di Luigi Scorrano
[La casa editrice ETS ha appena pubblicato il libro postumo di Luigi Scorrano, Lettere salentine. Poeti e narratori del secondo Novecento, a cura di Antonio Montefusco e Antonio Resta. Proponiamo un estratto dal capitolo finale del libro, Il Salento degli “altri”].
Forse il destino di Otranto era quello di diventare materia di romanzo, di diventarlo in un secolo (il secolo scorso, il Novecento) in cui la cittadina salentina è stata scoperta o si è, da sé, riscoperta. In posizione felicissima su un canale che la fa vicina più di altre cittadine italiane all’altra sponda dell’Adriatico, aperta al soffio della civiltà greco-bizantina, esposta all’irruzione di popolazioni dalla sua diverse per religione e costumi, Otranto ha conservato e coltivato, nei secoli, un suo mito che nasce dalla storia, il mito della sua identità forte e fattiva. Il mito che nasce dalla storia è quello dei suoi “martiri”, degli otrantini che nel 1480 subirono l’assalto delle forze nemiche e difesero patria e fede col sacrificio della vita conquistandosi non solo vasta fama nelle cronache del tempo ma soprattutto imprimendo la memoria del loro “martirio” nella tradizione del loro popolo. Ci si sbaglierebbe, però, a credere Otranto adagiata sul proprio mito. Non è città che viva di rendita, ed i suoi abitanti si sono variamente attivati per conservarle quella vivacità che è nel suo carattere e per rafforzarla immettendo in una stabile situazione di fondo elementi di crescita e di rinnovamento. Non è un caso, dunque, che il suo mito venga riletto in chiave di modernità in un romanzo ormai famoso, L’ora di tutti (1962) di Maria Corti, o che il suo nome torni ad inscriversi, perentoriamente, nel titolo di un altro romanzo, Otranto appunto, di Roberto Cotroneo.
Gli scrittori, quelli che sono salentini e otrantini d’adozione o d’anima ma non di nascita, “altri”, dunque, partendo dalla realtà del luogo danno ala all’immaginazione e possono sentir cantare nelle acque di Otranto le sirene; forse solo quella dalla doppia coda fuggita dal mosaico pavimentale della cattedrale e tuffatasi in mare da una scogliera. Qui antico e moderno entrano l’uno nell’altro; si armonizzano, non sono in conflitto. Lo si avverte, ad esempio, fin dalle prima battute del romanzo della Corti, con la visione delle donne che dalla campagna scendono in città a vendere i prodotti della terra o dell’industria familiare: “cicoria e caciotte”. Figure quotidiane, che oggi è sempre più difficile incontrare; non era difficile alla Corti bambina o giovinetta che dalla natia Milano scendeva, come avrebbe fatto fino alla vigilia della sua morte, a Maglie e ad Otranto quasi per approdare ad una seconda patria o ad una patria dell’anima. La costa da Otranto a Leuca è lo scenario che la Corti disegna per un suo lontano racconto, pubblicato prima in «Autografo» (n. 44, 2002) e in seguito, e in una stesura diversa, nel «Corriere della Sera» del 2 gennaio 2004.
Nelle figure delle donne che appaiono nella parte d’avvio del romanzo tempi diversi coagulavano: sotto la vernice dell’oggi riemergeva un passato arcaico, remotissimo. Così le descriveva la Corti nella pagina iniziale de L’ora di tutti:
Arrivate alle mura della città, depositano cicoria e caciotte ai piedi della torre di Alfonso d’Aragona, e d’un tratto si mettono a urlare; come invasate da un improvviso oracolo, si scuotono dentro le nere vesti e gridano in faccia al passante:
“Cicorie fresche, cicorie rizze!”
A questo punto, se c’è un forestiero presente, rimane inchiodato sul lastrico, all’ombra della torre, guardando gli occhi nero-viola delle donne, la pelle bruna, domandandosi perplesso: “Sangue greco? O arabo?” “Sangue otrantino”, gli risponde la vecchia nenia che le donne cantano ai lattanti per addormentarli, “sangue otrantino, / saporito come menta e petrusino, / sangue forte e fino, / contro il turco malandrino”.2
La Corti vede gli otrantini, e con essi una parte significativa del Salento, in una continuità senza fratture tra passato e presente. Ancor più accentua questa sostanziale continuità quando istituisce un raccordo tra gli ottocento martiri e i pescatori d’oggi:
mettiamo di soggiornare a lungo nella vecchia Terra d’Otranto, di scendere al crepuscolo verso il molo del porto, durante una bufera di tramontana, quando i pescatori siedono in terra alla turchesca, la pelle abbronzata, guardando pian piano il mare, riflettendo da soli, aspettando in silenzio, come suoi fidati amici, che quella furia gli passi. Le cose allora cambiano, ogni distanza nel tempo cade, ogni senso di favola si fa impossibile: sono ancora Loro che abbiamo davanti, gli stessi pescatori, salvo qualche dettaglio, qualche frastuono momentaneo intorno alla loro persona; gli stessi piccoli uomini dalla squisita capacità di comportarsi bene, nell’ora destinata.3
Legata ad una sorta di dimensione atemporale è Otranto anche nel romanzo di Cotroneo. Un passo può darne un’idea riassuntiva. La protagonista del romanzo, una giovane restauratrice olandese venuta nel Salento per lavorare al restauro del mosaico di Pantaleone e che finisce per scoprire inquietanti drammatiche tracce del passato della propria famiglia, ha l’impressione che varie persone le raccontino fatti anche lontani nel tempo (il centrale eccidio del 1480) come se fossero state partecipi dell’evento. E riflette:
Ancora una volta c’era qualcuno che mi raccontava questi eventi come se ci fosse stato; come se Otranto vivesse dentro un tempo dilatato, dove cento anni valgono dieci, dove i secoli collassano, come la materia di cui son fatte le stelle, e la storia si può vedere, densa; tutta lì, in un nucleo grande quanto una noce. Otranto è questo, un nucleo piccolo, una stella collassata dove c’è tutto l’universo, dove c’è la vita quotidiana e la storia, dove gli anni non passano e tutto sembra compenetrarsi, dove è facile che i fantasmi parlino per le strade, e dove tutti sanno di essere in un posto diverso, dove il tempo si curva su se stesso, non è una retta, e curvando si chiude. Puoi passare da Otranto e non accorgerti di nulla, perché non sei stato capace di vedere oltre le apparenze; ma se entri nel tempo fermo di questa città allora capisci che soltanto qui tutto è possibile.4
Il romanzo di Cotroneo, che non è qui né oggetto d’analisi né di giudizio critico ma è assunto solo per il suo valore testimoniale, potrebbe esser guardato – da operatori turistici non insensibili alle suggestioni letterarie – come un bel manifesto promozionale. In realtà qui, come nella narrativa ‘otrantina’ della Corti, la preoccupazione non è quella di esplorare una realtà socio-economica e di darle, eventualmente, rappresentazione, ma di coinvolgere il lettore in una storia misteriosa, in un’atmosfera di magia e di mito. Il mito è immutabile sotto lo scorrere del tempo: è consegnato, una volta per tutte, a una memoria collettiva che lo tramanda o all’occhio dello studioso che lo indaga. O, meglio ancora, all’intuizione del poeta che lo riveste di echi profondi ed arcani, di impensate relazioni tra modi diversi di vita e diversi mondi. Così Otranto può apparire alla protagonista del romanzo di Cotroneo come una città morta, una Pompei dalla vita apparente, magica nel nome:
nella famiglia di mia madre – dice la protagonista della suggestiva storia – il nome di Otranto entrò a buon diritto, e assunse significati magici: possedeva poteri straordinari il solo evocarlo.5
Otranto è legata soprattutto al ricordo del sacrificio (su questa linea il possibile raccordo con Il castello d’Otranto di Horace Walpole); ma quel sacrificio assume un valore particolare configurandosi come un “sacrificio di fondazione”, come il prodotto di quella “violenza casuale” che “fonda tutte le società umane”.
All’interno del romanzo ci sono le motivazioni d’una simile visione di Otranto e vi s’indovinano, nel sottofondo, nella cultura sottesa, riferimenti agli studi di etnologia, di antropologia, di psicologia che concorrono a costruire quella particolare visione.
Sud e magia si compenetrano e cospirano a rompere la dura scorza d’una razionalità che si vorrebbe prevalente. Il mistero s’insinua nella quotidianità. Qui è avvertibile ancora un senso del sacro, che permane nonostante ogni cambiamento. E vale ricordare, a proposito di questi temi, la ricerca da Ernesto De Martino condotta nel Salento – epicentro Galatina e l’afflusso delle tarantolate nella cappella di san Paolo – sul fenomeno del tarantismo. Il “simbolo della taranta” si configurava, per lo studioso, “come orizzonte mitico-rituale di evocazione, di configurazione, di deflusso e di risoluzione dei conflitti psichici irrisolti che ‘rimordono’ nell’oscurità dell’inconscio”.
Gli “altri”, è chiaro, vedono il Salento, e lo interpretano o lo narrano dal punto di vista dei loro personaggi ma non senza un loro personale punto di vista. Corti e Cotroneo scelgono il versante mitico (e questo aspetto è accentuato, per la Corti, nel Canto delle sirene); entrambi sottolineano, con un più o un meno di evidenza, il rapporto con l’oriente vicino: Adriatico e Ionio, i mari sui quali s’affaccia il Salento, sono mari di passaggi e di migrazioni e il mito di Enea ha una sua tappa salentina a Porto Badisco.
Questo versante magico è avvertito anche da una scrittrice che ambienta in parte a Maglie un suo romanzo, Fortunata nel Sud. Fortunata, la bambina protagonista, trova asfaltata, prodigio avvenuto in una notte, la via in cui è andata ad abitare, Via Clementina Palma, e scrive:
Da queste parti i maghi ci stanno di casa […]. Il mio [quello al quale attribuisce la rapidissima, e perciò “miracolosa” asfaltatura della strada] deve essere il più buono e il più importante di tutti e mi ha fatta bella la strada perché è l’unica strada del mondo dove tutto e tutti sono buoni e gentili e porgono le mani piene di fiori e dicono: – Buona giornata! […].6
In un altro episodio del libro, la visita al campanile di Soleto che, secondo una leggenda locale, fu costruito in una sola notte da Matteo Tafuri, «letterato, filosofo, teologo, matematico, medico, botanico, […] astrologo, […] mago»7 coadiuvato da streghe e diavoli al suo servizio, l’autrice fa dire all’accompagnatore-cicerone di Fortunata che «non c’è nessun dubbio che questa terra sia patria di maghi e streghe». È il regno di Eolo, il re dei venti e «se si pensa che maghi e streghe per trasferirsi da un posto all’altro volano a cavallo della scopa, che c’è di meglio di un buon vento per fare lunghi viaggi?».8
Nel racconto prevale il punto di vista d’una bambina, lo sguardo incantato di un’infanzia d’altri tempi. La versione magica del quotidiano appare nella sua spontanea ingenuità; vi manca il filtro della cultura ma rivela il sostrato culturale (l’avvertimento di una naturale magia) nel mondo dell’infanzia.
È singolare, ma non troppo, che gli “altri” afferrino con immediatezza questo legame magico, questo elemento suggestivo nel tracciare il resoconto (se così vogliamo chiamarlo) del loro incontro con il Salento. Poiché si tratta di scrittori, scatta quasi naturalmente il richiamo a modelli culturali. Penso ad una pagina di Bonaventura Tecchi, uno scrittore oggi poco letto ed ancor meno ricordato (era di Bagnoregio: 1896 – 1986); una pagina apparsa nel “Corriere della Sera” del 15 dicembre 1953. Tecchi è ospite nel Salento. Anch’egli, come tanti anni dopo Cotroneo, è folgorato dalla luce di questa terra, dalla luce di Otranto. Ne scrive in questi termini:
La cosa più singolare è […] la luce: una luce sulle case e soprattutto nella campagna. L’ho vista […] andando e tornando da Otranto. Quella luce […] scandisce sì le cose, con chiarezza, ma forse con più grazia, si direbbe quasi con trepidazione: come se, in questo estremo lembo di terra ferma italiana, ci fosse nell’aria una trepidazione gentile d’accostarsi alla madre – alla gran madre: la Grecia – e insieme una specie di timore ma anche di fierezza di fronte alla vicinanza – così palese nell’arcuarsi dei monti d’Albania di là dal mare – del mondo musulmano.9
Nel mirino della sua osservazione entra, però, nitida un’altra immagine: quella del funerale di un bambino. Scriveva ancora, Tecchi:
Ripenso ora non soltanto alla luce di Otranto […]; né solo all’entrata moresca fra mura alte e severe […]. Ma penso soprattutto a ciò che vidi una mattina a Gallipoli: una mattina di luce, sulle sponde del Mar Jonio. Non avevo mai veduto un funerale a quell’ora: né mai più dimenticherò le donne che passavano tra le case bianche, dietro la bara di un bambino, tutte vestite di nero, senza uomini; la donna che per prima seguiva la bara, probabilmente la madre, portando il suo lutto senza lacrime, scavato nel viso giovane, con quella dignità che si addiceva ad Elettra: immagine quasi classica del dolore.10
Colpisce il motivo “figurativo” (per così dire) dei gruppi delle donne – le venditrici otrantine della Corti, e queste donne, uniche partecipi al funerale di un bambino -; e viene in mente, davanti a questa scena, quella narrata dallo scrittore napoletano Giuseppe Marotta ne L’oro di Napoli poi portata sullo schermo da Vittorio De Sica (L’oro di Napoli) nel 1954.
Mito, fiaba, riferimenti al mondo classico appaiono agli “altri”, si può dire, le naturali chiavi di accesso al tentativo di decifrare questa terra nella sua vita, nella sua cultura. È possibile cogliere questo aspetto in una pagina di Carlo Emilio Gadda che, pur lasciandosi attrarre dalla bellezza del paesaggio, cerca di penetrare – è una confessione di metodo – nel cuore delle cose:
Amici àpuli […] mi avevano parlato degli affetti e delle opere, delle albe e delle notti di Puglia, dei castelli svevi o angioini e dei porti, dei frumenti e delle svinature. E poi che il paesaggio e il terreno io li guardo e li percorro studiandomi riconoscere in loro le componenti essenziali della vita, della mente, della cultura e della storia degli umani, così paese e terra non si dissociano mai, per me, dai termini dialettici di un mondo, di un ambiente, di un luogo.11
Si può avere l’impressione che gli “altri” vedano il Salento con un occhio “condizionato”, che trovino facile incasellarlo dentro le coordinate di modelli culturali garantiti dalla loro durata nel tempo. L’impressione, anche, che non ci sia attenzione per i fatti della vita pratica o, comunque, per aspetti della vita che fuoriescano da quelli fin qui ricordati. Non è proprio un’impressione esatta; non reggerebbe troppo ad una verifica.
Un esempio, che si può interpretare scherzosamente come attenzione a quella che può essere una risorsa “turistica” viene dalle pagine di un taccuino di d’Annunzio del 1895. Alla fine di luglio del 1895 d’Annunzio giunge a Gallipoli. È in procinto d’imbarcarsi, con un piccolo gruppo di amici, sullo yacht “Fantasia” per una crociera nello Ionio e nell’Egeo. Gallipoli gli si presenta in veste esotica: «tutta bianca sotto il sole, affocata come una città araba della costa d’Africa».12 Lo colpisce l’insistenza con la quale qualcuno vuol mostrargli quella che ritiene un’attrazione che possa solleticare la curiosità del forestiero; e annota:
Scendiamo a terra per fare qualche spesa. Alcuni gallipolini ci offrono di mostrarci “il mal ladrone”. Sembra che questo crocifisso sia il personaggio più importante della città.13
Da Gallipoli ebbe inizio quella crociera che sarebbe stata la fonte d’ispirazione (almeno in parte) per il poema di Laus vitae. Ma nel poema, d’Annunzio finse d’essere partito da un altro luogo del Salento storico, da Brindisi, più prestigiosa di ricordi romani (la parte terminale della Via Appia, la colonna romana che la segna). Annotava Enzo Palmieri, attento commentatore dell’opera dannunziana: «in realtà salparono dall’umile Gallipoli».14
La città non attrae un d’Annunzio già tutto proteso verso la Grecia, verso la culla di tanti miti, di tanta gloriosa storia: «l’Ellade santa», come la chiamerà. In libri in cui sono evocati anche marinai gallipolini che gli furono compagni molti anni dopo, il poeta accennerà però ad un’importante risorsa dell’economia gallipolina: l’olio quieto che nelle sue cisterne attendeva d’essere portato per le vie del mondo. Ma è sempre con l’attenzione ad altro che questo viene ricordato.
Note
2 M. Corti, L’ora di tutti, Milano, Garzanti, 1971 [I ed., Milano, Feltrinelli, 1962], pp. 7-8.
4 R. Cotroneo, Otranto, Milano, Mondadori, 1999 [I edizione 1997], p. 199.
6 V. Dragoni, Fortunata nel Sud, Milano, Mursia, 1972, p. 181.
9 B. Tecchi, Gentilezza d’uomini e di cose nella penisola salentina. / Dignitosa come Elettra la popolana di Gallipoli, «Corriere della Sera», 15 dicembre 1953.
11 C. E. Gadda, Gioia della chiarità marina, [Scritti dispersi], in C. E. G., Saggi giornali favole, I, a cura di L. Orlando, C. Martignoni, D. Isella, Milano, Garzanti, 1991, p. 1001.
12 G. d’Annunzio, Taccuini, a cura di E. Bianchetti e R. Forcella, Milano, Mondadori, 1965, p. 31.
14 Id., Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi, con interpretazione e commento di E. Palmieri, Libro primo. Maia / Laus Vitae, Bologna, Zanichelli, 1949, p. 68.