di Chiara Braucher
Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di
Emanuele Leonardi e Giulia Arrighetti
Queste sono le parole con cui Anna Bednik apre il suo libro, prendendole in prestito da Lino Pizzolon, attivista anti-minerario della Patagonia argentina, che le pronunciò al Forum mondiale alternativo dell’acqua nel 2012. L’estrattivismo non descrive solo un insieme di attività tecniche finalizzate all’estrazione di materie prime; esso designa una configurazione di potere e un rapporto sociale di dominio che riduce la Terra a un deposito di merci.
È su questa premessa radicale che prende forma il libro di Anna Bednik, Estrattivismo (Orthotes, 2025): un’analisi che, attraverso racconti autobiografici e riflessioni globali, traccia l’evoluzione di un modello che va oltre la singola miniera. L’autrice non ci offre un semplice inventario della devastazione ambientale, ma pone tutti e tutte davanti a uno specchio: l’estrattivismo non è altrove, è la logica stessa che modella il nostro presente in molte più forme e attraverso più pratiche di quelle che solitamente riconosciamo.
L’estrattivismo è quindi un insieme di tecniche e rapporti di forza che si nutrono di una condizione di invisibilizzazione strutturale, rendendo chi guarda cieco. In che modo? Qual è la configurazione di potere che non vediamo? Questo viene da chiedersi già dopo i primi capitoli della Bednik. La riflessione che il testo ci impone riguarda la natura stessa del “produrre” e dello “sviluppo” (Benegiamo, 2021). L’estrattivismo, prima ancora di essere una pratica industriale, è una macchina di oggettivazione: trasforma il vivente in risorsa, il territorio in spazio geometrico svuotabile e la complessità degli ecosistemi in flussi e logistica del capitale (Gago & Mezzadra, 2017). Questa visione del mondo produce una scissione tra l’esistenza dei territori e la loro utilità per il mercato, rendendo invisibili i legami biologici e sociali che non rientrano nel bilancio aziendale.
Come sottolinea Roberto Cantoni nella prefazione al volume, questa cecità si affianca a una verità biofisica ineludibile che «l’economia non è circolare, è entropica», sempre. Produrre l’estrattivismo significa dunque produrre un degrado progressivo e irreversibile, mascherato da progresso, che consuma le basi stesse della riproduzione della vita per alimentare dei processi metabolici sempre più voraci. Il testo, originariamente scritto in lingua francese e tradotto in italiano da Roberto Cantoni, propone una genealogia della categoria di estrattivismo, analizzandone l’evoluzione, il radicamento progressivo e la pervasività. Bednik inoltre sceglie di dare voce a chi lotta e resiste, dimostrando come i conflitti e le opposizioni territoriali non siano un semplice sottoprodotto o un effetto collaterale, ma parte integrante e costituente per comprendere questo processo.
Genealogia di un «ismo» necessario
La storia che racconta Bednik inizia da uno sconcerto quasi ironico: «Sopracciglia aggrottate. “Estra-cosa?” Il termine “estrattivismo” crea confusione. Manca di eleganza e richiede uno sforzo di pronuncia. Né è sempre chiaro quale scopo possa avere questo nuovo “ismo”, essendocene già così tanti nel vocabolario politico». L’autrice sceglie di iniziare interrogandosi sulla necessità e l’uso di questo termine, disvelando progressivamente l’importanza sia sul piano descrittivo che su quello materiale.
L’evoluzione del concetto segue una traiettoria precisa: viene declinata inizialmente in quanto categoria d’analisi dei conflitti per le risorse nel Sud Globale legata ai processi e alle dinamiche coloniali fino a diventare una categoria usata per descrivere processi globali in termini sistemici (Chanon et al., 2022).
La Bednik prosegue l’analisi di questa genealogia rivelando le contraddizioni dei governi “progressisti” latinoamericani attraverso la categoria di «neo-estrattivismo», svelando il paradosso di governi che utilizzano le rendite estrattive per finanziare politiche sociali, esponendosi così alla dipendenza di tali esperienze dal modello predatorio (Svampa, 2019). È in questo senso che Bednik definisce l’estrattivismo il “tallone d’Achille” dei governi “progressisti”.
L’estrattivismo non appare più quindi come una fase transitoria, ma come uno dei fondamenti storici e sistemici del capitalismo, che avanza indipendentemente dalla geografia, dal governo, dalla politica. L’obiettivo dichiarato del libro è dunque quello di superare l’idea che l’estrattivismo sia un fenomeno limitato alle periferie del mondo, definendolo invece come la logica materiale che alimenta il sistema produttivista e consumista globale: il vero e proprio «tallone d’Achille» della modernità. Una volta tracciati i contorni di questa storia, Bednik procede a smascherare i miraggi e i falsi miti che governano l’economia globale contemporanea. Al centro della sua critica vi è l’ossimoro della «crescita verde» e l’illusione della «dematerializzazione» veicolata da istituzioni internazionali come l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e l’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente). L’autrice dimostra come le tecnologie «pulite» (solare, eolico, “nuove tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni” NIPT) non siano affatto immateriali, ma generino una domanda crescente e diversificata di risorse – dai metalli rari al litio – spostando la pressione estrattiva su nuovi territori.
In questo processo, un ruolo cruciale è giocato dalla metrica del PIL, ossia dal valore della crescita, che da una parte contabilizza la distruzione in quanto questa produce valore, dall’altra i rimedi alla stessa: entrambi concorrono alla crescita, rendendo il sistema strutturalmente cieco all’esaurimento delle risorse. Bednik evidenzia una potente convergenza di interessi tra le grandi aziende estrattive, la finanza speculativa e le «ragioni di Stato», tutte protese a garantire la «sicurezza dell’approvvigionamento» e la competitività nazionale. La critica all’estrattivismo si trasforma così, inevitabilmente, in una questione di classe e di potere. Dall’estrattivismo classico a quello «verde», fino alla sua dimensione globale, l’autrice delinea un contesto che evolve in modo incrementale sacrificando sempre più porzioni di terra (Dunlap et al., 2024). Il libro risale al 2019 e quindi non riferisce si direttamente al Green Deal, esso però anticipa anche il contesto attuale, segnato dalla fame di Critical Raw Materials (CRM) e dalla necessità, che oggi vediamo chiaramente, di assicurare filiere stabili ai processi di transizione verde e tecnologica, nonché al riarmo. Anche senza citare i regolamenti europei più recenti, Bednik definisce chiaramente la radice del problema: l’estrattivismo come motore immobile dei processi di accumulazione globali in seno alla transizione verde.
«Le “soluzioni” tecnologiche implementate su scala industriale si traducono in nuove pressioni estrattive […] “I cambiamenti su larga scala nei sistemi energetici” non metterebbero fine all’estrattivismo, ma sposterebbero la pressione estrattiva dagli idrocarburi ad altre materie prime e ad altri territori.»
Questa citazione sintetizza il nucleo della critica di Bednik alla cosiddetta “transizione energetica” industriale: l’idea che la tecnologia possa risolvere la crisi ambientale senza modificare il paradigma della crescita. L’autrice chiarisce che il passaggio alle energie rinnovabili, lungi dal dematerializzare l’economia, innesca una nuova corsa all’accaparramento minerario. Non assistiamo dunque a un reale superamento dello sfruttamento della biosfera, ma a una sua riconfigurazione spaziale e materiale; il capitale non smette di essere estrattivo, semplicemente sostituisce o sovrappone ai combustibili fossili metalli e terre rare, spostando le proprie “zone di sacrificio” in nuovi territori, spesso senza lasciar andare o bonificare i vecchi, e condannandoli alla medesima logica di spoliazione.
Quindi l’estrattivismo, è sempre più chiaro, rappresenta un punto di partenza, una delle radici dei processi di accumulazione globali e che oggi è sempre più indispensabile alla riproduzione del capitale. Bednik scardina l’idea comune che l’estrattivismo sia un fenomeno limitato al Sud globale, guidato solo da regimi neoliberisti e attuato da multinazionali del Nord. Al contrario, l’autrice mobilita un’ampia mole di dati per dimostrare come questa dinamica sia ben più complessa: si tratta di un fenomeno trasversale e in costante espansione, capace di superare i tradizionali confini geografici, politici ed economici.
Lottare e resistere fa parte del gioco
Nell’ultima sezione del libro, Bednik discute come lotte e resistenze non siano un effetto collaterale, ma una parte integrante e costituente della storia dell’estrattivismo. L’autrice muove una serrata critica all’utilitarismo e alla costruzione sociale dei bisogni, contestando l’argomento cardine dell’industria: quello che giustifica i sacrifici territoriali in nome di una presunta «utilità sociale». L’autrice sottolinea come quelli che chiamiamo “bisogni” siano spesso costrutti estrattivi, architetture del desiderio create dal sistema per garantire la propria riproduzione. Le resistenze locali emergono allora come veri e propri laboratori epistemologici, luoghi di produzione di un «sapere contro-esperto» (un sapere radicato) che si oppone frontalmente alla tecnocrazia, evidenziando bisogni altri. In queste lotte, il NIMBY (Not In My BackYard), associato ad alcune lotte ambientaliste locali, lascia spazio a una consapevolezza più profonda, riassunta nell’acronimo NINA (Ni ici, ni ailleurs – Né qui, né altrove). Il «No» a un particolare progetto si trasforma in un «No all’estrattivismo» in generale, a cui i movimenti aggiungono la radicalità di un «No al suo mondo».
La resistenza diventa così l’affermazione della volontà politica di decidere il proprio futuro al di fuori delle metriche del profitto. Contro l’omologazione del modello estrattivo, Bednik analizza alcune alternative, tra cui l’agroecologia. Questa rappresenta una risposta radicale all’agroindustria, dimostrando che è possibile nutrire il mondo senza distruggere i suoli e senza la dipendenza tossica da gas e fosfati. La transizione, in quest’ottica, non è un cambio di combustibile, ma un cambio di relazione con la Terra. Andare “oltre il sistema” significa abbracciare un ideale di giustizia basato sulla «cultura del territorio» e sulla difesa della diversità, cercando di costruire una visione che abbiamo visto declinare anche in Pluriverso (Kothari et al., 2021). Rifiutare la logica della predazione è, per Bednik, la condizione stessa per la conservazione della vita e l’unica via per uscire dalla «gestione» della catastrofe ecologica. Il volume si chiude richiamando all’urgenza di una scelta politica non più procrastinabile.
L’estrattivismo è dunque la logica unificante che acutizza le molteplici crisi contemporanee: climatiche, sociali ed economiche. Questa consapevolezza la ritroviamo, con cruda attualità, anche nel recente documentario The Cost of Growth (2025): nelle sue sequenze iniziali, l’estrattivismo “verde” appare come una forza dilagante che ridisegna i confini delle terre sacrificate, espandendosi in territori un tempo ritenuti intoccabili. Sebbene Anna Bednik abbia scritto nel 2019, prima che il regolamento europeo sui Critical Raw Materials (CRM) entrasse in pieno vigore nel maggio 2024, la sua analisi ne aveva già smascherato l’illusione di fondo. Come sottolineano le protagoniste di The Cost of Growth davanti alle immagini del Parlamento Europeo, la nuova corsa ai minerali critici non promette una sostituzione, ma una sovrapposizione: «aprire delle miniere qui non permetterà di chiudere miniere in altri luoghi». La sfida lanciata dall’autrice è dunque un’esortazione alla «diserzione» collettiva: rompere l’immaginario capitalista-produttivista per ricostruire una soggettività capace di abitare il mondo senza svuotarlo.
Nelle battute finali della sua prefazione, Roberto Cantoni cristallizza il valore politico di questa analisi. Sebbene la geopolitica delle risorse sia destinata a cambiare profondamente, le domande fondamentali alla base della critica restano invariate: «A chi andranno i benefici? Chi pagherà i costi? Chi sarà coinvolto nelle decisioni? A sostegno di quale modello si opererà e con quale idea di futuro?». A queste domande, Anna Bednik fornisce risposte convincenti, ricordandoci che la lotta all’estrattivismo non è solo una battaglia per le risorse, ma il campo di battaglia per definire cosa significhi, oggi, restare umani su un pianeta ferito e saccheggiato. In un contesto globale dove i processi estrattivisti e di devastazione sono in espansione anche le resistenze e le narrazioni che le combattono stanno evolvendo e si stanno radicalizzando.
Bibliografia
Benegiamo, M. (2021). La terra dentro il capitale. Conflitti, crisi ecologica e sviluppo nel delta del Senegal. Orthotes.
Chagnon, C. W., Durante, F., Gills, B. K., Hagolani-Albov, S. E., Hokkanen, S., Kangasluoma, S. M., … & Vuola, M. P. (2022). From extractivism to global extractivism: The evolution of an organizing concept. The Journal of Peasant Studies, 49(4), 760-792.
Dunlap, A., Verweijen, J., & Tornel, C. (2024). The political ecologies of “green” extractivism (s): An introduction. Journal of Political Ecology, 31(1), 436-463.
Gago, V., & Mezzadra, S. (2017). A critique of the extractive operations of capital: Toward an expanded concept of extractivism. Rethinking Marxism, 29(4), 574-591.
Kothari, A., Salleh, A., Escobar, A., Demaria, F. & Acosta, A. (2021). Pluriverso, Orthotes.
Svampa, M. (2019). Neo-extractivism in Latin America: Socio-environmental conflicts, the territorial turn, and new political narratives. Cambridge University Press.