di Tiziano Gorini

 

La letteratura ci offre simulacri del mondo, che, verosimili o inverosimili che siano, realisticamente  speculari o surrealmente anamorfici, ci aiutano a comprenderlo e interpretarlo, come se il racconto fosse un esperimento ideale; poiché in questi simulacri agiscono personaggi che incarnano proprietà degli essere umani, la letteratura è popolata di idealtipi, figure che ne illustrano, nel bene e nel male, talvolta al di là del bene e del male, l’ethos e il pathos: il guerriero, il ribelle, il folle, l’amante, il traditore, il peccatore, ecc.; e poiché essa è immersa nel fluire del divenire storico, può accadere che, per l’effetto di mutamenti sociali e culturali, talune di queste figure scompaiano dalle scene narrative e altre invece vi compaiano, come le ombre dell’Ade al cospetto di Ulisse, corrispondendo a quei mutamenti.

 

Il guerriero, ad esempio, dopo aver percorso il mesto itinerario che ha condotto dal pugnace Achille al folle Don Chisciotte, non è più giudicato un modello di umanità e quindi è divenuto un fossile letterario, mentre nel XIX secolo, connettendosi nell’immaginario con le suggestioni della rivoluzione scientifica e tecnica, esordisce nella narrazione il personaggio dello scienziato, quasi sempre pervaso di un’ aura maligna, poiché  è rappresentato intento a perseguire sogni, che divengono incubi, di trasformazione, o violentazione, della natura. E quasi contemporaneamente, e conseguentemente, appresso allo scienziato giunge anche un altro personaggio: l’ingegnere.

 

D’altronde se la funzione principale della letteratura è appunto di parlarci del mondo, del nostro mondo, non poteva ignorarlo, poiché questo mondo è attualmente pervaso di tecnologia, ovvero di opere d’ingegneria. Benché non se ne sia molto consapevoli e con essa si abbia un ingenuo rapporto quasi magico, la vita quotidiana ne dipende in modo determinante: ruotiamo la manopola di un rubinetto e ne sgorga l’acqua, premiamo un interruttore e abbiamo la corrente elettrica necessaria all’illuminazione, al riscaldamento e al funzionamento di molti  ormai indispensabili elettrodomestici, per viaggiare usiamo automobili, treni ed aerei, se abbiamo un problema di salute i medici ci scrutano il corpo attraverso complessi congegni come il tomografo computerizzato, siamo integrati in un universo comunicativo tramite un estesissimo reticolo telematico, ecc. ecc.; cosicché con apparente leggerezza viviamo in un labirinto tecnologico che l’ingegneria ha progressivamente edificato nell’età moderna e contemporanea donandoci una straordinaria agiatezza, tuttavia vincolandoci ad abitare un mondo sempre più artificiale, perché è appunto l’artificio l’essenza dell’ingegneria. Perciò non può sembrare un’esagerazione che nel 1° Congresso Internazionale degli Architetti (che si svolse a Parigi nel 1889, proprio durante la celebre Esposizione Universale in cui fu costruita la torre Eiffel, trionfo dell’ingegneria), l’ingegnere fu definito «l’homme moderne par excellence».

 

Erede di Eupalino, Archimede e Leonardo da Vinci, della civiltà tecnologica e tecnocentrica che si è andata congegnando egli è l’eroe, perché riunendo in sé conoscenze fisiche, matematica e competenze tecniche, è in grado di realizzare imprese straordinarie utili all’umanità, in alcuni casi talmente ardue da parere epiche: lunghissime ferrovie, navi imponenti,  ponti giganteschi, grattacieli, centrali elettriche, metropoli illuminate, ecc.,  e che talvolta, come nel caso di Nikola Tesla, lo circondano di un aura quasi magica o fantascientifica. Capace di trasformare il mondo è potente ma, poiché potente,  anche inquietante e sfuggente, ammirato e temuto; si potrebbe sospettare che sia un novello apprendista stregone foriero di sventure o, peggio, intravedere dietro di lui l’ombra del diabolico Dottor Faust. In effetti dell’ingegnere, dell’umanità dell’ingegnere, della sua morale e della sua cultura, si sa poco; nonostante la sua rilevanza pubblico ed economica e benché la sua attività sia necessariamente diffusa e indispensabile in ogni campo della vita sociale, sono scarsi gli studi storici, sociologici o culturali che lo riguardino, come se la tecnica avesse obnubilato l’etica. Chi è? Cosa e come pensa? Qual è la dimensione culturale dell’operare dell’ingegnere?

 

Tra le rare risposte se ne trovano pure di singolari, come quella dei sociologi Gambetta ed Hertog in Ingegneri della Jihad, i quali ritengono che vi sia un nesso tra l’ingegneria e il fanatico fondamentalismo islamico, data l’elevata frequenza di ingegneri e tecnici (ad esempio Mohamed Atta, l’attentatore delle Twin Towers di New York) al suo interno; un’ipotesi certamente controversa, benché documentata,  perché fondata su un giudizio che è piuttosto un pregiudizio, ovvero che l’ingegneria, per sua natura orientata alla pratica, origini sistemi cognitivi rigidi, una forma mentis deterministica e dogmatica che quindi predisporrebbe, in particolari circostanze, a invasamenti ideologici o religiosi. Suppongo che si tratti di una esasperata declinazione della critica al tecnomorfismo della società contemporanea che è opportuno accantonare, mentre qualche più calzante informazione si può ricavare da Come pensano gli ingegneri, di Guru  Madhavan, e dalla riflessione di un importante ingegnere contemporaneo, Peter Rice, in Il ruolo dell’ingegnere, che più credibilmente lo descrivono come un risolutore di problemi e, conseguentemente, un inventore di soluzioni, da immaginare -e si sa che l’immaginazione può talvolta essere rischiosa o perfino pericolosa – ragionando e progettando all’incrocio tra l’auspicabile, il possibile  e il fattibile (poiché sempre incombe il vincolo della consistenza della realtà materiale); Rice racconta che addirittura talvolta la soluzione di un problema gli è giunta in sogno, aprendo con questa confessione uno spiraglio per scoprire la psiche dell’ingegnere. Tuttavia – come vedremo – suppongo che l’ ausilio migliore per comprendere la figura dell’ingegnere ce lo abbia dato il giudizio penetrante e lungimirante di Nietzsche.

 

Riprendiamo il filo del discorso: dunque l’ingegnere,  realizzatore di epiche imprese, talento pragmatico eppure intinto di romantico titanismo, spirito inventivo al servizio dei sogni e dei bisogni umani, si è meritato il suo posto nella letteratura, che sa indagare l’animo e fornire prospettive cognitive e morali.

In questo caso tuttavia la letteratura un po’ delude. Se ne verifichiamo la frequenza narrativa dovremmo giudicarlo un personaggio minore, poco interessante, perché non sono molti i racconti in cui è protagonista: in Italia, ad esempio, sono pochi e recenti: L’ingegnere, una vita, del 2011, di Paolo Barbaro, che narra del confronto, tecnico e sentimentale, tra un giovane ingegnere impegnato nel suo apprendistato,  e un vecchio ingegnere, il suo maestro; La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro, del 2013, di cui è interessante leggere le motivazioni che inducono un filosofo a divenire ingegnere; Fronte di scavo, di Sara Loffredi, del 2020, che narra di un ingegnere che lavora nel cantiere del traforo del Monte Bianco, vivendo un’ estenuante lotta con la montagna; e infine Nina sull’argine, di Veronica Galletta, del 2021, il racconto delle vicende di una giovane ingegnera idraulica alle prese col suo primo cantiere, dove si costruiscono le opere necessarie ad evitare la piena di un fiume. Ma  questi sostanzialmente sono romanzi di formazione, in cui il protagonista, impegnandosi nel proprio lavoro,  esplorando il proprio ruolo e mettendosi alla prova, acquisisce una maturità insieme professionale ed esistenziale; nessuno di essi  veramente penetra nella dimensione etica dell’ingegnere, più o meno accennata ma lasciata sullo sfondo narrativo; eppure è precisamente questa dimensione a renderlo l’affascinante ed inquietante eroe della modernità. Dunque dev’essere ricercata altrove, forse proprio nelle prime opere in cui il personaggio è comparso, che meglio ne hanno rappresentato la forma mentis, come Homo faber di Max Frish, del 1957, il cui protagonista è appunto un ingegnere, Walter Faber, la cui razionalistica visione del mondo si dissolve nella tragicità quasi edipica della sua esistenza.

 

Tuttavia probabilmente il testo esemplare è il più remoto: I costruttori di ponti, di Rudyard Kipling, del 1893. Perché appunto narra di un’opera di ingegneria: la realizzazione di un imponente ponte sul fiume Gange, e dell’ingegnere, Findlayson, che l’ha progettato e ne ha diretto la costruzione:

 

Per tre anni aveva sopportato caldo e freddo, delusioni, disagi, pericoli e malattie, e una responsabilità fin troppo gravosa per le spalle di una sola persona; e giorno dopo giorno, nell’arco di quel periodo, il grandioso  ponte di Kashi sul Gange era cresciuto sotto la sua direzione

 

L’esordio del racconto ci presenta l’ imponente ponte (lungo due  chilometri e mezzo, con ventisette piloni su cui poggiano una strada e una ferrovia) attraverso il suo sguardo, quasi faustiano, che lo contempla quando,  ormai pressoché finito,  si avvicina il giorno dell’inaugurazione, e quindi della sua personale, professionale gratificazione:

 

Findlayson, Ingegnere Civile, si voltò sul carrello, lo sguardo rivolto alla regione di cui aveva mutato il volto per un raggio di sette miglia. Guardò di nuovo verso il cantiere che ferveva con cinquemila operai; a monte e a valle, seguendo gli scorci di speroni e sabbia; attraverso il fiume fino ai piloni più lontani, rimpiccioliti nella caligine; in alto verso le torri di guardia, soltanto lui poteva sapere quanto resistenti fossero […] Davanti a lui, nella luce del sole, si ergeva il suo ponte, al cui completamento mancavano ormai soltanto poche settimane di lavoro alle travi dei piloni mediani – il suo ponte grezzo e brutto come il peccato originale, ma pukka – permanente – fatto per durare.

 

È evidente il predominante sentimento di superbo possesso che l’ingegnere prova: quello è il suo ponte, quella è la sua impresa che ha trasformato un frammento di mondo; ma non si deve intendere questo sentimento nel  senso della proprietà, bensì nel senso della  padronanza, cioè la consapevolezza di un dominio esercitato con intelligenza, competenza e perizia, di cui il ponte è la prova; tant’è che nell’attesa dell’incombente piena del fiume egli penserà che

 

«Per lui […] il crollo avrebbe significato tutto…tutto ciò che rende una vita dura degna di essere vissuta»

 

Ma soprattutto significativo è il giudizio del narratore:

 

«Findlayson, l’ingegnere capo, il cui dovere era vincolato al suo ponte»

 

Il dovere è un obbligo morale che impegna con le persone o con la società, quindi per comprendere perché lo sia verso una cosa c’è bisogno di un supplemento di riflessione: che una cosa imponga un dovere significa che tra essa e un individuo si è stabilita una relazione di cura; si ha cura di qualcosa se gli si attribuisce un valore, perché dunque il ponte ha un valore? Per le autorità committenti (quelle di cui si attende l’arrivo per l’inaugurazione), per i mercanti, per i viaggiatori, perfino – come vedremo – per alcuni tra gli dei, il valore del ponte consiste nella sua utilità, ma per Findlayson vale perché è la sua opera; per gli altri il ponte è un mezzo, per lui è un fine. Questo è l’atteggiamento di un particolare tipo umano:  l’artista, la cui opera, l’artefatto, trascende l’esistente e dunque lo impegna in quanto fine del suo operare. Non è il caso qui di ripercorrere la genealogia dell’ingegnere, dall’antico architechton all’ingeniatur medievale, costruttore di fortezze e macchine da guerra, sino a quando nel Rinascimento inizia a configurarsi la sua figura che, nell’epoca della rivoluzione industriale, acquista una più precisa fisionomia, caratterizzata progressivamente dalla convergenza tra lo sviluppo della scienza e quello della tecnica (edile, chimica, siderurgica, metallurgica, meccanica); tuttavia è opportuno rammentare che la sua storia prende origine dal complesso concettuale ancora indistinto della téchne, del comportamento poietico, cioè dell’agire artificiale, lo sfondo in cui poi si sono ritagliate, con la sua, le figure dell’artista, dell’artigiano, dell’architetto, apparentemente tra loro remote eppure imparentate. Di esse quindi l’ingegnere conserva alcuni tratti, espressi o repressi, perciò è comprensibile che il tecnico, in qualche angolo della sua pragmatica progettualità, celi l’artista. E forse è proprio questo l’elemento etico che andavamo cercandogli.

Ma Kipling, in modo appena percettibile  introduce nel racconto un ulteriore rilevante elemento: la dimensione religiosa: intanto nella definizione del ponte come “peccato originale” (similitudine prolettica ai successivi eventi narrativi), ma soprattutto nel sereno ed appagato giudizio finale di Findlayson:

 

con un sospiro di soddisfazione vide che la sua opera era buona

 

che ricalca il pensiero del dio biblico nel momento della creazione, narrato in Genesi, 1,10: «E Dio vide che questo era buono».

Dunque, in modo lieve, appena accennato, Kipling introduce implicitamente l’apoteosi dell’ingegnere, intuendo l’evento fondante dell’ideologia occidentale: l’esodo di Dio dal mondo che, sdivinizzato, si dispone ad essere conquistato da un nuovo demiurgo: l’essere umano, l’homo faber, di cui il costruttore di ponti Findlayson è la culminante espressione.

 

In questo nuovo mondo liberato dal divino la natura conseguentemente perde la propria sacralità, diviene un luogo disponibile, manipolabile, dominabile dall’intervento umano, che per mezzo della tecnologia ne fa oggetto della propria signoria sul mondo. Che può esaltare o angosciare; infatti è da oltre un secolo che si dibatte di quella che Martin Heidegger chiamò la “questione della tecnica”, cioè – al di là delle divagazioni filosofiche – la scelta tra un giudizio negativo o positivo sul fatto che la natura diventa bestand, deposito di cose da impiegare per la loro utilità; tra chi nella tecnologia vede l’intelligente strumento del progresso umano e chi ne paventa la distruttività (ma è il caso di ripetere con Livio dum Romae consulitur, Saguntum expugnator, perché mentre gli intellettuali discutono la natura è davvero sconvolta dall’azione umana). È soltanto una coincidenza, che però qui torna utile, che tra gli esempi di  una natura bestand  Heidegger ponga anche il fiume Reno che, diventando una risorsa energetica e un luogo di escursioni turistiche, viene appunto snaturato; siccome lo stesso  accade anche al Gange alterato dal ponte di Findlayson, l’esempio ci aiuta a comprendere che in I costruttori di ponti Kipling, magari senza esserne molto consapevole, ha di fatto poeticamente posto proprio la questione della tecnica, nella meravigliosa forma di una sfida con gli dei.

 

Ricordiamo la similitudine religiosa, primo indizio dello slittamento del racconto dal livello della realtà a quello della trascendenza: il ponte è un “peccato originale”; è l’ opinione metaforica e pure un po’ ironica di Findlayson che giudica la propria opera, ma  nella prospettiva animistica della religione indù lo è veramente, poiché colpevole di aver infranto la sacralità del fiume, Madre Gunga, la quale, adirata per il sacrilegio subito,  gli si rivolta contro scatenando una possente piena che minaccia di abbatterlo. Per la razionale mentalità occidentale dell’ingegnere la piena è ovviamente il catastrofico evento causato da improvvise, impreviste e copiose piogge che ingrossano oltremisura le acque del Gange, da affrontare preparando il ponte e il cantiere a resistere, per quanto è possibile, confidando nella giustezza dei suoi calcoli; anche se, infine, deve mestamente rassegnarsi ad attendere il possibile disastro:

 

Lo ripercorse tutto (il ponte) mentalmente, lastra per lastra, campata per campata, mattone per mattone, ricordando, confrontando, stimando e ricalcolando se vi potesse essere qualche errore; e durante le lunghe ore e la moltitudine di formule che gli ballavano e gli roteavano davanti agli occhi, una gelida apprensione gli serrava il cuore. Del resto i suoi calcoli non ammettevano dubbi: ma che ne sapeva Madre Gunga dell’aritmetica?

 

Alla mentalità occidentale si contrappone quella autoctona, religiosa; che si esprime nella domanda di Peroo, l’esperto capocantiere indigeno, meticcio culturale, poiché con un passato da marinaio sulle navi inglesi, e quindi intermediario tra quella mentalità e quella orientale:

 

«Sahib, il ponte è quasi finito. Cosa pensa che dirà Madre Gunga quando ci passerà sopra la ferrovia?

 

Ciò che teme Peroo è il sacrilegio, la profanazione delle divinità del fiume, ma per l’ingegnere la domanda è priva di senso, infatti risponde ironicamente:

 

«Finora ha detto poco. Non è mai stata Madre Gunga a causarci dei ritardi.»

 

ma Peroo replica

 

«Per lei c’è sempre tempo»

 

E il tempo arriva, con l’onda di piena. In questo snodo drammatico che lo avvia verso la sua spannung il racconto cambia prospettiva, trapassando dal realismo ad una dimensione irreale che fluttua tra l’allucinazione e l’estasi mistica.

Nei convulsi momenti della piena, spasmodicamente impegnati a contrastarne i danneggiamenti, Findlayson e Peroo vengono travolti dalle acque e finiscono sopra un isolotto dove, a causa dell’oppio che avevano ingerito per resistere alla fatica e alla febbre, assistono, o immaginano di assistere, ad un iniziatico consesso degli dei.

 

«C’è qualcun altro qua oltre a noi, disse Findlayson» la testa appoggiata sul tronco esile dell’albero, mentre osservava a occhi socchiusi, completamente a suo agio.

«Proprio così», disse piano Peroo, «e non sono neppure piccoli».

«Cos’è che sono, non riesco bene a distinguere.»

«Gli dei! Chi altro? Guarda!»

»Ma è vero! Gli dei, sicuro…proprio gli dei.»

Findlayson sorrise mentre la testa gli ricadeva sul petto. Peroo aveva certo ragione. Dopo il Diluvio, chi altri poteva essere rimasto vivo sulla terra se non gli dei che l’avevano creata…

 

Così, in una notte terribile in cui il mondo appare sospeso in attesa del verdetto divino, in sembianze teromorfiche (l’unico a comparire nel suo aspetto umano è Krishna) Shiva, il toro, Kali, la tigre, Indra, l’antilope, Ganesh, l’elefante, e altre divinità,sono venute ad ascoltare le furiose rimostranze dell’oltraggiata Madre Gunga, il coccodrillo, e a giudicare se il ponte debba essere distrutto e i costruttori di ponti sterminati. C’è chi, come Kali, sostiene la vendicativa Gunga, e chi invece è favorevole alle nuove vie che portano più pellegrini ai suoi templi, come Ganesh; l’ultimo a comparire ed a parlare è Krishna, che intercede per gli umani e li avverte di ciò che non hanno compreso degli stranieri:

 

«Troppo tardi, ormai. Avreste dovuto ammazzare all’inizio, quando gli uomini venuti di là dal mare non avevano insegnato nulla alla nostra gente. Ora che il mio popolo ha sotto gli occhi il loro operato, la cosa gli dà da pensare. E a tutto pensa meno che ai celesti. Pensa invece al carro di fuoco e alle altre cose che i costruttori di ponti hanno fatto, sicché, quando i vostri preti tendono la mano chiedendo l’elemosina, dà poco e a malincuore. Questo è solo l’inizio»

 

 perché non è soltanto questione di un ponte bensì dell’ eclissi di un mondo:

 

«O Celesti, io non ho camminato invano sulla terra. La mia gente non si rende conto di quel che già sa; ma io che vivo con essa, so leggere nel suo cuore. Grandi re, l’inizio della fine è già cominciato. I carri di fuoco urlano nomi di nuovi dei che non sono quelli vecchi sotto nome nuovo. Bevete adesso, e mangiate a sazietà. Immergete il viso nei fumi degli altari prima che si raffreddino! Raccogliete i tributi e ascoltate i cembali e i tamburi, o Celesti, fintanto che ci sono ancora fiori e canti. Per come gli uomini misurano il tempo la fine è lontana; ma per come la calcoliamo noi è oggi. Ho parlato.»

 

Infine giunge l’alba, gli dei sono scomparsi, Findlayson non ricorda nulla di quella notte straordinaria, nell’intensa luce del giorno vede gli effetti devastanti della piena del Gange, ma il suo ponte c’è ancora, ha resistito. Per il valore della sua opera  o per il volere degli dei?

Non importa, infine;  se il ponte sia scampato alla distruzione perché gli dei rassegnati hanno accettato l’inesorabile incalzare del mutamento che la tecnologia degli occidentali provoca o perché ha sostenuto la furia del fiume in quanto efficacemente progettato e realizzato  è evidente che comunque il conflitto tra tecnica e natura è stato vinto dalla tecnica: la “questione della tecnica” poeticamente anticipata da Kipling si è infine risolta, nel racconto; e il sacrilegio compiuto.

 

Nell’antica Grecia il sacrilegio è l’esito dell’hybris. la tracotanza della prevaricazione umana contro il volere divino, la superbia  che si manifesta con un comportamento di sopravvalutazione di sé, quindi viene punita dagli dèi (come accade ad esempio a Sisifo, Aracne ed Asclepio); l’hybris è dismisura, violenza (lo stupro è hybrizein), infrazione dell’ordine del mondo, infatti si contrappone a Dike, la Giustizia che il mondo lo governa. Ebbene, c’è un acuto giudizio di Nietzsche in proposito, che ci apre una prospettiva con cui osservare e valutare l’ingegnere:

 

Hybris è oggi tutta la nostra posizione rispetto alla natura, la nostra violentazione della natura con l’aiuto delle macchine e della tanto spensierata inventiva dei tecnici e degli ingegneri

Questa Hybris che  Nietzsche individua nell’umanità contemporanea è un concetto che si ricollega semanticamente allo uber-mut di Zarathustra: l’andar-oltre prevaricante, per usare un’espressione heideggeriana; è questo andar-oltre prevaricante che l’uomo moderno impone alla natura (e pure a se stesso), in un esperimento totale dalla enigmatica conclusione posta nel futuro. La tecnica è appunto lo strumento di tale andar-oltre prevaricante, che pone l’essere umano in una condizione di antagonismo con la natura (e con se stesso in quanto natura), in cui dunque all’ingegnere è assegnata la missione storica di realizzarlo, introducendo nella natura l’artificialità che la scienza e la tecnologia gli consentono. Ma lo fa, nota Nietzsche, con un atteggiamento di spensieratezza, ovvero senza riflettere sulla sua opera e sulle sue conseguenze, negligente e indifferente; così come Findlayson è indifferente alla natura del fiume e interessato soltanto al suo ponte. Perché nel crepuscolo degli dei il nuovo dio è lui.

 

[Immagine: Foto di A. Tancredi].

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