di Fabio Magro
[Esce in questi giorni per Feltrinelli il saggio di Fabio Magro Levi. Il presente del passato. Ne presentiamo in anteprima l’introduzione]
Nella scheda di presentazione di questa collana si legge: “Eredi raccoglie monografie d’autore brevi, che non forniscono una fotografia storicistica di un insegnamento, ma lo ricostruiscono a partire dal riconoscimento di un debito simbolico”. Seguendo il fuoco di questa prospettiva le pagine che seguono presentano un profilo di Levi senz’altro parziale. Rimangono in secondo piano alcuni aspetti pur fondamentali dell’opera dello scrittore torinese come, ad esempio, il grande tema del lavoro che innerva un testo come La chiave a stella ed è centrale anche nell’autobiografia sui generis de Il sistema periodico, ma anche il Levi scrittore “fantabiologico” si colloca sostanzialmente fuori dall’orizzonte di questo libro.[1] Lo spazio maggiore, anche se non esclusivo, va al Levi testimone con cui si apre e si chiude del resto la sua attività di scrittore. Per quarant’anni Primo Levi ha continuato a riflettere sulla propria esperienza di sopravvissuto e al contempo a pensare al Lager nella sua natura di “gigantesca esperienza biologica e sociale” (SQU; OC, i, p. 206): è stato in grado di assorbire il contenuto bruciante della narrazione in prima persona attraverso una riflessione sempre lucida, e inoltre, non meno importante, attraverso una scrittura chiara e ferma, pesata con il bilancino del chimico.
Certo, l’opera testimoniale di Levi si inserisce almeno in parte nel contesto di un fenomeno storico che ha progressivamente portato in primo piano le memorie dei testimoni e ha imposto il problema del loro rapporto con la storia, le sue fonti e i suoi strumenti di indagine: “la memoria abbraccia e raccoglie il passato con una rete dalle maglie più larghe di quelle della disciplina tradizionalmente chiamata storia, depositandovi una dose ben più grande di soggettività, di ‘vissuto’”.[2] Per quanto riguarda il fenomeno dei Lager nazisti, in effetti, sul finire del secolo ci siamo trovati a dover fare i conti con una massa imponente di testimonianze. Come ha scritto già nel 1998 Annette Wieviorka
Nessun altro evento storico […] ha suscitato un movimento così consistente e di così lunga durata, e non c’è alcuno studioso che possa affermare di dominarne l’insieme. Si tratta di testimonianze di vario genere, prodotte in periodi di tempo più o meno distanti dall’evento. […] alcune nascono da un movimento spontaneo, da una necessità interiore. Altre rispondono a domande di diversa origine. Domande legate alle esigenze della giustizia, innanzitutto”.[3]
Per caratteristiche, funzioni e obiettivi le due pratiche di ricostruzione del passato non potrebbero essere più lontane. Enzo Traverso in effetti intitola in questo modo un capitolo del suo saggio: “Storia e memoria: una coppia antinomica?”. La memoria del testimone è detta o scritta in prima persona singolare, gode di uno statuto di verità non negoziabile che si fonda in primo luogo sul ruolo di vittima, è sottoposta ad una pluralità di condizioni e variabili non sempre riconoscibili o misurabili (coercizione, offuscamento, rimozione ecc.) e non è sempre stabile nel tempo; tuttavia, per il lettore o l’ascoltatore, risulta certo più facile la possibilità di una immedesimazione che genera una più diretta ed immediata risposta empatica. D’altro lato la ricerca storica, soprattutto quella del passato recente, non può non tener conto della testimonianza, anche se vi si accosta con una certa diffidenza. Uno storico del calibro di Marc Bloch afferma del resto che “non esiste buon testimone, né deposizione esatta in ogni sua parte”.[4] La tensione che si genera pertanto tra memoria e storia, tra la testimonianza e le altre fonti documentarie, deve auspicabilmente tradursi in una dialettica positiva che tenga conto delle peculiarità dei due approcci al passato, che non pretenda dalla memoria l’infallibilità e l’oggettività e non chieda alla storia l’individuale e il particolare.
Anche la scrittura di Levi, come noto, si appoggia ampiamente alla memoria ma, dopo una prima fase legata alle impellenti necessità di sfogo e liberazione, si orienta ben presto verso una progressiva apertura dell’orizzonte soggettivo e una progressiva storicizzazione della propria esperienza che culmina nel lavoro più importante e definitivo ossia I sommersi e i salvati. Levi in ogni caso non è uno storico e non ha come obiettivo la ricostruzione esatta del passato, benché affermi più volte di avere una memoria lucidissima e di aver vissuto l’esperienza del Lager con grande e inedita capacità di osservazione (cfr. la cit. qui sotto). Anche l’opera di Levi se analizzata con gli strumenti dello storico può rivelare inesattezze, rimozioni, spostamenti o al limite rielaborazioni.[5] Ne era consapevole lo stesso autore, soprattutto a proposito dei tanti ritratti di uomini e donne che sono contenuti nei suoi libri:
Io penso che nessun personaggio è mai totalmente vero e nessuno mai totalmente inventato; per quanto uno scrittore si prefigga di essere obiettivo – anche se è uno scrittore di libri storici, non dico di romanzi storici – lascia la sua traccia ed il suo personaggio ne esce distorto. Viceversa, chi si prefigga di inventare un personaggio, di farne un montaggio, non può fare a meno di utilizzare le sue esperienze precedenti, i suoi contatti umani precedenti e quindi si tratta di personaggi ibridi in un caso o nell’altro. Per quanto mi riguarda, io ho scritto due libri dichiaratamente autobiografici, in cui ho messo molti personaggi cercando di ritrarli dal vero e dal vivo, ma non dubito che li ho ritoccati, magari inconsapevolmente; anzi, gli stessi personaggi superstiti che leggono i miei libri qualche volta protestano e protestano magari civilmente, ritenendo di non essere come li descrivo, di non aver detto cose o di non avere il carattere che ho loro attribuito; può anche darsi… (OC, iii, p. 212).[6]
Il fatto è che nella difficile tensione tra memoria e storia Levi inserisce un terzo elemento qualificante, la letteratura. In un primo momento magari non a livello così consapevole, ma poi in modo sempre più vigile ed efficace, Levi utilizza gli strumenti della letteratura per dare forma alla testimonianza e in questo modo garantire una maggiore stabilità, perentorietà e durata alla sua esperienza. Non è decisivo il fatto che quel dettaglio corrisponda a una verità documentabile o accertabile perché quel che conta per Levi è restituire al lettore il senso di quanto ha vissuto. Su questo aspetto si legga quanto scrive giustamente Mario Barenghi:
La mia tesi è che il criterio di veridicità […] non può essere costituito dalla conformità fra la rievocazione memoriale e un evento intrinsecamente informe, privo di forma, e per di più non documentabile. Ciò che conta è il valore morale dell’esperienza, che non si dà mai tutto nell’hic et nunc (o meglio nell’illic et tunc). […] non bisogna pensare a un resoconto verbale teso a riprodurre una presunta oggettività dei fatti, bensì a un processo di costruzione di senso che muove dal vissuto e si sviluppa, lungo un arco di tempo impregiudicabile, attraverso il lavoro della memoria.[7]
La chiave è proprio il “lavoro della memoria”, che per Levi è anche un lavoro della memoria letteraria. Questo lavoro permette di estrarre da un tempo di pena inerte e inconsistente momenti portatori di senso e verità per il soggetto e la comunità che li riceve e li fa propri. Con le parole di Agamben si può dire che “la verità […] non si esaurisce nei nudi fatti che il tempo – inteso in senso cronologico – può esibire. Occorre un’altra nudità, questa volta non muta, in cui i fatti si presentano come res gestae, eventi che hanno a che fare con i pensieri e i discorsi degli uomini che, secondo l’etimologia di gerere proposta da Varrone, devono ‘sostenerli’, cioè assumerli e riconoscersi in essi”.[8]
Questo libro intende esprimere riconoscenza nei confronti soprattutto del Levi testimone, della sua capacità di aver preso parola su di un’esperienza tra le più tragiche e sconvolgenti della storia umana, di averlo fatto da vittima ma tacendo rabbia e rancore e non cercando compiacimenti; di averlo fatto da salvato in nome e per conto di quelli che sono stati sommersi. Non che non ci sia un debito anche nei confronti degli altri ambiti dell’opera di Levi, dall’etica del lavoro al valore aggiunto di un’immaginazione che inventa dal vero (com’è la fantascienza di Levi); il fatto è che nel vuoto rumoroso che ci circonda, nello sbriciolamento dei legami, nella manipolazione delle coscienze, nell’indecidibilità o mobilità dei confini tra fatti e finzioni, e nel conseguente inquietante approssimarsi di una mutazione artificiale che finirà per ridefinire la percezione stessa della realtà, mi pare necessario e anzi urgente tornare a mettere al centro del pensare il nostro rapporto con il mondo le voci più autorevoli, sagge e anche dolenti, di buona memoria ma non di sola memoria, di scrittori come Primo Levi, o come i suoi due amici Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli. Proprio a loro Levi ha dedicato queste parole chiare, di affetto, di vicinanza e di comprensione:
A Mario e a Nuto
Ho due fratelli con molta vita alle spalle,
Nati all’ombra delle montagne.
Hanno imparato l’indignazione
Nella neve di un paese lontano,
Ed hanno scritto libri non inutili.
Come me, hanno tollerato la vista
Di Medusa, che non li ha impietriti.
Non si sono lasciati impietrire
Dalla lenta nevicata dei giorni.[9]
In pochi versi Levi riesce a nominare tutti gli ingredienti tipici della scrittura di questi due autori, anch’essi reduci da esperienze di guerra e deportazione: l’esperienza personale, la neve, il riferimento alla montagna, cara anche a Levi, e quello alla guerra e al trauma che ne consegue, ma proprio al centro, il quinto verso su nove, si trova il riferimento a quei “libri non inutili” che è già quasi una dichiarazione di poetica per chi, come Levi, considera scrivere “un servizio pubblico” (OC, ii, p. 840).
Questo libro prende dunque posizione a favore di una letteratura che mantiene un rapporto stretto con l’esperienza vissuta e la traduce in racconto. Il passaggio dalla memoria alla narrazione è un passaggio molto delicato e comporta una serie di aggiustamenti e spostamenti che, grazie al valore aggiunto della letteratura, permette alla storia individuale di essere riconosciuta come patrimonio della comunità. Secondo Walter Benjamin, questo passaggio, questa transitività è possibile proprio perché “il narratore prende ciò che narra dall’esperienza – dalla propria o da quella che gli è stata riferita – e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia”.[10] Il saggio di Benjamin, dedicato come noto allo scrittore russo Nicolaj Leskov, tocca in effetti alcuni punti fondamentali dell’arte del narrare che ci possono aiutare ad inquadrare anche l’opera di Levi (e dei suoi due amici). Vediamone dunque almeno alcuni aspetti.
Benjamin innanzitutto individua due tipi di narratore, l’agricoltore sedentario, ossia colui che non ha mai lasciato la propria terra e ne conosce le tradizioni, e il mercante navigatore, che ha fatto molti viaggi e conosciuto genti e costumi diversi. Dice Benjamin che “il personaggio del narratore acquista tutta la sua fisica concretezza solo per chi li tenga presenti entrambi”.[11] Ora, la figura di Levi, proprio come quella del suo caro amico Mario Rigoni Stern, riassume in sé questi due attributi: l’attaccamento alle proprie radici, ebraiche e piemontesi, e il viaggio a cui è stato costretto, i nuovi mondi di cui suo malgrado ha fatto esperienza (Auschwitz e insieme il lungo viaggio di ritorno raccontato ne La tregua). Tra questi vanno anche considerati naturalmente i mondi di fantasia, ossia la fantascienza leviana, che mantiene comunque salde radici nella realtà del suo tempo.
Una seconda caratteristica ha a che fare con lo scopo anche implicito che si prefigge la narrazione: secondo Benjamin dunque “essa implica, apertamente o meno, un utile, un vantaggio. Tale utile può consistere una volta in una morale, un’altra in un’istruzione di carattere pratico, una terza in un proverbio o in una norma di vita: in ogni caso il narratore è persona “di consiglio per chi lo ascolta”. Da un lato Levi scrive Se questo è un uomo anche con lo scopo di capire, di comprendere come l’uomo abbia potuto produrre una mostruosità come Auschwitz, dall’altro è un fatto che la lettura dell’opera di Levi ci lasci proprio nello stato d’animo del giovane invitato della ballata di Coleridge (di cui si dirà più avanti), che si sveglia “più triste e più saggio”.
Benjamin sottolinea inoltre la centralità della memoria: “la memoria è la facoltà epica per eccellenza. Solo mercé una vasta memoria l’epico può, da un lato, appropriarsi il corso delle cose, e, dall’altro riconciliarsi col loro scomparire, con la potenza della morte”.[12]
Da questo punto di vista in più occasioni Levi afferma di ricordare bene, di essere perciò un testimone credibile. Pur riconoscendo che “la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace” (II, p. 1155), nel corso di un’intervista a Philip Roth afferma infatti:
ricordo di aver vissuto il mio anno di Auschwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva. Non so se questo dipenda dalla mia formazione professionale, o da una mia insospettata vitalità, o da un istinto salutare: di fatto, non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi un’immagine incredibilmente dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosità che ad alcuni è parsa addirittura cinica, quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo, mostruosamente nuovo (OC, iii, p. 640).
La sua testimonianza, dunque, si fonda oltre che sulla presenza concreta (è l’adtestatio rei visae), anche sul sostegno di una memoria sollecitata da uno spirito lucido e reattivo. Ha dunque tutte le carte in regola per stipulare un patto di verità con il proprio interlocutore, il quale a sua volta si dovrà fare portatore di quella testimonianza. Ma proprio in quel momento, per l’enormità della tragedia di cui ha fatto esperienza, nasce nel narratore-testimone anche il timore di non essere creduto, di raccontare la storia di cui è stato protagonista nell’indifferenza dei propri interlocutori. Si può aggiungere come postilla a questo punto che la memoria non riguarda solo i fatti accaduti ma è anche una memoria letteraria. Le pagine di Levi sono ricche di vita vissuta e di storie che sono state raccolte dal narratore, ma sono anche intensamente attraversate dalla memoria delle pagine che Levi ha letto e assimilato, tra cui ai primissimi posti ci sono la Bibbia e Dante.
Nel delineare le differenze tra romanzo e racconto, Benjamin nota ancora che “chi ascolta una storia è in compagnia del narratore; anche chi legge partecipa a questa società. Ma il lettore di un romanzo è solo”.[13] Si tratta di un’affermazione che si fa immediatamente esperienza con l’opera leviana, dal momento che la voce del narratore è sempre presente e vicina anche se sembra rivolgersi a una collettività; mantiene la spontaneità e il calore di un racconto orale anche se mediato dalla pagina scritta. Anche in questo caso possiamo dire che ha contato il fatto che Levi, subito dopo il suo ritorno da Auschwitz, prima di mettersi a scrivere e anche durante la scrittura, ha raccontato a voce quelle storie: la sua scrittura nasce da una testimonianza, e la testimonianza è anzitutto orale. Levi non perderà mai questo timbro di voce, neanche quando vorrà raccontarci degli effetti della realtà virtuale (si veda il racconto Trattamento di quiescenza nelle Storie naturali).
Benjamin inoltre mette in relazione la memorabilità del racconto con i tratti della brevità ed essenzialità: “Non c’è nulla che assicuri più efficacemente le storie alla memoria di quella casta concisione che le sottrae all’analisi psicologica. E quanto più naturale in chi le narra la rinuncia al chiaroscuro psicologico, tanto maggiore il loro diritto a un posto nella memoria di chi le ascolta”.[14] (p, 255). Levi ha scritto un solo romanzo, tra l’altro in tarda età. Per il resto ha sempre scritto racconti, alcuni brevissimi: i suoi libri infatti sono costruiti con un sapiente montaggio di storie brevi; sono veri e propri contenitori per racconti. All’interno di questo genere va detto comunque che lo scrittore piemontese ha pure ampiamente sperimentato, provando il racconto realistico o memoriale, quello fantascientifico e la detective story, il bozzetto e il racconto allegorico, la novella drammatica e l’exemplum, sempre mantenendo però alcune caratteristiche come la brevità, l’unità e coerenza del racconto, la vocazione morale.
L’insieme di queste caratteristiche individua per Benjamin il narratore ideale, colui che si fa voce di una collettività perché ne raccoglie le memorie e sa renderle memorabili, consentendo così una trasmissione di sapere alle generazioni future. È del tutto evidente che al di là di un giudizio sull’opera (nel suo caso, come detto, l’opera di Leskov) c’è qualcosa d’altro che preme al critico tedesco mettere in rilievo: si può dire che a Benjamin interessi la funzione sociale del narratore, che non può essere disgiunta dalle sue doti morali. Soprattutto, a Levi, come a Rigoni Stern e a Revelli, calza perfettamente la frase che chiude il saggio del critico tedesco: “Il narratore è la figura in cui il giusto incontra sé stesso”.[15]
A noi spetta in primo luogo la responsabilità di porci in ascolto, delle cose e delle parole, e poi di sentirci responsabili di quelle cose e di quelle parole. Infine, di essere transitivi, di passaggio.
[1] Come noto l’etichetta di racconti fantabiologici si deve a Calvino, che tali li definisce in una lettera a Levi del 22 novembre del 1961: “Ho letto finalmente i tuoi racconti. Quelli fantascientifici o meglio: fantabiologici, mi attirano sempre” (OC, i, p. lxxii).
[2] E. Traverso, Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, Altreconomia, Milano 2024 (prima ed. italiana Ombre corte, Verona 2006), p. 13. Osservazioni di rilievo si trovano anche in D. Giglioli, Critica della vittima, Nottetempo, Milano 2014.
[3] A. Wieviorka, L’era del testimone, Raffaello Cortina, Milano 1999 (prima ed. francese 1998), p. 13.
[4] M. Bloch, La guerra e le false notizie, Donzelli, Roma 1994, p,. 80.
[5] È un’operazione portata avanti da S. Luzzatto di cui si veda almeno Primo Levi e i suoi compagni. Tra storia e letteratura, Donzelli, Roma 2024. Alla prospettiva rigorosa dello storico risponde con buoni argomenti M. Barenghi, Primo Levi nella Zona grigia, https://www.doppiozero.com/primo-levi-nella-zona-grigia (7 novembre 2024).
[6] È capitato ad esempio con Sandro Del Mastro. In un’intervista a Graziella Granà del 1981 Levi afferma a questo proposito: “Ho cercato di dirne quello che pensavo: fu veramente un uomo eccezionale, come coraggio, come coerenza, come fiducia in sé stesso, come effetto catalizzante sugli altri ed io così l’ho descritto, così tutti me lo hanno approvato, ma non i suoi nipoti – nati qualche anno prima che egli morisse – i quali mi hanno telefonato in modo molto duro” (OC, iii, p. 214).
[7] M. Barenghi, Perché crediamo a Primo Levi?, in Lezioni Primo Levi, a cura di F. Levi e D. Scarpa, Mondadori, Einaudi 2019, pp. 181-209 (qui p. 186).
[8] G. Agamben, La lingua che resta. Il tempo, la storia, il linguaggio, Einaudi, Torino 2024, pp. 94-95.
[9] La poesia è stata inviata da Levi a Rigoni Stern per lettera con un biglietto che recita: “So bene che fare poesie non è un mestiere tanto serio, ma mi prendo egualmente la libertà di mandarti questa che s’intitola A Mario e a Nuto”. È stata poi pubblicata da Rigoni Stern nel volume Aspettando l’alba. E altri racconti (Einaudi, Torino 2004). Si legge ora in OC, ii, p. 797.
[10] W. Benjamin, Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Id., Angelus novus. Saggi e frammenti, a cura di R. Solmi, con un saggio di F. Desideri, Einaudi, Torino 1995 (ed. orig. 1955), pp. 247-74 (qui p. 251).
[11] Ivi, p. 248.
[12] Ivi, pp. 261-62.
[13] Ivi, p. 265.
[14] Ivi, p. 255.
[15] Ivi, p. 274.