di Franco Buffoni

 

[E’ uscito da qualche giorno per le edizioni Giometti & Antonello di Macerata il nuovo numero di “Il viaggiatore insonne. Quaderni internazionali di studi su Sandro Penna”, a cura di Roberto Deidier e Raffaele Manica. Proponiamo il contributo di Franco Buffoni “L’ombra di Penna sopra Montale” seguito dall’indice completo del fascicolo].

 

1

 

Il danzatore russo Boris Kniaseff venne ammirato da Eugenio Montale nel gennaio del 1923 mentre si esibiva sul palco del Teatro Verdi di Sestri Ponente. Pochi giorni dopo il poeta potette incontrarlo nell’atelier genovese dello scultore Francesco Messina, dove Kniaseff posava.

Sin dall’apparizione di Ossi di seppia non poterono esserci dubbi sul fatto che il dedicatario “a K” della lirica “Ripenso al tuo sorriso” fosse di genere maschile: al quinto verso “o lontano” è un vocativo al maschile; al settimo gli aggettivi “vero” e “raminghi” sono declinati al maschile. Va dunque riconosciuto il coraggio del giovane Montale che dignitosamente evitò di falsificare il genere del dedicatario.

 

Il fatto poi che Montale tradusse personalmente in francese “Ripenso al tuo sorriso” affinché Kniaseff potesse leggerla, dimostra il profondo coinvolgimento emotivo del poeta venticinquenne nei confronti dello stupendo danzatore. Un legame cripticamente confermato da Montale trent’anni dopo, nel 1955, quando in un articolo sulla pagina culturale del “Corriere d’Informazione” intitolato “La fiera di Soročincy di Musorgskij e racconto d’inverno di Rossellini”, il poeta cita Kniaseff come coreografo de “La fiera di Soročincy”.

Noto, tuttavia, è l’odio del Montale di via Bigli per Pasolini: arrivò al punto di ingiungere al giovane Claudio Magris di non nominare mai Pasolini, né sul “Corriere” né altrove, indipendentemente dall’argomento. Di Pasolini non si doveva parlare, punto e basta. Montale giunse persino a rimproverare Mario Soldati per certi suoi racconti d’argomento “freudiano-sessuale”. E a non risparmiare il suo disprezzo – anche pubblico – per Palazzeschi in quanto omosessuale, perfino in un congresso fiorentino a lui dedicato, in cui fu invitato a parlare.

 

Un altro autore su cui calò la sua potente mannaia fu Giovanni Testori, che praticava l’omosessualità e non lo nascondeva. L’ostracismo di Montale nei suoi confronti fu tale che per anni sul “Corriere” non solo Testori non potette pubblicare una riga, ma nemmeno apparvero recensioni ai suoi libri e al suo teatro. C’è un episodio illuminante ambientato nel foyer della Scala, che illustra la rottura definitiva tra i due. Testori vi si era recato con Alain, il suo giovane amico francese “considerato quasi un figlio, di grande bellezza”, come scrisse Camilla Cederna. Incrocia Montale e fa per presentarglielo. Montale gli volta le spalle e si allontana. “Ce n’est pas un poète, c’est une merde!”, grida Alain. L’episodio mi ha ispirato questo brevissimo componimento:

 

Per Eugenio Montale

 

Aveva il sorriso di K

L’amico di Gianni Testori,

Proprio per ciò ne scansasti

 La mano. Guardando fuori.

 

2

 

Nel secondo dopoguerra Montale fu alquanto velenoso anche con gli omosessuali “velati”. Per esempio con Carlo Emilio Gadda. C’è una significativa lettera in cui Eusebio parla di Gadda coi “pennerasti”: il sommo poeta si inventa un dispregiativo per gli amici omosessuali dell’omosessuale Gadda, storpiando il nome di Sandro Penna. La lettera, del 21 novembre 1946, è indirizzata al critico Silvio Guarnieri: “Carissimo Silvio, qui le cose non vanno bene, ora i giornali escono a due pagine perché manca la corrente per le industrie, cartiere comprese; e così anche la collaborazione al “Corriere” (unico mio reddito) sarà molto ridotta. Landolfi è sempre a Pico ed è meglio per lui che stia là. Il “Mondo” è morto. Carlemilio è a Venezia con alcuni pennerasti (si impaluda sempre più) e degli altri meglio non parlare… Ricevi abbraccio affettuoso dal Tuo Eusebio”.

 

Mentre Montale scriveva la citata lettera a Silvio Guarnieri, gli accademici svedesi assegnavano il premio Nobel a Hermann Hesse – autore di capolavori della sensibilità omofila quali Demian e Narziss und Goldmund – il cui ultimo libro, Il giuoco delle perle di vetro, era uscito nel 1943 a Zurigo e in quello stesso 1946 nella nuova Germania.

E nel 1948 esce negli Stati Uniti Sexual Behavior in the Human Male, più noto come “Rapporto Kinsey”, che Montale – dal suo scranno al Corriere – non potette certo ignorare. Se ne deduceva che il trentasette per cento dei maschi statunitensi aveva avuto qualche esperienza omosessuale, e che dal quattro al dieci per cento era stabilmente omosessuale.

 

Forse Montale gradì maggiormente le successive notizie relative al costume americano, col cosiddetto maccartismo dei primi anni cinquanta, che associò istericamente l’omosessualità al tradimento della rule of law: basti dire che degli ottomila funzionari statali e governativi rimossi dall’incarico tra il 1950 e il 1955, ben seicento furono anche accusati d’essere sessualmente dei “pervertiti”: una percentuale che paradossalmente dava ragione a Kinsey!

Montale però, al riguardo, forse nutriva mixed feelings. Essendo stato egli stesso vittima di discriminazione durante il fascismo, con la perdita della direzione del Vieusseux per non avere effettuato per tempo l’iscrizione al Pnf (tardivo il suo maldestro tentativo di “mettersi in regola”), forse un po’ di sympathy per settemilaquattrocento di quegli ottomila discriminati la nutriva. Ma certamente non per i rimanenti seicento accusati d’essere anche omosessuali, visto che era la stessa politica da lui messa in atto nella direzione della pagina culturale del Corriere: di Pasolini e di Testori non si doveva parlare, per nessun motivo, mai.

 

3

 

Tu morirai fanciullo ed io ugualmente.

Ma più belli di te ragazzi ancora

Dormiranno nel sole in riva al mare.

Ma non saremo che noi stessi ancora.

 

Ecco condensata in quattro impareggiabili versi l’ideale risposta di Sandro Penna all’epiteto montaliano: una riposta immensa, capace di raggrumare e al contempo di espandere la poetica di Keats in To Autumn, con l’annullamento dell’io nella ciclicità dei ritorni: non quelle rondini o quell’autunno, ma altre rondini, altri autunni per sempre ritorneranno. E noi saremo in essi. Come essi sono in noi sin da ora.

Un dato critico ormai acquisito è che la giovanile, iniziale simpatia di Montale per Penna si sia mutata in drastica avversione dopo che Penna ebbe rivelato pubblicamente quanto Montale nei Mottetti lo avesse plagiato. Molto probabilmente c’è da aggiungere qualcosa di ancora più intimo e “segreto”: quanto Montale si fosse pentito delle giovanili “confessioni” rese a Penna sul suo più profondo e personale sentire, e volesse in qualche modo ritrattarle. Ma Penna era vivo.

 

Palese era stata l’inermità di Penna di fronte alla violenza feroce che negli anni più fertili dovette subire. La vita di Penna è inscritta nel fascismo. Egli giunse a Roma ventitreenne nel 1929, l’anno in cui il fascismo divenne il clerico-fascismo del matrimonio concordatario.

Come scrisse Pasolini: “Sono nato nell’era fascista, in un mondo fascista. E non mi sono accorto del fascismo, come un pesce non si accorge di trovarsi nell’acqua”. Un’atmosfera ben narrata nel romanzo di Piero Chiara Il balordo e in quello di Giorgio Bassani Gli occhiali d’oro.

 

Occorrerebbe porre la biografia di Penna, a suo modo esemplare, accanto al film capolavoro di Ettore Scola, Una giornata particolare, con Marcello Mastroianni nella parte dell’omosessuale inviato al confino.

Perché l’insulto era allora il primo mezzo di conoscenza di sé nel mondo che l’omosessuale era destinato a incontrare. E i primi insulti li coglieva in famiglia, non necessariamente rivolti contro di sé. Ma egli immediatamente percepiva che l’oggetto di quel sarcasmo era qualcuno che gli somigliava. E a cui non voleva assolutamente assomigliare. Da qui il germe dell’omofobia interiorizzata. A cui si può reagire richiudendosi completamente – impartendo ripetizioni per campare e per hobby collezionando licheni – come Camillo Sbarbaro; oppure “vivendo come se” il fascismo non ci fosse e il confino non fosse una minaccia, e Montale fosse davvero disposto ad aiutarlo a pubblicare. Come fa Penna.

 

4

 

L’omofobia esibita da Montale negli ultimi decenni di vita si concretizzò particolarmente nel profondo disprezzo verso coloro che avevano il coraggio di praticare l’omosessualità senza vergognarsene. Capita a molti che in gioventù ebbero pulsioni gay e si costrinsero a sublimarle.

Eusebio conobbe Pennino a Firenze nel novembre del 1932. I due successivamente si incontrarono solo altre due volte: e fu probabilmente in quelle occasioni che Eusebio si lasciò andare a certe confidenze sul suo più intimo sentire. Poi i due si scrissero. Ma nessuno oggi saprebbe della loro amicizia perché Montale distrusse tutte le lettere di Penna. Mentre Penna custodì gelosamente non soltanto le lettere di Montale ma anche le minute delle proprie risposte, permettendo sessant’anni dopo a Roberto Deidier di ricostruire filologicamente per Archinto l’illuminante carteggio.

 

Come ha scritto Cesare Garboli: “Montale aveva visto in Penna quello che gli sembrava, o gli era, negato: i sensi, il desiderio, le poesie afrodisiache capaci di fare limpido e semplice tutto ciò che è più impuro e oscuro. Poi erano trascorsi degli anni, il tempo necessario perché si formassero dei dubbi e maturasse un’altra convinzione; che i sensi sempre accesi di Penna erano una bella favola, fantasmi di gioia improbabile, sintomi di patologia risaputa e puerile, ricordi di un passato inventato. Il tempo della seduzione è finito. Penna era diventato un pensiero noioso”.

Ma i Mottetti no: quelli resistevano. E giocoso-sornione, Eusebio (che poteva permetterselo proprio perché non v’erano implicazioni sessuali) in uno dei Mottetti per Clizia, musa girasole, dice del “segno che s’innerva”, descrivendolo come “sangue tuo nelle mie vene”.

 

Credo che, in questa ottica, tenda a illuminarsi anche la poetica montaliana della vita vissuta al cinque per cento. C’è un’altra poesia degli Ossi che chiarisce il punto: “Ciò che di me sapeste”
 (“non fu che la scialbatura,
/ la tonaca che riveste
/ la nostra umana ventura”).

Come Montale stesso scrisse nel 1968: «Non appartengo ai paradisi artificiali di Palazzeschi, né agli inferni lussuriosi di Ungaretti; sono un uomo che ha vissuto al cinque per cento. Appartengo al limbo dei poeti asessuati e guardo al resto del mondo con paura».

 

Montale con il genere femminile contemplava e a idealizzava: la ur-virago nuotatrice Esterina divenuta poi la “Volpe” Maria Luisa Spaziani e infine Annalisa Cima, tutte dotate – da giovani – di un fisico da amazzoni. Si veda al riguardo l’Oscar Mondadori di Maria Luisa Spaziani dedicato al sodalizio col poeta – Montale e la volpe, uscito nel 2011 – da cui appare chiaramente che la loro relazione non fu mai ‘fisica’. Famosa anche la reazione irata del poeta contro Lucia Rodocanachi, la sua traduttrice-ombra dall’inglese, che aveva osato scrivergli una lettera di cordoglio “come se” quando morì la Mosca: “Tu, che sai benissimo come stavano le cose”. Resta il biglietto stizzito di Montale conservato tra le carte della stessa Rodocanachi.

Così le figure femminili per Montale – sia che vengano oggettivate col loro vero nome (la Esterina di “Falsetto”, la Gerti del “Carnevale” e di “Dora Markus”, la Liuba di “A Liuba che parte”), sia che appaiano sotto forma di senhal (la Volpe, la Clizia, l’Arletta, la Mosca, la Gina) – restano puri riferimenti a-carnali, abilmente disposti a incrociare di sbieco il neutro grigiore eterosessuale dei critici italiani, permettendo loro di continuare a discettare per decenni sulle “muse di Montale”.

 

5

 

La caratteristica contemplativa montaliana era ben nota alle amiche milanesi degli anni cinquanta di Maria Luisa Spaziani, come l’anglista Grazia Caliumi o la poetessa Gilda Musa. Un tratto che giunse a rasentare il grottesco quando Spaziani restò incinta (certamente non di Montale), ma ebbe bisogno di coperture affinché all’anagrafe la figlia Oriana venisse denunciata come se a partorire fosse stata la sorella Bianca (allora si partoriva principalmente in casa). Per evitare uno scandalo che avrebbe inevitabilmente coinvolto… Montale. Così andava il mondo ipocrita degli anni cinquanta.

E poiché già abbiamo pensato al volto di Marcello Mastroianni a proposito di Sandro Penna, con riferimento a Una giornata particolare di Ettore Scola, al fine di evocare cinematograficamente il dramma esistenziale montaliano pensiamo di nuovo a Mastroianni, ma nel film Il bell’Antonio girato da Mauro Bolognini nel 1960. Tratto dall’omonimo romanzo del 1949 di Vitaliano Brancati, con Claudia Cardinale moglie “intatta” dopo quindici mesi di “matrimonio”. Pensiamo a quella lacrima che nell’ultima scena solca il volto del protagonista alla notizia che la servetta è rimasta incinta (del cugino), ma che quella nascita verrà attribuita a lui, per “salvare l’onore della famiglia” di fronte all’avvocato vicino di casa e alla cittadinanza catanese tutta.

Penna, dunque, come emblema di assoluta purezza; Montale come emblema di doppiezza, di ipocrisia al quadrato e forse al cubo: basta scorrere le lettere a Margherita Dalmati, l’amore “greco” che è meglio non incontrare mai di persona.

 

6

 

Infine ancora qualche considerazione sui plagi, attraverso una analogia. I plagi vennero compiuti in particolare ai danni di Clemente Rebora e di Sandro Penna. L’occasione fu dello stesso segno per entrambi i poeti “plagiati”. Di Rebora, autosepoltosi in convento presso i rosminiani di Stresa e Domodossola dopo la conversione, Montale era convinto che non si sarebbe più parlato. Rebora stesso aveva troncato qualunque rapporto col mondo della poesia. Dunque la mano poteva anche qua e là scappare: non se ne sarebbe accorto nessuno. Particolarmente “montaliano” (quindi perfido) il pezzullo uscito sul Corriere della Sera il 3 novembre 1957 alla morte di Rebora. L’autore dei Frammenti lirici aveva trascorso gli ultimi anni sulla sedia a rotelle e gli ultimi mesi allettato in preda a indicibili sofferenze. Montale così conclude l’articolo: “E’ un conforto pensare che il calvario dei suoi ultimi anni – la sua distruzione fisica – sia stato per lui, probabilmente, la parte più inebriante del suo curriculum vitae”.

 

Di Penna si può dire altrettanto: Montale fu il primo a esercitare contro Penna una pesante censura, nemmeno presentandone i testi a “Solaria” o a “Campo di Marte” per la pubblicazione. Fu il ben più onesto e coraggioso Saba a smuovere le acque a favore del “ragionier Penna Alessandro” (così lo presentò per un posto di lavoro). Indiscutibile appare la derivazione penniana di almeno due mottetti montaliani: “Lontano, ero con te quando tuo padre” e “Al primo chiaro, quando”. E si tratta di due testi sui quali Montale, per quanto attiene la data di composizione, sull’avantesto appone un punto di domanda.

Qui possiamo cogliere al massimo grado la perfidia montaliana nei confronti di Penna: volgendo i genuini stilemi giovanili penniani – nati per descrivere fanciulli – a una tarda ed esclusivamente cerebrale attrazione muliebre costruita a freddo.

*

Sommario del fascicolo

 

Marco Carmello, Vedere doppio: un percorso possibile attraverso un po’ di febbre

Dario Caldarella, La ricerca di un intero: il modello diario in Sandro Penna e Bartolo Cattafi

Roberto Deidier, Animula vagula, blandula

Franco Buffoni, L’ombra di Penna sopra Montale

Massimo Raffaeli, Sei nella voce di un treno lontano nella notte

Rodolphe Kasmirak-Gauthier traduce tredici poesie

Giulia Cittarelli, «Dal chiuso libro». Rassegna di studi penniani

 

3 thoughts on “L’ombra di Penna sopra Montale

  1. Quasi all’avanguardia l’omofobia montaliana. Addirittura riscontrarla già in Gadda…

  2. La figura di Eugenio Montale qui tratteggiata è quella di un piccolo uomo, capace di perfidie e sotterfugi. Sorge spontanea la domanda: può un piccolo uomo essere un grande poeta?

  3. Portami il girasole impazzito di luce…

    Impazzito di luce:
    Paul Verlaine

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