di Marco Ercolani
Brancale scrive, in una recente intervista a Laura Capra, “La poesia e la parola” (2021): «In questi ultimi tempi c’è una corsa all’apparire, al fare, tutti vogliono creare, vogliono, vogliono, volere e non potere. Io in qualche modo desisto, all’accanimento che serbo per il vivere contrappongo il “desistere”, uno star fermi, una rinuncia all’ambizione. Del resto ogni cosa è destinata al fallimento. La morte è il traguardo più importante del fallimento». E ancora, nella stessa intervista: «Un poeta dovrebbe essere invisibile, guardare oltre il proprio sguardo. Perché in un certo senso farsi cieco è farsi parola. Direi, ogni uomo che è veramente poeta tenta in qualche modo di uccidere il poeta che è in lui e deve assolutamente ucciderlo se vuole che esista una poesia veggente, una poesia che ci apra gli occhi su ciò che non possiamo ancora vedere, che renda reale la realtà. La scrittura come la magia non crea ma invoca».
La poesia veggente di Brancale, immersa nel corpo della sua voce, approda a Dovunque acqua sia voce (Edizioni degli animali, 2022), un libro composto da “nodi” di prose e che già nel titolo evoca una sintassi slacciata dal senso esatto del discorso. Cito le tre sequenze iniziali: «Il libro dell’acqua è trasparente. Non si legge. Si beve tutto d’un fiato…Non bastano due atomi d’idrogeno e uno di ossigeno per fare l’acqua. Occorre di più. Occorre dileguarsi, disperdersi, dissolversi, svanire. In una sola parola: evaporare… L’acqua non si traduce. È la parola in cui affondo. L’acqua non ha ricordi. È il futuro che mi annega».
La voce di Brancale è la voce di un poeta tragico. Esiste come “manoscritto del silenzio” dove la parola è irriducibile ma fedele al suo compito: «Tuffarsi nell’acqua è abbracciare l’ignoto». Essere, oggi, un “poeta tragico” è vivere nell’invisibile, accettare l’inaccettabile. Brancale scrive non per raccontare la sua storia ma per immergerla fra le voci dell’universo. «L’innaturale. Partire da qui. Quando finalmente riesci a scorgere ciò che ti manca, sentire l’ordine delle cose».
Una musica grave, da basso continuo, innerva la poesia di Brancale, che sembra scritta tutta o in un attimo brevissimo o in un tempo interminabile. I suoi temi – l’acqua, il mistero, Celan, la morte, il silenzio – si richiamano e si innestano uno nell’altro, senza essere mai chiusi in un solo senso. Si percepisce, nel suo atto poetico, la molteplicità delle voci che l’hanno nutrito e lo nutrono, tutte radicate nella poesia classica e nella poesia contemporanea. Non è un solo poeta qui a parlare: è una creatura che vive la tradizione della parola per fecondarla ancora. L’atemwelde celaniano (“una svolta del respiro”) è davvero il suo laboratorio creativo: la “svolta del respiro” è il destino di colui che si immerge nelle acque della poesia. Brancale, figlio della terra lucana e di quella luce, si muove in un terreno inventato dalla parola lacerata dei poeti. Ma, ogni volta che si leggono i suoi versi, paradossalmente si prova un senso di pace, di familiarità, di gioia, benché la tragedia sia in agguato. Le sue parole “chiamano” le parole sacre degli antichi e dei contemporanei, da Eraclito a Char; è come se il custode di un tempio aprisse proprio a noi le porte del tempio per mostrare i frammenti ancora vivi e perfetti delle esperienze più amate. «L’amicizia non può esistere senza uomini come la musica non può esistere senza suono. Uomini e suono esistono di per sé senza amicizia e musica. Soltanto gli uomini e il suono contano». Brancale afferma, nella sua “Nota dell’autore”: «Questi testi sono scarti, schegge, frammenti, trucioli, segatura, polvere, tutto ciò che di solito viene raccolto e buttato via dall’artista dopo aver scolpito la sua opera». Crediamo solo in parte a queste affermazioni. Dovunque acqua sia voce non è un deposito di schegge sparse ma l’officina dove sono affilate.
Il libro si snoda in due sezioni: Dovunque acqua sia voce (Le vie della sete, Come coniugare l’infinito, Rimane la fuga. Né dove vuoi essere né dove sei, Autobiografia dell’acqua, Una questione di date, Acque alte, Il vicolo cieco della parola, Derive del tu, L’essere orizzontale, Destino di sale, L’animale qui presente, Appunti di cenere, Questo segreto tra noi, In che giorno ci siamo incontrati, La crepa) e Appendice di cuore (Frammenti, Da nessuna arte mai). La terza poesia di quest’ultima sezione si conclude con quattro versi emblematici: «L’indimenticabile è nel vivo/ rode il cervello/ può avere inizio/ per essere fuori dall’essere».
Brancale non cerca di essere originale: vuole temperare (e temprare) la sua voce sul timbro delle altre voci, “fuori dall’essere”, classiche e moderne, che descrivono la catastrofe dell’uomo: «forse sono diventato cieco/ a furia di sporgere il desiderio nel nulla del dire/ balbetta appena». Il “balbettare appena” è l’opera precisa dell’orafo Brancale, che cesella il balbettio in un numero molteplice di variazioni.
Leggendo Dovunque acqua sia voce (edizione arricchita dagli acquerelli febbrili di Miquel Barceló), restiamo sorpresi da frasi icastiche, che ammutoliscono il lettore come apparizioni. Cosa stiamo leggendo? Un journal interiore, sospeso fra Char e Jabès? Un taccuino di poetica? Una riflessione sapienziale? Un libro sacro sugli elementi e sull’essenza dell’uomo? Un trattato sulla “necessità” della scrittura? «ll libro di Nessuno è il nostro compimento». La filosofia diventa atto poetico, in Brancale. Noi, lettori, leggiamo l’intero libro come un unico poème en prose articolato in sequenze simili a improvvisi musicali, immerso in un’aura atemporale dove vengono pronunciati e ri-ripronunciati i temi fondamentali dell’essere: l’acqua, l’amore, la poesia, il sangue, la morte. Ciò che irradia dalla sua struttura è la sicurezza petrosa di una voce sommersa. La fragile essenza dell’uomo sostanzia questo libro fluido e compatto dove la voce, erede del substrato poetico del Novecento europeo, “canta” il precipizio del pensiero, sentinella di uno sguardo assoluto nel nulla. Brancale è, lo ripetiamo, l’ultimo custode di una parola-disastro (nel senso blanchotiano) che mai rinuncerà all’abisso di non-essere senza prima descrivere il suo essere nell’abisso. «La parola, grazie alla quale pronunciamo tutte le parole. La parola cieca che tornerà a vedere. Una volta nel passato sono stato molto vicino a oggi». «La scrittura forma l’illusione che c’è in te. Alla fine l’ombra rischiara». L’arte, in Brancale, è stato di esposizione alla luce, acuto scorticamento, perenne stordimento, a cui dar voce con esatti frammenti di parole. La sua poesia nasce da uno shock emotivo non riconsegnato al silenzio e condiviso con il lettore – shock che il poeta evoca in un microracconto visionario: «Come quel poeta, ritenuto da tutti matto perché era rimasto chiuso in casa per 7 anni con la sua famiglia in attesa della fine del mondo, che chiese a un poeta russo di attraversare, in sua vece, una piscina di acque termali tenendo in mano una candela accesa e che, dopo aver tenuto un discorso in una piazza romana, si suicidò dandosi fuoco. Come quel poeta mi chiamo da prima che sono stato nato».
Cito, come in una trance musicale: «L’attesa è l’altro. Si annuncia come la sete. Nessuna acqua la estingue». «Qualcuno affacciato sulla camera intravede una notte assoluta. Qualcuno si è staccato dagli altri». «Come se fossimo parlati dalla cenere». «Come se fossimo scritti dalla terra». «Che tutto sia per l’inizio. Anche nella fine, la cenere della voce».
Ognuno di questi frammenti inaugura un mondo e subito lo spegne. Ma esistendo apre una crepa che permette a nuove immagini di accendersi sul foglio, di fiammeggiare nella carta, di bruciare nell’acqua, di essere morte e vive.
«Non si può parlare all’amico, ma soltanto evocarlo. Rivolgergli un silenzio musicale. Per dire di questa amicizia non bisogna usare la lingua in cui viviamo. Occorre sospenderla. Farsi carico di una lingua morta».
E qui, da amico-lettore, sospendo la mia riflessione, perché vorrei renderla interminabile. La parola di Brancale cerca un lettore che abbia sete della sua lingua, del suo modo di apparire nella pagina: solo per lui sarà possibile parlare di pietra e di terra e di fuoco e d’acqua come di una sola materia, fluttuante e siderale. Chi legge questa poesia, questo “libro d’acqua”, ha un dovere: sognare con essa, non arrendersi alla struttura visibile del libro ma slacciarla, scompaginarla, trasformarla in costellazione, dove dovunque acqua sia voce.
Concludo questa nota con un frammento precedente a questo libro, stampato in Congiungimenti II (con Hervé Bordas): «L’esodo consumato tra le mura dell’abitazione. Nulla è più al suo posto. Soltanto una musica silenziosa». L’esodo fra le parole è, sempre e comunque, la costruzione di una nuova casa.
[Immagine: Miquel Barceló, Downstaires It’s Hot, 2019].