a cura di Roberto Gerace
“Una giornata talvolta è matrigna, talvolta è madre.”
Esiodo, Le opere e i giorni
(trad. di Aristide Colonna)
Introduzione
Scrivere è anche lavorare. Non solo perché, come si dice a volte con un tono un po’ ricattatorio, per ottenere dei risultati bisogna essere costanti, ma anche perché questa costanza è quasi sempre messa alla prova da ostacoli materiali che possono apparire insormontabili. Scrivere è un lavoro anche per lo sforzo che comporta in termini organizzativi: ore, pause, ripetizioni, tempi morti, strumenti, ritmi, spese, sacrifici. Come l’agricoltura nell’opera di Esiodo – che raccontava la fatica del vivere e l’alternarsi dei giorni attraverso il lavoro sui campi – anche la scrittura ha le sue stagioni, i suoi metodi, le sue privazioni. Si può scrivere nel tempo rubato al lavoro pagato, nei margini di un’agenda settimanale, o nel mezzo di una vita che resiste a qualunque pianificazione. In un’epoca in cui i periodici dibattiti sulla crisi del mercato editoriale pongono la loro attenzione quasi esclusivamente sui temi (pur cruciali) della promozione e della distribuzione, quando si parla della produzione lo si fa spesso solo nei termini astratti della quantità. La crisi dell’editoria è forse solo una parte (tutto sommato piccola) di un più generale collasso di una serie di sistemi di mediazione che abbiamo creduto incrollabili per secoli, e che in Italia in questi anni sono sotto attacco più che altrove. In questo contesto di graduale assottigliamento del tempo lungo della riflessione, viene dunque da chiedersi: esiste ancora un valore d’uso della scrittura? Per quanti (e a quale costo) scrivere è ancora, come voleva Proust, un esercizio metamorfico che trasforma la quantità in qualità, il tempo perduto in tempo ben speso?
Questa rubrica vuole essere un’inchiesta su ciò che permette (o, più spesso, impedisce) la scrittura nel presente in cui ci ritroviamo a vivere. Un’indagine sull’ispirazione, certo, ma soprattutto sull’infrastruttura. Uno sguardo su ciò che nei libri spesso non si vede e che però ne consente l’esistenza: la disponibilità di tempo, di spazio, di energie, di denaro, e oggi anche il rapporto con nuovi strumenti tecnologici che promettono di ridefinire il lavoro dello scrittore. L’obiettivo non è spiegare “come si scrive un romanzo”, ma osservare quando lo si scrive e in quali condizioni: in che ore, con quali mezzi, dentro quali vite. Questo perché, come ha confermato una recente polemica avviata da un intervento di Jonathan Bazzi, ogni opera d’ingegno è anche, a suo modo, il 730 che l’ha resa possibile. Le opere e i giorni è un modo per restituire visibilità a quella negoziazione quotidiana tra il desiderio di scrivere e la realtà che lo circonda – e per ascoltare come ogni autrice, ogni autore, ha imparato a viverla: magari persino traendone, chissà, un giovamento inaspettato.
Nelle prime due puntate emergeva, sia pure con esiti in parte opposti, una tensione tra stabilità e precarietà. Le risposte di Melissa Panarello sono interessanti perché raccontano uno sforzo progressivo di decentramento: da un successo precocissimo, difficile da gestire e dai connotati quasi vampireschi, a un’economia della scrittura distribuita tra mestieri editoriali e collaborazioni eterogenee. Al riparo dalla pressione dei grandi numeri, la scrittura resiste come spazio di piacere e come esercizio consapevole di libertà, senza compiacimenti narcisistici né pretese egemoniche.
Le risposte
1. Quando riesci a scrivere?
Hai un momento preciso del giorno in cui ti riesce più naturale o possibile metterti a scrivere? Ti sei data una regola oppure ti adatti, giorno per giorno, agli spazi che restano liberi? Mi interessa capire se la scrittura è per te un’attività incardinata in una routine – e se sì, quanto ti è costato costruirla – oppure se continua a vivere in una zona incerta, che devi difendere ogni volta. Ci sono state stagioni della tua vita in cui scrivere sembrava più facile? O fasi in cui è diventato quasi impraticabile? Cosa ti ha insegnato, nel tempo, il rapporto tra desiderio di scrivere e ore realmente a disposizione?
Scrivo sempre di mattina quando i bambini sono a scuola, dopo essermi occupata di questioni urgenti come la consegna di un articolo che deve andare in stampa, impegni per l’agenzia letteraria, scadenze fra i vari lavori nei quali impiego il mio tempo e la mia energia. La scrittura deve necessariamente arrivare dopo, perché non voglio scrivere con la sensazione di non aver fatto il mio dovere. Mi resta perciò poco tempo per scrivere, ma mi è sufficiente, sono una scrittrice veloce, scrivo molto in poco tempo, e scrivo senza tentennamenti. Quando non avevo figli e non avevo ancora aperto la mia agenzia, il tempo era a mia completa disposizione, ma scrivevo peggio -in termini di qualità- pure se dedicavo quasi tutte le mie ore alla scrittura, il giorno e persino la notte. Talvolta dimenticavo di mangiare. Scrivevo tantissimo ma avevo meno consapevolezza e mettevo meno a fuoco. Questo mi ha insegnato, come scrittrice e come persona, che non mi serve uno spazio sconfinato: me ne serve uno piccolo, ma molto ben arredato.
2. Cosa fai nella vita oltre a scrivere, e cosa ti ha insegnato?
Se scrivere non è il tuo lavoro principale, o se lo è stato solo a tratti, che altri lavori hai fatto o fai per vivere? In che modo questi altri impieghi hanno inciso sul tuo modo di scrivere: nel tempo disponibile, nel tono, nel linguaggio, nella postura mentale? Ti è mai successo che un mestiere faticoso, banale o alienante ti desse involontariamente un impulso narrativo? Oppure hai avuto la sensazione che stesse consumando proprio quella parte di te che avrebbe voluto scrivere? Credi che la scrittura debba essere protetta dal mondo del lavoro, oppure attraversarlo, assorbirlo, farne materia e forma?
Per molto tempo ho solo vissuto di romanzi scritti, agli inizi mi è andata bene e vivevo solo di quello. Poi, ho dovuto inventarmi nuovi modi di stare al mondo. La scrittura è diventata il dessert dopo il pasto, appunto il piacere dopo il dovere -che però mi piace. Ho scelto attività molto stimolanti e divertenti, che nutrono la mia scrittura: l’agenzia letteraria che va a compiacere il mio lato pratico; l’insegnamento alla Holden, dove imparo a dare un nome a cose che io finora sapevo solo per istinto; la scrittura di articoli, recensioni: una palestra importantissima per la velocità e la focalizzazione. Credo che la scrittura benefici sempre di ciò che le ruota attorno, anche per questo la mia scrittura prima era più povera: perché la mia vita era mano frastagliata, lavorativamente, meno interessante.
3. Riesci a vivere, almeno in parte, di scrittura?
In che misura oggi, per te, la scrittura è un lavoro anche dal punto di vista economico? Riesci a ricavarne un reddito, seppur parziale, oppure resta prevalentemente un’attività non retribuita che coesiste con altre fonti di sostentamento? Quanto incide questa condizione sul tempo che puoi dedicarle e sul tipo di testi che scegli di scrivere? Hai mai dovuto accettare compromessi (di genere, formato, tono) per rendere la scrittura “pagabile”? Oppure hai scelto consapevolmente di mantenerla separata da ogni aspettativa economica, assumendone però i costi materiali e psicologici?
Come dicevo, agli inizi potevo vivere di sola scrittura. Oggi non è più così e questo è un bene, perché quando riponevo tutte le mie aspettative su ciò che i miei libri potevano produrre in termini economici, la mia scrittura non riusciva a elevarsi. Era diventata una preoccupazione. La scrittura non vuole pensieri. Ho accettato compromessi, certo, per esempio quando accettavo di firmarmi ancora come Melissa P., e io volevo essere intera, Panarello. Oppure quando andavo in tv a fare cose ridicole per avere abbastanza soldi da sbarcare l’anno, in attesa di scrivere un nuovo libro. In passato mi hanno rimproverato di aver pubblicato troppi libri e infatti è vero, per lungo tempo ho dovuto scrivere molto perché con gli anticipi ci mangiavo, pagavo il mutuo, mi compravo le scarpe. Oggi per fortuna, sono molto più libera e quindi si è liberata anche la mia scrittura.
4. Ti è mai stato chiesto di scrivere “per visibilità”?
Ti è mai stato proposto (o richiesto implicitamente) di scrivere “per visibilità” anziché per compenso? Come vivi questo tipo di richiesta: come un’opportunità, una necessità, una forma di sfruttamento mascherato, o come una zona grigia inevitabile del lavoro culturale contemporaneo? Hai sviluppato nel tempo criteri per decidere quando accettare una collaborazione gratuita e quando no? E pensi che queste pratiche abbiano modificato la percezione sociale del valore della scrittura, contribuendo a renderla una competenza diffusa ma economicamente fragile?
Sì, in passato ho scritto quasi sempre gratuitamente, al di fuori dei libri. Più che per visibilità lo facevo perché mi vergognavo a dire di no, mi dispiaceva, mi sentivo maleducata. Credo che il mio grosso successo iniziale abbia avuto un ruolo in questo, oltre alla mia naturale tendenza alla compiacenza, per fortuna una malattia che oggi ho curato. Avevo soldi e fama, sarebbe stato sconveniente chiederne ancora e quindi non lo facevo. Ma sbagliavo: era quello il momento in cui avrei dovuto chiederne di più.
5. Fai uso dell’intelligenza artificiale?
Utilizzi strumenti di intelligenza artificiale nel tuo lavoro di scrittura – per esempio per prendere appunti, riassumere materiali, esplorare varianti, sbloccare passaggi ostici o semplicemente risparmiare tempo nelle fasi preliminari? Se sì, in quali momenti del processo li trovi più utili e in che modo li integri nella tua pratica quotidiana? Se no, è una scelta consapevole di rifiuto, una mancanza di interesse, o il timore che questi strumenti possano interferire con il tuo rapporto personale con il testo? Al di là dell’uso individuale, pensi che l’IA stia modificando il modo in cui la scrittura viene percepita come lavoro (in termini di valore, di riconoscimento, di competizione) e che possa incidere sulle condizioni materiali in cui si scriverà nei prossimi anni?
Per scrivere mai. Mi innervosirebbe molto avere consigli da chi non ha esperienza dell’umano. Scrivere per me non è seguire precetti e dogmi da manuale. Mi piacciono le cose imperfette e reali, la scrittura è un prodotto della mente ma ha i connotati di un’opera artigianale, va fatta con le mani, pure sbagliando. Dall’IA mi faccio aiutare negli ambiti dove non vado forte, tipo la matematica, e la consulto spesso per la mia ipocondria tutte le volte che ho un fastidio fisico.
6. E il futuro?
Guardando avanti, immagini per te una possibilità di maggiore stabilità nella scrittura (più tempo, maggiore riconoscimento, una sostenibilità economica più solida) oppure pensi che la condizione di intermittenza rimarrà strutturale, quasi costitutiva dell’essere scrittori oggi? Ti senti parte di una generazione che scrive “nonostante tutto”, adattandosi a una realtà meno protetta rispetto al passato? E come credi che questa precarietà diffusa si rifletta, in modo più o meno visibile, nelle forme narrative contemporanee?
C’è una middle class di scrittori di cui faccio parte anche io, non sconosciuti ma neanche bestseller, non da poche centinaia di copie ma nemmeno da decine di migliaia, apprezzati, seguiti da un piccolo pubblico di lettrici e lettori. La middle class letteraria, come quella economica e sociale, è destinata a scomparire, inglobata dai ceti alti (riuscendo a scrivere e a produrre opere o molto valide oppure molto compiacenti con il grande pubblico) o dai ceti bassi (facendo romanzi sempre più rischiosi e coraggiosi che però leggeranno in cinque). Chi voglio essere io? Non sarà per scelta, ma per attitudine: sicuramente continuerò a ingrossare le fila di coloro che vedono nella scrittura uno spazio di libertà e di gioia dove poter essere ciò che si è senza infingimenti. Venderò pochissimo, forse nulla, continuerò però a farlo e a fare anche tutto il resto, che mi dà da vivere. Però nella vita, come in letteratura, ci può sempre essere un plot twist.
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Nata a Catania nel 1985, ha esordito adolescente nel 2003 con il romanzo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire (Fazi, poi ripubblicato da Bompiani), divenuto in poco tempo un bestseller mondiale con tre milioni di copie vendute in 42 paesi. Dal libro è stato tratto il film Melissa P. diretto da Luca Guadagnino. Nel 2005 pubblica L’odore del tuo respiro (Fazi Editore) e il saggio In nome dell’amore, una lettera aperta all’ormai ex presidente della CEI, il Cardinale Camillo Ruini, sull’ingerenza della Chiesa cattolica nello Stato laico. È del 2010 il romanzo Tre (Einaudi Stile Libero), mentre nel 2011 scrive per Sette, Corriere della Sera, una serie di reportage sugli italiani e il sesso. Dall’inchiesta nasce un libro pubblicato da Bompiani, In Italia si chiama amore. Nel 2013 pubblica con Fandango Libri il romanzo La bugiarda e nel 2019 Il primo dolore (La Nave di Teseo). Nel 2021 ha pubblicato per Perrone Editore la biografia Lisa Morpurgo – La signora delle stelle. Il suo ultimo romanzo, Storia dei miei soldi, è uscito per Bompiani nel 2024 ed è stato candidato al Premio Strega. Scrive per TuttoLibri, Grazia, e ha realizzato diversi podcast per Storielibere.