale. Essi derivano dalla natura elementi antropomorfi, sanno che in Adone stanno la poesia, la resurrezione, le stagioni che ricominciano. Noi dobbiamo raggiungere attraverso l’immagine il sovrannaturale, che è il nuovo volto del mito. Negli ultimi tempi ho preferito usare, al posto del termine mito, la parola sovrannaturale, poiché, in realtà, Adone esce dall’albero e quando tenta di far ritorno gli s’interpone il cinghiale. Nell’americano, il cinghiale è l’immagine. La morte di Adone è il sovrannaturale, poiché cancella ogni dualismo morte e vita. A mio avviso non esiste né realtà né ricreazione, vi è solo immagine, vale a dire creazione. La parola realtà crea immediatamente un dualismo, realtà-irrealtà, mentre immagine e creazione fanno parte dell’uno induale. Io stesso, nel parlare di sovrannaturale e d’immagine, sto creando un mito, ma non l’ho creato, giacché sorge dai nostri primi misteri, da ciò che ci divora e ci restituisce.
2.
Le immagini possibili fanno parte d’un tentativo impossibile, del tangibile in quanto irraggiungibile. È vero perché è impossibile, vi si ripete, con Tertuliano. È ciò che ho chiamato paradossalmente il Sistema poetico, basato su la metafora, l’immagine, i miti, la poesia (l’immagine nella storia), il poema (resistenza nel tempo), il poeta (trama dell’incondizionato verso la resurrezione). Il Sistema poetico non pretende di avere né applicazione né immediatezza. Non chiarisce, non oscura, non derivano da esso opere, non fa romanzi, non fa poesia. È, sta, respira. Può allo stesso modo ripulire una superficie molto levigata, inseguire una balena, depositare uova di tartaruga nello spazio vuoto. Ciò che pretendo è un enfiamento, una dilatazione dell’immagine fino alla linea dell’orizzonte. Tale enfiamento s’accosta con venerazione a Don Luis de Góngora, che spira carbonchio, lince di diamante, grave come la farfalla quando già non c’è più. E a José Martí, avolosa summa della lingua, incessante genitore attraverso l’immagine, che torna a giocare a scacchi con lo stregato Hernando de Soto e che torna a udire da Atahualpa le leggende attorno all’acqua di vita. Mi si potrà arguire che ogni enfiamento o dilatazione finisce per urtare o generare tangenze. È vero, in Martí il linguaggio finisce per riformare la realtà. Ogni volta che s’intuisce la forma nella quale in lui si è manifestato il verbo, si provoca una rivoluzione, allo stesso modo in cui i geometri dell’antichità, nel meditare sul rapporto tra la circonferenza e il centro, crearono la città greca. Quando l’uomo aumenta la sua longitudine d’onda sa che la sua potenza si rivela in ciò che ho chiamato l’esperienza obliqua, che viene a dirci come l’immagine non si estingua, come anzi nasca nel vicino e nell’immediato e rinasca nell’Eros della lontananza. Il verso di Martí: Cesa, calla, reposa, vive ci prepara alla sottigliezza dell’atto per l’atto.
3.
Leggo nella poesia e poi cerco di decifrare. A volte, quando mi son preparato meno a questa lettura, essa viene e mi dice: Non è vero che sono invitata? D’un tratto, capisco che è vero, e comincio a leggere nella poesia. Fin dove posso abbracciare, mi confesso che non ero preparato a tale visita. Decifro l’avvertimento e mi metto in marcia. Fin dove son riuscito a camminare nella poesia, ho compreso. Poi è tornata di nuovo l’oscurità, quella che provoca una visita, quella che mi lascia un’immagine. Senza aver tregua e nel momento di udire: So che stavi aspettando. Ho creduto che era una beffa, ma essa mi faceva credere che ero segretamente protetto nell’attesa. Mi faceva anche credere che il tempo era uno spazio nella luce. Ciò che ha accresciuto la mia voracità dentro la poesia, dagli Inni di Orfeo fino agli scongiuri di Proust che operano di nuovo contro il tempo, dai cronisti delle indie fino a José Martí, è un labirinto elaborato dal ragno in attesa di quella visita. Ciò che più ammiro è quello che ho chiamato la quantità incantata* in cui si ottiene il sovrannaturale, per esempio, la visita di Don Chisciotte in casa dei duchi. Ciò che mi piace e sorprende sono le inaudite tangenze del mondo dei sensi, quando il suono del telefono provoca in me la medesima sensazione che provo nella contemplazione di un polipo in un’anfora minoica. O quando leggo sul Libro dei morti, dove appare la grandezza egizia nel suo maggiore splendore poetico, che gli abitanti sotterranei gustano pasticci di zafferano e leggo poi nel Diario di Martí, nelle pagine finali, che chiede una pignatta di cibo bollito con miele e zucchero.
4.
Pensare che come gli altri si sono impoveriti, noi dobbiamo arricchirci, mi pare un molesto equilibrio d’inutilità. Preferisco pensare che tra noi americani c’erano larve e peduncoli che attendevano il proprio sviluppo. Ad esempio, i nuovi occhi dei cronisti delle indie, nostra fabulazione, nostra innata facoltà di rendere simultanei l’ancestrale e l’inesplorato, il maturo e l’incipiente, acquistano ai nostri giorni la loro visibilità, la loro pienezza. Qui va significando per noi l’unità planetaria; ora, la liberazione del tempo, il punto che vola. Il romanzo americano significa per noi qualcosa che non è né romanzo né è americano, ma il racconto sopraverbo dell’intravisto, la festa di nascita di nuovi sensi. Se non è romanzo, che cos’è questo, esclamano. Fare un’opera che forzi l’accettazione, che costringa la gente a mandarla giù come romanzo.
5.
Che cosa ammiro di più in uno scrittore? Che manovri forze che lo travolgano, che pare finiscano per distruggerlo. Che s’appropri di tale sfida e dissolva la resistenza. Che distrugga il linguaggio e crei il linguaggio. Che durante il giorno non abbia passato e durante la notte sia millenario. Che gli piaccia la melagrana, che non ha mai assaggiato, e che gli piaccia la guayaba* che prova tutti i giorni. Che s’accosti alle cose per appetito e che se ne allontani per ripugnanza.
Luglio 1969