di Vladimir Sabourín
[E’ uscita in questi giorni per Internopoesia, L’operaio e la morte, un’antologia (a cura di Alessandra Bertuccelli) del poeta di lingua bulgara e origine franco-cubana Vladimir Sabourín. Ne proponiamo qui alcuni testi, preceduti dall’introduzione al volume di Kiril Vasilev]
Orrore e grazia
di Kiril Vasilev
Vladimir Sabourín è un poeta bulgaro nato a Santiago de Cuba. La sua lingua materna è il bulgaro, ma quella paterna è lo spagnolo. Nove mesi dopo la nascita, avvenuta nel contesto sonoro e intonativo dello spagnolo cubano, fu trasportato, all’interno di una rugginosa nave gigante, in quello sonoro e intonativo bulgaro. Che importanza ha tutto ciò? Forse nessuna, o forse più di quanto si pensi. I neurobiologi e gli psicologi sanno ancora troppo poco di quelle prime settimane di vita durante le quali il soggetto non è ancora presente, ma la tela della nostra memoria si sta già tessendo.
A differenza di tutti gli altri poeti bulgari, Vladimir Sabourín ha scelto volontariamente di essere un poeta di questa lingua. Avrebbe potuto scegliere di essere un poeta di lingua spagnola, di far parte di una grande tradizione letteraria e poetica, e invece ha scelto di essere un poeta di lingua bulgara. Questa circostanza lo pone in una singolare condizione di ambivalenza: lo rende contemporaneamente interno ed esterno alla lingua e alla tradizione poetica bulgara. La mitica identificazione del significante e del significato, delle parole e le cose, che la modernità e il processo di razionalizzazione gradatamente hanno provveduto a separare, è, per Sabourín, il punto di partenza, l’ambiente familiare in cui è cresciuto. Parla la lingua di sua madre, ma sa che nella stanza accanto c’è la lingua di suo padre. Il suo modo di rapportarsi con il mondo e con gli altri è modellato dalla lingua della madre, ma la lingua del padre è sempre presente. E non è necessario che sia parlata: è sufficiente la sua silenziosa presenza a testimoniare un’altra possibilità di mondo. Per ogni bambino cresciuto in una famiglia bilingue questa è un’esperienza decisiva, tanto più per un futuro poeta.
Vladimir Sabourín sceglie di essere poeta di una lingua “minore”, della lingua di una cultura in ritardo rispetto agli altri paesi europei. In questa scelta si potrebbe scorgere una moderna forma di ribellione contro il Padre, ma così ne fraintenderemmo il senso vero e proprio. Essa, paradossalmente, è piuttosto una doppia liberazione: liberazione dalla pretesa della lingua paterna di essere la lingua della Grandezza e del Dominio, ma anche liberazione dalla pretesa della lingua materna di essere la lingua della Casa e dell’Amore. La lingua del Padre è la prima delle lingue coloniali d’Europa, la lingua dei conquistadores e dei missionari cattolici, è accettata e adottata come lingua madre dagli sconfitti, che poi metteranno in discussione la dominazione usando la stessa lingua del colonizzatore. Ogni dominazione può essere messa in discussione solo all’interno di una lingua condivisa. Al di fuori di questa cornice, tale messa in discussione non sarebbe altro che uno scontro tra forze contrapposte, ma non una lotta per la giustizia. Quest’ultima, invece, è possibile solo nella lingua madre: non in quella in cui sei nato, bensì nella lingua che tu hai reso tale. Poiché la lingua madre in cui sei nato crea l’illusione di una Casa e di diritti innati, di una giustizia innata. La violenza nelle società moderne, la violenza dei Veri figli, è violenza della lingua madre Originale contro la lingua madre che si è Scelta.
La maturità, compresa la maturità politica e poetica, arriva nel momento in cui una persona, una società, un poeta si astraggono dalla lingua madre per renderla nuovamente tale, ma senza più l’illusione della Casa, dei diritti e della giustizia innati. È un atto di liberazione in cui il destino, o il caso, non sono né rifiutati, né accettati con rassegnazione: sono semplicemente scelti in modo libero. La maturità è liberarsi dal destino, e ciò non avviene rifiutandolo, ma scegliendolo di propria volontà. È il famoso Amor fati di Nietzsche. Un altro suo nome è modernità. Con una lingua paterna sempre vicina, e una lingua materna scelta volontariamente come lingua della poesia, Vladimir Sabourín non potrebbe non essere un poeta moderno. E lo è non perché abbia adottato temi o stilemi propri della poesia moderna, ma per il semplice fatto di essersi collocato nel punto di frattura della modernità: tra orrore e grazia.
Le catastrofi della modernità si intrecciano in strano modo nella biografia e nella poesia di Vladimir Sabourín. Nato in una dittatura comunista, pochi mesi dopo la nascita viene portato in un’altra dittatura comunista. Il viaggio transoceanico del neonato Vladimir, del futuro poeta Vladimir Sabourín, ha, anzitutto, una direzione contraria rispetto alla storia della modernità: non dal Vecchio al Nuovo mondo, ma dal Nuovo al Vecchio. In secondo luogo, il suo non è un viaggio verso un Paradiso terrestre, per l’Eldorado, o la terra della Libertà, ma un viaggio da una più giovane a una più vecchia dittatura comunista. Un viaggio tautologico, una fare rima. Un fare rima della non-libertà. Anni dopo, da instancabile lettore della Dialettica dell’Illuminismo, Vladimir Sabourín capirà che il fare rima della non-libertà può essere anche una strada che conduce a una vera liberazione dal dominio della Liberazione, presupposto, quest’ultimo, di alcuni dei più grandi crimini della modernità.
Un viaggio da una dittatura a un’altra. Un viaggio attraverso l’oceano, nel ventre di un’enorme nave rugginosa. In una delle sue poesie Vladimir Sabourín descrive la sua nascita e il suo essere portato in Bulgaria così:
Io, Vladimir Sabourín, vengo dal rugginoso
Ventre in cui mia madre mi portò attraverso le acque
Le costole sporgenti dei telai furono la mia culla
In cui fui trasportato nel tanfo di ossido e petrolio
Mia madre entrò con me di nove mesi nel torso di ferro
Dopo avermi portato oltre i nove mesi della gravidanza
Dentro di sé livido dall’asfissia ne dovei essere asportato
Il poeta è portato in due ventri: di un umano e di una macchina. Nasce postmaturo. Come se avesse disperatamente tentato con tutte le sue forze di non nascere. Come se avesse preferito morire piuttosto che nascere in una dittatura. I genitori e i medici, per amore e dovere professionale, decidono che debba vivere, non importa se in una dittatura. Una scelta che facciamo quasi sempre. Prima la vita, poi la libertà. Il viaggio attraverso le acque in quella che lui chiama culla, fa pensare a un altro neonato trasportato sulle acque, in una cesta: Mosè. Il profeta nato in schiavitù, salvato dalla madre in una cesta lasciata alle correnti del Nilo, che dovrà condurre il suo popolo nella Terra promessa. Mosè non vede la terra della libertà, muore lungo la strada. Vladimir Sabourín è testimone della caduta del regime comunista, ma l’uscita dalla terra della schiavitù non è il raggiungimento della Terra promessa.
Un viaggio da una dittatura all’altra. Da una lingua all’altra. Un viaggio in due ventri. Salvezza nella schiavitù. Dopo la dissoluzione del regime comunista in Bulgaria, Vladimir Sabourín, nemmeno con tutto l’ottimismo della gioventù sarebbe riuscito a considerare la democrazia liberale, edificata dagli ex segretari del partito e dai membri dei servizi segreti comunisti, la Terra promessa. (…)
*
L’operaio e la morte
di Vladimir Sabourín
Ecclesiaste
In mezzo a un mattatoio sotto il cielo aperto dell’Africa
Con l’accompagnamento di ciechi musici inneggianti ai macellai
Come leoni re della savana lui è seduto su un trono
Di vecchie gomme usate per strinare il bestiame macellato e
Instancabilmente esorta a onorare Dio come ogni altro
Predicatore di strada i Macellai pronunciano il nome di Dio
In ogni accoltellamento i Portatori vestiti di costole di toro
Come in abiti liturgici attraversano la poltiglia
Di sangue fango muco interiora ben impastata da migliaia di piedi
Raggiungono i bagagliai delle auto si sbatte il cofano privilegiato accesso
All’altare con l’ultima cena alla fine del cammino di ogni carne.
Operai IV
(Il cimitero marino)
Un luogo che ben collega le lastre tombali in cemento
La muratura a secco con le pietre smussate la pompa petrolifera
Accosto al recinto nella durezza del cimitero operaio
Che guarda la foschia d’acciaio del campo petrolifero marino
Sopra è il meriggio sotto le mani che vogliono tacere
Operai VI
(L’operaio caduto)
Con la testa scoperta e il laccio del casco penetrato nella trachea
Che ti trascina verso il ventre della terra tu non sei suo figlio
Il campo petrolifero non è la madre terra ma tu sei disteso all’indietro
Sui mucchietti di terra del colore dei minerali colorati della pellicola di petrolio
Che tutto ricopre in questo paradiso artificiale enormi pietre preziose
Nell’inconsolabile giardino dei piaceri il velo di mida
Che ricopre te uomo di latta sulla via per la città di smeraldo sbattuto via
Dall’eruzione giaci supino in stato di stupor con la vaga speranza di ricevere un cuore
Contempli in un involontario non produttivo attimo
Di immobilità motoria ma conservando la coscienza
Uno stato di cui solitamente sei privato ossia che a tua
Insaputa ti è vietato e di cui a tua insaputa sei privato
Contemporaneamente in posizione semifetale e come caduto supino
Sulla via di damasco vedi lo spirito della decomposizione anaerobica
Di resti di organismi mescolati al fango seppelliti sotto un pesante
Strato di sedimenti liquefatti da un mostruoso calore e pressione
Sfondare il deserto per la captazione del petrolio
E che i sassi non diventano pani.
Cummings a Sofia
Sabato 13 giugno
Alle 10:30 esatte del mattino
Il convoglio ferroviario
Del simplon orient express
S’addentra nel quartiere della stazione centrale
Sofia dal finestrino di uno degli scompartimenti
Del vagone notte istanbul-parigi
Un cittadino statunitense vede
Sotto il sole acceso un vero e proprio fungo
Sospeso in tutto il suo bagliore ortodosso
Sulla disperazione brunoruggine.
STROFE CHE COMPOSE G.D. PER LA MORTE DEL MAESTRO DELL’ORDINE DI SANTIAGO, SUO PADRE
Quittez ce monde trompeur
De reflets
Parla la Morte
E dice al Cavaliere
Lo spettacolo è il capitale
Giunto a un tale livello d’accumulo
Che lo trasforma in immagine
Onirica
Rammenta, anima addormentata
Lo spettacolo è il brutto sogno
Della vita incatenata
Il guardiano del suo incubo
Qualsiasi usurpatore
Vorrebbe che dimenticassimo
Che è appena salito
Al potere
L’avvenire ci pare
cosa già passata
Lo spettacolo è il sole
Che non tramonta nel regno
Della passività
Scendiamo verso il mare
Della morte lo spettatore in nessun luogo
Si sente a casa perché
Lo spettacolo è ovunque
Incessante guerra dell’Oppio
Come presto se ne va la vita
Come un’immagine onirica che identifica
I beni con le merci
Tu hai insegnato al ladro
Ad apprezzare l’inesistente NON
La pura negazione commerciale
Di un sovrano vestito con cautela
Il valore di scambio condottiero
Di ciò che ha realmente valore il ladro finge
Di [NON] sapere che l’inesistente è prerogativa
Della teologia e dell’avanguardia
Astuzia della ragione mercantile
L’atomizzazione è l’alfa
E l’omega dello spettacolo
Quando scopriamo la trappola
È ormai tardi per tornare indietro
Solo l’irreversibile
Relazionarsi con un centro
Sostenitore dell’isolamento uno a uno
Collante degli spettatori gli uni con gli altri
Il feticismo mercantile il dominio
Di maliziosi oggetti melanconici
Elevato in questo spettacolo
All’assoluta perfezione
La sovranità abbandonata
A se stessa
Lo spettacolo è organizzazione
Della paralisi della memoria
Del passato più prossimo non meno
Dimenticato della prossima rivoluzione
Si dimentichi nella cultura
La storia della lotta di classe
Che ne è stato delle signore, i loro profumi
Che ne è stato di quel poetare
Ogni merce si batte da sola
Per sé nello spettacolo cos’è stata
La comunanza se non rugiada
Nei campi
L’esibizione è cosa buona
Cosa buona è l’esibizione
Nei media l’accelerazione
In un collisore senza collisioni
Quello che lo spettacolo
Non dice tre giorni di fila
Chissà dov’è andato
Non esiste
La merce non è più sottoposta
A critica da parte di nessuno
La falsa coscienza non tollera
Neanche la critica letteraria
Nessuno osa più
Essere nemico
Di quello che è
Rompere l’omertà
Nessuno contraddice più
Lo spettacolo perciò esso
Si contraddice da solo
Riscrivendo il proprio passato
Autoritratto del potere
Lui è là dove NON è
L’inesistente nel prime time
Della sempre meno timida collaborazione
La vendita conferma
Il valore i grandi morti
Seppelliti dallo spettacolo
Nel fiume Perlovska
La zuffa per essere spettatore-business
Va bene anche la prima classe
Merce in contemplazione
Di se stessa
La fissazione per il bambino
Dentro di sé e fuori
Un film per adulti
Senza neanche uno cresciuto
Parla la Morte
Il lavoro morto continua
A dominare su quello vivo
Le rendite del passato
La nullità del presente
Parla la Morte
E dice al Cavaliere
Lasciate questo mondo ingannevole
Di riflessi e adulazione
E anche se perse la vita
Ci lasciò per nostro conforto
La sua Memoria.
Ringrazio Vladimir Gradev grazie a cui ho saputo che G. Debord alla fine degli anni Settanta ha tradotto “Le stanze” di Manrique (N.d.A., V.S.)
LA TRANSIZIONE
secondo Danil Charms
Un tizio si coricò nel suo appartamento in viale Klement Gottwald e si svegliò nello
stesso appartamento in viale Evlogi Georgiev. Per fortuna nella stanza di questo tizio c’era
una bilancia e il tizio aveva l’abitudine ogni giorno mattina e sera di pesarsi. Ed ecco,
quando la sera prima si era coricato nel suo appartamento in viale Klement Gottwald, si era
pesato e aveva constatato di essere 65 chilogrammi. Ma la mattina del giorno dopo, alzandosi
dal letto nello stesso appartamento in viale Evlogi Georgiev, si pesò nuovamente
e constatò di essere ormai solo 64 chili e 950 grammi. “Sicché”, pensò
il tizio, “la differenza è all’incirca cinquanta grammi”.