di Vincenzo Latronico

 

[Esce il 15 ottobre per Feltrinelli, a cura di Marino Sinibaldi e Federico Bona,  Fuochi, un’antologia dei testi narrativi scritto per la rivista “Sotto il Vulcano” nei suoi quasi tre anni di vita. Anticipiamo qui dal libro il racconto di Vincenzo Latronico]

 

Non lo avevo mai incontrato, ma ho riconosciuto subito, a notte fonda, le finestre accese della sua grande casa.

Leonardo Negri aveva parlato di quel posto in una vecchia intervista. Un pezzo di “Businessweek” cita un “angolo di paradiso a picco sugli scogli di un’isola mediterranea”, comprato dopo i primi successi. Il sito di una conferenza menziona una villa in cui organizzava executive retreat, con vista su un famoso carcere marittimo. Naturalmente adesso c’è un disclaimer in cui prendono le distanze, si scusano, linkano alle ricostruzioni dei giornalisti investigativi. Almeno non hanno cancellato la pagina, come Ambrosetti e la Ted.

Tutti gli indirizzi mail che ho ottenuto risultano inesistenti. I profili social sono chiusi da anni. La clinica a Milano è stata venduta. Negli Stati Uniti non può mettere piede da quando lo hanno condannato in contumacia. L’isola non è un’ottima pista ma è l’unica che ho.

 

In hotel, la notte del mio arrivo, si festeggia un matrimonio. Nonostante la musica, mi addormento presto, ma verso le tre una risata mi sveglia di colpo. Scendo in terrazzo. Misericordiosamente il bar è chiuso, ma c’è ancora un gruppo di ragazze che ballano attorno a un altoparlante bluetooth. Nell’istante in cui le vedo capisco che non ritroverò il sonno e decido di fare due passi verso la scogliera. La scaletta è ripida, il vento da ovest porta odore di terra arsa e finocchio. La luna ovattata dalla foschia permette appena di schivare le propaggini dei fichi d’india. Spero di arrivare all’acqua, ma la discesa si interrompe bruscamente con un muretto a secco. Le onde sembrano vicine.

Tornando indietro, guidato dalle luminarie accese dell’hotel, scorgo a sinistra, fra il profilo nero di un istmo di terra e il blu scuro della notte, la bolla di luce di una villa completamente illuminata eppure silenziosa, in apparenza deserta.

 

La mattina dopo chiedo informazioni al receptionist. “La comprò anni fa un americano,” mi dice. “Pare che non dorma mai.”

Johannes aveva scoperto di Leonardo Negri nel 2015, leggendo l’articolo famoso. Quell’estate aveva partecipato alla terza ultramaratona, e sulle prime mi aveva spiegato così la sua decisione di smettere di dormire, come un nuovo modo di mettersi alla prova. Una sfida.

L’articolo raccontava che Negri aveva scoperto quella tecnica perché il suo studio di architettura, anni prima, aveva vinto due concorsi nello stesso periodo. Negri aveva lavorato ottanta ore a settimana, poi si era reso conto che non ce l’avrebbe fatta. “Doveva scegliere se avere successo o avere una vita.” Lo ricordo a memoria, l’occhiello: “Non è stata una scelta difficile. Volevo entrambe”.

 

Anche Johannes aveva ritmi simili. A posteriori mi viene da pensare che se lo ha fatto per avere una vita, in un certo senso, lo ha fatto per me. Sul momento non l’avevo vista così. Eravamo sposati da poco più di un anno. A volte penso che è questo che mi chiederà Negri, se mai riuscirò a chiedergli se si sente in colpa. E tu?

Mi sforzo di trovare qualcosa da rispondere, ma so che l’unico che vuole saperlo sono io.

Il primo giorno sull’isola – il secondo, in realtà – cerco di rintracciare l’ingresso della villa che avevo visto di notte. Mi pare di ricordare vagamente le forme – una specie di mezzaluna azzurra e bianca, con minareti arricciati in stile moresco-balneare. Percorro avanti e indietro l’unica strada dell’isola, che si biforca in una selva di viottoli stretti fra muri perimetrali imbiancati a calce e fazzoletti di campagna. È impossibile perdersi realmente, ma mi capita più volte di ritrovarmi in un punto dove ero già passato. Fatico a concentrarmi. Non trovo quello che stavo cercando, ma verso l’istmo dove mi pareva di aver visto la luce c’è un vialetto di sterpi e ghiaia chiuso da un’alta cancellata metallica, gli spazi fra le sbarre oscurati dall’incannucciato. Lungo il perimetro, a intervalli regolari, si affacciano i globi specchianti delle telecamere di sorveglianza. Il campanello non riporta nomi. Decido che dev’essere lì. Il caldo schiacciante e la sonnolenza mi impediscono di pensare bene. Solo durante la risalita verso il paese mi domando perché non ho suonato.

 

Nel pomeriggio chiedo in reception se sanno qualcosa dell’americano. Faccio domande vaghe ai negozianti. Al crepuscolo torno dov’ero sceso la notte prima, e le luci nella villa sono accese di nuovo. Salgo in piedi sul muretto a secco. Col binocolo che ho comprato passo una mezz’ora cercando di sbirciare all’interno. Non vedo nessuno.

Il protocollo di acclimatamento che aveva messo a punto Negri – lo chiamava così, come fosse una scienza – prevedeva di sostituire una notte di riposo con otto intervalli di sonno da un quarto d’ora l’uno, distribuiti regolarmente nell’arco della giornata. Nei suoi discorsi diceva che era stato messo a punto da Churchill, da Leonardo da Vinci, da Buckminster Fuller, ma poi i debunker hanno mostrato che erano invenzioni. Non penso che Johannes ci credesse.

Non so a quanto credesse di tutto quello.

 

La sera in cui ha deciso di cominciare, mi sono messo a letto e lui ha chiuso la porta della nostra stanza dicendomi “A domani”. Gli avevo detto di farsi i suoi sonni sulla dormeuse dello studio perché non volevo essere disturbato dalle sue sveglie, però c’era qualcosa di strano in quella sensazione – che mi mettesse a letto come un bambino, che chiudesse la mia giornata preparandosi a un’altra in cui sarebbe stato da solo. Poi ho scoperto che era una sensazione comune, fra chi stava con gente che non dormiva. I partner diventavano evanescenti, come altrove. Al mattino, mentre aspettavi il caffè, ti raccontavano di una giornata parallela in cui non esistevi.

Nei primi giorni Johannes non aveva granché da raccontare. Lo trovavo come elettrizzato da un’energia nervosa, irrequieto, distratto. Per tenersi sveglio durante l’acclimatamento faceva pulizie, docce fredde, cucinava. Non erano attività molto produttive o interessanti – non era davvero “vita” – ma era più interessante, diceva, che dormire; e comunque era necessario per superare una barriera di stanchezza al di là della quale il suo corpo si sarebbe adattato.

 

Mi ha condiviso il google calendar dei suoi sonni perché smettessi di suonare quando riposava in casa. Nell’arco di una settimana l’ho visto decomporsi – le occhiaie sempre più fonde, le iridi strette dal rosso dei capillari, la pelle grigia, la parlata strascicata. Non ho idea di come facesse a lavorare, di giorno. Johannes insisteva che era tutto come da protocollo. Solo quando fosse stato completamente esausto, diceva, il suo corpo avrebbe cominciato a massimizzare l’estrazione di riposo dai pochi minuti di sonno che gli erano concessi. Ne parlava così, come fosse una risorsa mineraria, o una molecola. Ma ne parlava poco, almeno in quei primi giorni, perché era sempre stanco.

La stanchezza non è un ostacolo, diceva Negri in uno dei suoi podcast. La stanchezza è uno strumento.

 

Anche stanotte non riesco a dormire. Il condizionatore nella mia stanza d’hotel non funziona, ma se tengo le finestre aperte la porta, che non chiude bene, mi sveglia sbatacchiando. Le zanzare entrano comunque, attraverso i pori dell’intonaco scrostato e le crepe nell’impiallacciato degli stipiti. Sudato nel buio fra le lenzuola mi chiedo cosa conto di dire a Negri quando lo incontrerò. Forse gli chiederò solo se ha ripreso a dormire. Ci metto qualche istante per rendermi conto dell’ironia. Mio malgrado, scoppio a ridere.

Al mattino provo a noleggiare un gozzo per buttare un occhio sulla villa dall’acqua, ma il mare è mosso e nessuno si fida a darmelo. Sono troppo fiacco per insistere. L’hotel ha riacceso le luminarie in previsione di un altro matrimonio. A sera minaccia tempesta, un vento che sa di ozono lotta per sradicare i tendoni del dehors. Il cielo è livido, color petrolio.

Un mesetto dopo l’acclimatamento Johannes ha cominciato a lamentarsi che i suoi analyst non lavoravano abbastanza. Voleva convincerli a passare al protocollo anche loro. Voleva aprire un secondo ufficio alle Hawaii perché, con il fuso a dodici ore, ce ne fosse sempre uno aperto.

 

Ripensandoci a posteriori mi sembra di parlare di un mitomane o di un posseduto. All’epoca non lo notavo, il che può voler dire che ero posseduto anche io, o che a posteriori i dettagli si perdono. Un dettaglio che è rimasto, perché ho la nostra dichiarazione congiunta al Finanzamt di quell’anno, è che quell’anno Johannes ha fatturato 700 ore in più.

Il successo c’era. La vita, meno. Voleva usare il tempo guadagnato per migliorarsi. Ha iniziato a studiare il mandarino. Ha ripreso lo yoga. Da quando aveva cominciato il protocollo mi sembrava di vederlo sempre di meno. Durante un mio concerto se n’è andato in taxi per farsi i suoi quindici minuti. Una sera, a una festa, ha chiesto ai padroni di casa la stanza degli ospiti. Per la prima volta da quando stavamo insieme non siamo andati a Bayreuth, perché aveva paura di non riuscire a dormire.

Ricordo che una sera – dovevano essere passati mesi, doveva essere autunno, penso, ovviamente inverno no – ho prenotato senza dirglielo un trattamento di coppia a Vals, dove fino all’anno prima andavamo ogni quindici giorni. Era solo una giornata, quattro-cinque ore più due di auto. L’ho avvertito solo il giorno prima. “Domani stacchi e andiamo a Vals,” gli ho detto.

 

Johannes stava lavorando al tavolo della cucina. Non ha distolto gli occhi dallo schermo ma ha smesso di digitare. “Dimmi quando di preciso,” ha detto dopo qualche secondo, con l’aria di chi non c’è. “Domani è oggi.”

Il mare è ancora mosso ma riesco a trovare posto in una visita guidata al carcere costruito su uno scoglio a poche centinaia di metri dall’isola. Porto il binocolo con la scusa del birdwatching, e mentre il gozzo schiaffeggia le onde cerco il profilo della villa di Negri dal largo.

Il carcere è in ristrutturazione e durante la visita – che si limita ai settori esterni – siamo costretti a indossare un elmetto protettivo di plastica che concentra l’afa fra le tempie come una lente di Fresnel. Il racconto della guida comincia nel diciottesimo secolo e sembra procedere di settimana in settimana. Per tutta la prima ora ci teniamo sul costone opposto rispetto alla nostra isola e provo a seguire, ma fatico a concentrarmi. Quando facciamo il giro alzo il binocolo alla prima occasione, ma dopo pochi secondi la guida mi riprende. “Lo spettacolo è qui, cosa vuoi vedere?”

Gli dico che faccio birdwatching. Ho trovato la villa. Mi è parso di vedere la sagoma di una persona su un terrazzo.

“Non è stagione di uccelli,” dice. “Abbassa quel coso.”

 

Nell’ultimo periodo Johannes ha smesso di mangiare carboidrati semplici. Ha comprato un Peloton. A volte, di notte, mi arrivava la vocina stridula della sua istruttrice preferita attraverso le due porte di stanza e studio, con lo strascico australiano. Ho dovuto ricordargli di scopare, e l’ha messo in calendario due volte a settimana, ma appena veniva andava in doccia per non cedere alla stanchezza. Ha cominciato le lezioni di volo.

Intorno a Negri iniziavano già a girare i primi sospetti. C’era tutto un subreddit di dubbi e testimonianze – soprattutto partner e familiari di chi seguiva il suo metodo. Su Twitter una giornalista investigativa chiedeva DM da chi aveva storie personali legate al suo protocollo. Le ho scritto due volte e cancellato i messaggi subito dopo. Quando provavo a parlarne a Johannes – a citargli gli studi sul declino metacognitivo e sull’osteoporosi – mi dava del terrapiattista. Io gli dicevo che lo vedevo privo di presenza, lo vedevo come una luce che sfarfalla. Lui rispondeva che dovevo provare il protocollo anche io, per capire, ma non lo diceva come un dono, lo diceva come un coltello.

Il giorno prima di prendere il brevetto si è comprato un Cessna. Al suo volo inaugurale dovevo esserci anche io, ma il terzo violino di Amburgo si è rotto il gomito facendo arrampicata e mi hanno convocato quella mattina.

A volte immagino di avere abbastanza tempo con Negri per dirgli anche questo. Cosa può dirmi. Ti è andata bene.

 

Dalla terrazza dell’hotel arrivano i canti del secondo matrimonio. Alla quarta notte sull’isola senza dormire si attiva un qualche meccanismo di autodifesa inconscia, e mi ritrovo sdraiato nella luce azzurrina del telefono a prenotare un traghetto di ritorno per il mattino, senza averlo deciso in modo conscio. Decido di fare un’ultima passeggiata ma scelgo la stradina interna all’isola anziché la discesa alla scogliera. All’uscita devo aggirare due ubriachi in giacca e cravatta. Uno ripete costantemente, “Quando mi sposo io…” “Quando mi sposo io…”, ma non termina la frase.

Due giorni di brezza hanno spazzato l’afa. Mi pare di andare a colpo sicuro fino al cancello cinto dalle telecamere di sorveglianza. Attraverso l’incannucciato distinguo le luci accese nella villa, ma le intercapedini non sono larghe abbastanza per capire se c’è qualcuno. Suono. Me ne pento subito.

Un cane abbaia. Non ho idea di cosa dirò se arriverà ad aprire. Penso di andarmene ma il vialetto alle mie spalle è stretto da mura di cinta, sarei visibile e sembrerei ridicolo o sembrerei un ladro. L’abbaiare cambia di tono, come per rispondere alla presenza di qualcuno. Delle luci più vicine si accendono all’interno, lampioncini a cellula volumetrica. Il cancello si apre.

 

“Che succede?”

È un uomo. Avrà sessanta, settant’anni – con la luce alle spalle è difficile da capire – comunque almeno venti più di Negri. È più basso. Ha un accento inglese. Mi sento improvvisamente molto stanco.

“Cosa vuole?” mi chiede. Sembra allarmato.

“Mi scusi, mi…” Incespico. “Mi avevano detto che qui viveva un americano.”

“Sono irlandese,” dice.

“Mi scusi se l’ho svegliata.”

“Non dormivo.” Mi fissa, poi chiede: “Sta bene?”

Non rispondo. Per qualche secondo restiamo a guardarci senza parlare, ascoltando i grilli. Negri chiamava il sonno “l’incoscienza inutile”. Sono le quattro e quarantasette. Presto dovrò tornare.

1 thought on “L’incoscienza inutile

  1. Grazie, Prima volta che sento parlare di Sotto il Vulcano; in tempi ormai quasi del tutto digitali sussistono abissi (informativi) fra professionisti, dilettanti e amatori!?

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