di Franco Buffoni
[Esce oggi per Marcos y Marcos la raccolta di racconti Le mie stanze di Franco Buffoni. Ne presentiamo in anteprima la premessa e uno dei racconti].
Premessa
Un grandangolo, o grandangolare, è un obiettivo fotografico o cinematografico, caratterizzato da un grande angolo di campo ripreso sul fotogramma. Per questo Le mie stanze potrebbe essere definita un’autobiografia scomposta e organizzata secondo una successione di brevi quadri grandangolari. Inizialmente le stanze sono reali, concrete: abitazioni; poi si diradano, per lasciare spazio ad alcuni viaggi e, in coda, alle ultime riflessioni, frutto del disincanto dovuto al raggiungimento de l’age de la sagesse. Dall’infanzia sino alla maturità si sviluppa così un romanzo del sé a partire dalle case di montagna ai piedi del Rosa, la casa di famiglia a Gallarate, la nonna, i genitori da rintracciare tra cassettoni e controcassettoni.
Dentro convergono le passioni letterarie, gli studi, l’omosessualità nascosta perché altro non si poteva fare, e poi Londra, l’incontro con Mario Mieli. E a Milano Milo De Angelis, gli studi alla Bocconi dominati dalla figura ieratica – insieme severa e amorosa – di Jucci. E giovani e vecchi amanti, sino all’età matura, che decreta l’esaurimento di una certa sensazione di onnipotenza fisica. Insomma, tutta una vita di studioso e di militante scandita dalle case, dalle “stanze”. E da una psicologia queer ante litteram, che trova nel costume del nuovo millennio conferma delle proprie giovanili intuizioni e convinzioni, allora considerate strambe (dunque: queer).
Stanze anche come stanzas di una geografia poetica che dall’infanzia, attraverso il fuoco dell’adolescenza, giunge all’età matura di un prie-dieu sotto l’angoliera. Perché i muri e i mobili che arredano le stanze sono destinati a sopravvivere a chi per qualche tempo se ne è sentito proprietario.
Torino-Trieste
Fàbrica cava fonderia
I xè la cura per l’Autonomia
questo lo slogan che campeggiava nel febbraio del 1979 sulla facciata della Facoltà di Economia dell’Università di Trieste. Era il periodo più buio dei cosiddetti anni di piombo e mi era appena stata attribuita la prima titolarità di insegnamento: lingua inglese in quella facoltà, dove gran parte degli studenti era di estrema destra e aveva in odio, nell’ordine, tutti quelli di sinistra, e lo sparuto drappelli di studenti friulani, definiti “furlani”, lavoratori della terra, contadinazi.
Capii subito che non era il mio ambiente quando, entrando in presidenza, sentii il preside parlare in dialetto strettissimo con la segretaria: quando mi videro si bloccarono, restarono un momento in sospensione e poi mi si rivolsero in lingua toscana (per quanto possibile).
Tra l’altro stavo vivendo uno dei peggiori periodi della mia vita, con Jucci che aveva subito il primo intervento chirurgico: il giorno della “presa di servizio”, da effettuarsi tassativamente entro le ore 12, venivo dall’aver trascorso la notte precedente in ospedale ad assisterla.
Chiesi a Milo di ospitarmi per la notte, così da poter prendere il treno delle 6.30 e giungere a Trieste per le 11. Comprai le pizze e cenammo, poi cominciammo a parlare e a leggere poesie. Dovevo anche correggere le bozze di Nell’acqua degli occhi per La Fenice di Guanda che Maurizio Cucchi mi aveva appena consegnato. E mentre lavoravo Milo mi fece il ritratto.
Trascorsero altre ore e quando Milo si addormentò, io montai la sveglia per le 5.30, ma la molla si ruppe, così mi costrinsi a restare sveglio, sdraiato sul divano a fissare l’abbaino, fino all’ora della partenza.
Alla pessima impressione che ebbi sia degli studenti sia della facoltà, si contrappose l’immediata simpatia per Margherita Hack, che insegnava nell’adiacente Facoltà di Fisica, dove non vi era la cattedra di Inglese: l’esame consisteva semplicemente nella lettura con traduzione e commento di un breve articolo scientifico per ottenere “approvato” sul libretto. Facevo di tutto per incrociare Margherita e ricordo ogni parola dei nostri incontri. Che favorirono la mia lenta maturazione poetica, sfociata tre decenni più tardi nella scrittura di Betelgeuse e altre poesie scientifiche. Curiosa coincidenza: la prima presentazione di Betelgeuse avvenne proprio a Trieste, grazie all’invito di Paolo Giordano al festival Scienza e Virgola.
Trieste mi affascinava: trovai una stanza in Cavana, nella città vecchia, in prossimità dell’Arco di Riccardo, e andavo a cena all’Antica Mormorazione. Adoravo salire a piedi fino a San Giusto e al Castello. Era anche il periodo della massima fioritura del mercato del jeans, con centinaia di slavi che ogni giorno (vieppiù disprezzati) varcavano la frontiera per acquistarne in grossi quantitativi che poi rivendevano fino in Montenegro.
A Economia decisi di approfittare della parte di programma che prevedeva elementi di civilization per inculcare in quei giovani i principi dello stato di diritto, e soprattutto l’importanza della separazione fra i tre poteri dello Stato. All’esame pretendevo anche che me lo raccontassero, naturalmente in inglese. Quando venni chiamato a Bergamo a insegnare letteratura, però, tornai a respirare.
L’ultimo viaggio di ritorno lo feci in macchina, con una lunga sosta ad Aquileja per quel campanile dritto come una sigaretta, e una digressione fino a Grado, a rivedere la basilica patriarcale di Sant’Eufemia e la chiesa romanica di Santa Maria delle Grazie.
Oh quei ponti, quei ponti di Friuli verso il mare, con le sbarre di ferro di traverso e il treno sopra per il rituale del concerto militare.
All’estremo opposto della pianura padana, come si chiuse il decennio bergamasco, mi accolse Torino per tre anni, prima di spiccare il volo per la Capitale. Ebbi la fortuna di ritrovare Gianni Vattimo in veste di preside, e due amici mi accolsero fraternamente: nel suo maniero di Moncalieri Giampiero Bona, che amava fotografarmi su un divano d’epoca sdraiato alla Apollinaire. E Nico Orengo, del quale avevo molto apprezzato le deliziose Cartoline di mare. Scoperti i miei punti deboli, Nico si divertiva a stupirmi passandomi gli indirizzi del verduraio che – facendo il suo nome – mi concedeva qualche etto di burro tartufato per indimenticabili risotti, e anche di un certo libraio di via Barbaroux…
E ancora Claudio Gorlier, mio maestro in Bocconi vent’anni prima. Nell’inverno in cui avevo trovato una stanza bohémienne au cinquième étage all’angolo tra via Po e piazza Vittorio, Claudio rimase bloccato per una frattura al femore. Memorabili le serate trascorse in sua compagnia, inarrivabile affabulatore tra libri e dischi americani degli anni cinquanta:
Sai perché ho sempre votato comunista? Perché loro avrebbero votato così, e io sento ancora l’obbligo morale di votare al posto loro. Nella primavera del 1944 riuscii a nascondermi nel fienile mentre arrivavano i nazi-fascisti. Fucilarono uno dopo l’altro quei quattro compagni più anziani e io riuscii a sincronizzare i miei sternuti agli spari. Nessuno di loro mi tradì. Non mi trovarono.
Come il padrone riaccese la luce, e l’inserviente posò al centro un coniglietto vivo, il cobra la cobressa e i cobrini si ersero all’unisono nella rettiliera di casa Accornero. Li teneva in una cantina ben areata della casa di Torino, il fondatore del Salone del Libro, e quella sera li mostrava col sorriso agli ospiti: Bàrberi Squarotti e Claudio Gorlier, Magda Olivetti e Cesare Cases, persino Gian Piero Bona sceso da Moncalieri col suo Soldato nudo. Sono buoni, sapete, sensibili a rumori odori sapori colori…
“Come Joyce…”
Come Joyce.
Mentre piccolo piccolo si era fatto il coniglietto rintanato nell’angolo.
INDICE
I Parte
La mia stanza nella casa riaperta
A Macugnaga i Walser e a Baceno le streghe
La stanza del miracolo a Novara
Carlotta e Desiderio
Le stanze di Alagna e San Fedele
La stanza a Genova
La nuova stanza a Gallarate
La stanza dell’Alberto
La stanza di Bellaria
La stanza-sacrestia
Il gesuita nella mia stanza
La stanza delle cugine a Roma
Il monolocale di Jason
Tre mesi a Berkeley
II Parte
Nel vecchio aeroporto militare
La stanza di viale dei Mille
You were kissing!
Il Royal College of Arts
Milano acuta e dura
Aupa
La stanza del college a Edimburgo
La stanza di Virginia
La stanza di Ludwiglust
La mela di Biancaneve
La mia stanza a Étretat
La stanza col prie-dieu sotto l’angoliera
Camere separate
Le stanze in Città Alta
La stanza con Tristano e i luoghi dei maestri
Stanze e stanzas
La stanza del pianto
Torino-Trieste
III Parte
Fuoruscivo dalla stanza di Cassino
La stanza di Sète e i giudizi di Milo
La stanza d’Arabia
Siamo delle bestie
La stanza delle nuvole su via di Ripetta
Nella stanza di Mehmet al Gemelli
Nel trullo di Martina
La stanza-parlatorio
Lo studiò del collega a Monastir
Gli incastri delle stanze a Gammarth
Quella maledetta finestrella
Lima Machu Picchu Cuzco Quito
La stanza a Haifa
Dalla stanza di Long Island
Rientrato dalla stanza di Emily
La stanza di Sereni a Luino
Non una stanza ma le scale
Le stanze dei papi
La stanza della madre e quella della Corti
Di là dal vetro