di Diego Conticello
[E’ uscito da poco per Industria & Letteratura Liriche terrestri, il nuovo libro di poesia di Diego Conticello. Ne pubblichiamo alcuni testi].
La distruzione delle cose
Riflessi,
nuovamente piegati
soggiogati buoi/bestie
alla morsa del tempo,
al buio come morte.
La distruzione delle cose.
E i nomi lì a rifulgere,
rifiutare di piegarsi,
di nuovo fare luce.
*
ad Angelo Scandurra
Se il reale
− questo ignobile, scandaloso,
stupendo contorno
della solitudine –
è rifrazione delusiva
dello sguardo,
pigmento indipinto
segnante il pensiero,
frequenza ondivaga
impercepita alla sua
gamma massima
non è limite
ma solo fascinosa
varianza
d’un impossibile altrove.
*
La striscia, la spinta
Che la noce scintillata
del vero
sia nel distante irraggio
o nel farsi trovare
impreciso
di minimi corpuscoli
– polveri diresti –
non è dato sapere.
Importa
la striscia lasciata,
ràdica vortice ignezione,
la spinta volenterosa
dell’aria
in cerca d’uscita.
*
Ammonimento del tempo nuovo
Temete un tempo
immenso perché non sapete
assaporare nemmeno
il minuto che scorre
figurarsi l’era nuova ch’è sorta
riempite il vuoto
con la fattura,
lo scongiuro terreno
– illusi comandi sul meno –
alle porte della morte,
riti agiti da vite
col freno
a mano
tirato
a fatica
assenti almeno
a se stesse.
*
Tenere a bada i traditori,
i radi trafficanti di dolore
che sostano sicuri
e sfottenti alla tua porta
chiudere gli scuri, serrando
i battenti, non rispondere agl’interfoni
affrontarli anche a carponi i bui
corridoi,
le spente sale percorrere
affacciarsi al verdemare,
notare come sfuma calmo
e a bracciate lente si perde
affonda
in un vetro d’acqua.
*
a Martino
Stai al mondo
prima dalla bocca che
mangia, morde, ride, parla
e per essa tutto sperimenti,
è proprio questa la radice d’amore
-ham, mangia, sopravvivi
e con questo unico suono
fatti spazio e strada
dentro la vita.
*
Sta a noi
Come le infestazioni
del ficodindia
proliferare
persino sui tettimorti,
sopperire al vuoto,
riempirlo col guizzo
che rialzi queste nostre vite
ammansite,
mettere le spine – se necessario –
degnarsi
per preservare quel poco di dolcezza
che ci cresce in corpo.
Il frutto squisito della mente,
la duramadre
vista oltre la scorza.
*
’U nièspulu
a Sebastiano Adernò
’U nièspulu stuòttu
e scaccagnàtu chi chiantàstivu
avanti ’a bbalàta d ’a to casa,
a vvia di ccuzzàti e putatìni
– ca paria ’u rridducìa nu scuòppu –
addivintàu abbulu rittu e rrisagghiàtu
di ranni ummiratìna
cchi ggiùmmira pinniènti,
e i so buttùna ggigghiàti
all’ùttima nivi supra ’e ramàgghi
e ’u ciàuru di ddi niespulìddi
risciàlunu ’nzinu li bbaccùna ’nfacci
d’un aduri chi sapi di carìzzi
e nuttàti di liatìni nne cantunèra.
Il nespolo storto/e malmesso che avete piantato/ davanti al solaio della tua casa,/ grazie a tagli e potature/ – che sembravano ridurlo a un tronchetto –// è diventato albero ritto e possente/ di grande ombreggiatura/ con fogliame pendente,// e i suoi polloni germogliati/ durante l’ultima neve sopra le ramaglie/ e il profumo di quelle nespoline/ profumano fino ai balconi di fronte// di un odore che sa di carezze/ e nottate di gelate agli angoli (cantoni).