di Lorenzo Pavolini e Flavio Santi

 

[E’ uscito da poco per Italo Svevo L’ora dei maestri perduti. Enzo Siciliano e la Repubblica delle lettere, un dialogo a distanza tra Lorenzo Pavolini e Flavio Santi in cui i due scrittori ripercorrono la loro amicizia con Enzo Siciliano. Ne proponiamo un estratto].

 

La mancanza fa strani scherzi, finisci per chiamare “mae­stri” persone che ne avrebbero riso. Può persino capitare di credere che ti abbiano affidato un compito, con il loro esem­pio, e di constatare quanto riposi ampiamente disatteso. Vorresti tornare a parlarne, ripercorrere la scena del nau­fragio, ragionare delle circostanze sopraggiunte, ma non ci sono più, neppure per sorriderne. Rileggi le loro carte, guar­di le foto, torni nei luoghi, rivanghi nella collina di fortu­ne che si è accumulata durante i giorni in cui hai potuto frequentarli. Ormai hai più o meno l’età che avevano loro quando li hai incontrati. All’orizzonte, nelle distanze del paesaggio, sono già diversi mattini che ti sembra di distin­guere il profilo di un monte nuovo, sorto chissà per quale getto di lava, nella Penisola fracassata. Non per cedere al presagio, ma ti metti in cammino. E passo dopo passo, ti rendi conto che è una stagione intera a cui stai tornan­do, o forse soltanto un’ora, indicata sommariamente come “crudele”. Una luce, una strada. Una Hanging Rock de’ noantri. Il punto della terra dove ci perderemo definitiva­mente, senza essere mai esistiti, se non in una storia.

Poi i posti non sono più gli stessi, noi non siamo più gli stessi, l’appuntamento viene continuamente rimandato, eppure resta…

 

[Lorenzo Pavolini]

 

Enzo era stato un precoce insegnante di filosofia e storia, e di questa ultima sentiva una sorta di re­sponsabilità. Fascismo e terrorismo non smetteva­no di ossessionarlo. Mi trovai nel mezzo di una sca­ramuccia che ebbe con Raffaele La Capria, di lui molto più insofferente a questo “peso” della Storia (sangue, morte, bombe, partigiani, fucilazioni…). Ecco: fucilazioni… Anche lì posso quasi dire che mi trovai, per così dire, nel mezzo. Perché ho assi­stito, accanto a Enzo, alle prove generali e poi alla prima rappresentazione del nuovo allestimento di quello che è il suo testo teatrale più riuscito, Morte di Galeazzo Ciano. Per lui il rapporto con la scena era una spina nel fianco. «Il teatro ti distrae», gli diceva spesso la madre, come ricorda nel romanzo che le dedicherà (Mia madre amava il mare, Rizzoli, Milano 1994). Tra i linguaggi artistici nei quali si esprimeva, il teatro continuava a dargli delusioni. Ma la questione è complicata: ecco, non posso dire che di scrittura teatrale abbia appreso grandi cose attraverso di lui, molto invece di teatralità, nella quale eccelleva, e soprattutto di relazione con la Storia. Enzo ti trasmetteva l’idea che la distanza dai risvolti tragici della Storia, quelli che macinano le famiglie e dividono le comunità, possa essere de­mandata alle incerte cure del romanzo.

 

Dunque, ho avuto la fortuna di trovarmi accanto a lui, nel Teatro Carignano di Torino, a ragionare della messa in scena in corso per mano di Marco Tullio Giordana. La fucilazione di Ciano, di cui il regista aveva scelto di mostrare il filmato origina­le, vista e rivista nella ripetitività esasperante delle prove: la fila dei condannati che va avanti e indie­tro, Ciano che si mette a cavalcioni della sedia, il suo cappottone di cammello, il rantolare dei corpi in terra, il colpo di grazia… mi si era conficcato nel cervello. Si dà il caso che il padre di mio padre, Alessandro Pavolini, abbia avuto un ruolo centrale nella Repubblica di Salò, nella fucilazione del suo ex amico Galeazzo Ciano, e in altre terribili cose. Poi alla fine anche mio nonno era comunque fini­to fucilato. Lo spettacolo ebbe un discreto succes­so questa volta – ma vallo a sapere? Era presidente della Rai, lo stesso anno vinse anche lo Strega con I bei momenti… figurati! In quei giorni mi faceva sommessamente promettere e ripromettere che avrei scritto un romanzo su mio nonno. E mi for­niva anche uno spunto: «Cerca di capire in cosa gli somigli». Il che mi sconcertava. Ma ho prova­to a seguire il suo consiglio, senza fare in tempo a sottoporgli l’esito. Avevo sognato di portargli il romanzo lì al Vertano, e che lo avrebbe letto sot­to la pergola di glicine. Avevo sognato anche che avrebbe chiuso il libro e mi avrebbe sorriso bene­volo. Lo so che dovevo fare di più, Enzo. Per for­tuna hai avuto allievi molto ma molto più bravi di me nell’arte della scrittura. Tra le mie fortune c’è quella di entrare in relazione con loro “attraverso” di te.

 

Perché il primo ponte che mi ha offerto Enzo è stato quello verso persone della generazione pre­cedente alla mia come Edoardo Albinati, Sandro Veronesi, Arnaldo Colasanti, Giorgio van Stra­ten, Sapo Matteucci, che avevano fatto «Nuovi Argomenti» con lui e ne erano intimi amici, op­pure come Aurelio Picca, Antonio Pennacchi e Vincenzo Pardini, con cui mi avrebbe intimidito altrimenti averci a che fare poiché fieramente inurbani, figuriamoci Franco Cordelli o Massimo Raffaeli che per erudizione ed esperienza della letteratura mi apparivano stellari! Poi non riesco neppure a calcolare con quanti dei miei coeta­nei ho intessuto relazioni, all’altezza del primo/secondo libro, perché c’era Enzo: Emanuele Tre­vi, Attilio Scarpellini, Antonella Anedda, Andrea Salerno, Tommaso Giartosio, Carola Susani, Raf­faele Manica, Damiano Abeni… E poi l’ondata dei più piccoli, perché Enzo procedeva nelle ge­nerazioni senza tregua, come un sasso che scende nell’acqua: finiva la tua stagione e veniva quella di Massimiliano Capati, Flavio Santi, Mario Desia­ti, Carlo Carabba, Alessandro Piperno, Leonardo Colombati, Chiara Valerio… Ecco, intanto Enzo questo suo ampio ponte verso gli altri lo metteva a disposizione senza gelosie, senza sovraintendere il traffico: ne indicava appena la possibilità e poi lasciava fare – mica gli dovevi raccontare dei po­meriggi in via Flaminia con Edoardo o delle serate con Emanuele, ti dimenticavi proprio che c’era… Questa è una sua caratteristica unica. Lo dico per raffronto con Goffredo Fofi, al quale riconosco di avere quanto e forse anche più di Enzo la capaci­tà di formare con lo strumento della rivista aree vastissime di persone dai talenti più disparati. Gof­fredo è anche lui un maestro superato da molti suoi allievi – e quindi insieme a Enzo forse uno dei pochissimi maestri in assoluto (fuori da ogni isti­tuzione) di questo strapuntino del millennio che fugge (anche per me è stato fondamentale, Gof­fredo, con il suo affetto, con il suo disinteresse, con il suo stile di vita da eterno studente fuorise­de, con la sua cerchia di piccoli inimitabili maestri come Maurizio Braucci e Alessandro Leogrande), ma Goffredo è capriccioso e spesso incapace di ce­dere la mano ai suoi allievi. Goffredo ha chiuso una rivista dopo l’altra per motivi spietatamente pedagogici, Enzo ha lasciato che la sua «Nuovi Ar­gomenti» diventasse un porto di mare.

 

Quando ero caporedattore si arrabbiava spesso con me, ma non me lo diceva (gli sfuggiva un chiaro disappunto solo quando pubblicavo Albert Samson o cercavo di mettere in sommario Tizia­no Scarpa, che lo aveva sbertucciato sull’«Unità» a proposito del Premio Strega). Si addolorava. Ecco. Emanuele ha trovato la parola giusta. Enzo si addolorava, faceva una smorfia sorridendo, ma non diceva mai per dritto che Manganelli proprio non poteva sopportarlo.

Così, mentre son qui a cincischiare – quasi volessi andare a piedi fino al Vertano –, leggo un testo molto bello che Emanuele ha consegnato a «Nuo­vi Argomenti». È una lettera a Enzo, indirizzata a Flaminia, una lettera in cui si parla di mancanza, di necessario tradimento dei maestri, del ricon­ciliarsi, dell’utopia a cui lavorava Enzo, della sua frugalità calabrese, della possibilità di parlare di un lavoro culturale collettivo come mosaico di so­litudini. Insomma, la lettera a Enzo di Emanuele mi rendo conto di piegarla nella tasca e poi tirar­la fuori di continuo come si faceva con le carte dei sentieri, caro Flavio. Ogni tanto ho bisogno di controllare le parole, i passi… Perché una cosa è certa, se Enzo ha impartito una lezione di con­vivialità, non è da soli che possiamo tornare alla sua stagione. Ricordi anche tu l’ampiezza della cerchia, da dare filo da torcere al Velázquez di Las Me­ninas? Si affacciavano da tutte le parti, fino agli ultimi mesi della sua vita. Con che strano sorriso, per niente preoccupato, Enzo ascoltava Roberto Saviano poco più che ragazzo (era l’anno prima che pubblicasse Gomorra) mentre spiegava che i camorristi dopo Pulp Fiction sparavano tenendo la pistola piegata da una parte e mancavano spesso le loro vittime ferendole malamente! Poi alzò il telefono per dire al suo amico Giuliano Amato, allora ministro dell’Interno, che sarebbe stato il caso di fornire presto una protezione a questo gio­vane letterato coraggioso (Roberto aveva ricevuto minacce e aggressioni).

 

Flavio, sei in viaggio? Sei per caso già nel paesag­gio che avrebbe fatto impazzire di gioia l’Ariosto? Hai incontrato cancelli tra i rovi? Troppo presto forse, la tua discesa friulana seguirà tappe pasoli­niane. Alle vestigia di una repubblica di persone che credono nei libri e nella scrittura come forma di conoscenza e massimo intrattenimento al con­tempo – niente di più desiderabile, voluttuoso, persino erotico – non si arriva per vie dirette. Lo star lì a maneggiare parole che si stendono sulle cose della vita e viceversa, separando e fondendo strati di realtà e di illusione, asseconda geografie interiori e mappe che hanno campeggiato sulle pareti dell’infanzia, come per il Marlow di Cuo­re di tenebra, c’è un serpente Tevere nel mio caso che tiene nelle sue spire il Vertano, mentre per te sono certo che il cammino della lingua e della po­esia non può smarcarsi dal Friuli. Stai traversando il Tagliamento?

Un ago magnetico lo propone il coetaneo Trevi, perché indica come andavamo tutti quanti noi l’uno verso l’altro, come se in Enzo si realizzasse l’ultimo scampolo del mondo appena prima del solipsismo integrale: vivevamo una stagione che scivolava verso l’isolamento e non ce ne accorge­vamo, grazie a Enzo che faceva sembrare eterni certi entusiasmi.

 

[Flavio Santi]

 

Mentre preparo il minimo indispensabile per il viaggio, qualche cambio (ma nessuna canottiera, mi raccomando!, Enzo diceva che le canottiere non vanno indossate, lui non le portava, e da allo­ra faccio anch’io così, sono un’inutile paratia tra la pelle trasudante e la camicia, e lui adorava le cami­cie, le sue bianche camicie di lino), lo spazzolino, il dentifricio, tutto è nato all’improvviso e in una sorta di improvviso musicale si deve consumare, non c’è tempo per troppe programmazioni, per l’eccitazione (della telefonata di Lorenzo, dell’oc­casione inattesa che si è creata) penso quasi a voce alta e mi dico che parlo di Enzo con un grande senso di intimità perché per me, così assetato di maestri come dicevo, lui era Enzo. E basta. Certo, per anni anche per me era stato “Enzo Siciliano”, finissimo intellettuale e scrittore, amico di Pasoli­ni e Moravia (ed Elsa Morante, Giorgio Bassani, Natalia Ginzburg, Attilio Bertolucci, Bernardo Bertolucci, l’elenco sarebbe lunghissimo, magari ci torno dopo), firma di spicco dei principali quo­tidiani italiani, presidente della Rai, insomma un autentico monumento della cultura italiana. Men­tre chiudo la borsa e la carico in macchina (su questa Enzo non ci è salito, ma è riuscito a salire sulla precedente, una scalcagnata Fiat Bravo, con cui lo scarrozzai per Pavia e provincia, fino a Zene­vredo, facendo pure incazzare Arbasino), con il pensiero cerco di ricostruire il mio avvicinamento a Enzo. Prima a “Enzo Siciliano”. E poi a Enzo.

 

Mi pare che lo incontrai la prima volta negli impec­cabili e inamidati panni di “Enzo Siciliano”, in uno strano libretto dalla sovraccoperta verde firmato da Luca Canali, che mi era stato addirittura regalato per il mio, se non sbaglio, quindicesimo complean­no da uno zio di cui poi avrei perso le tracce: Ma­nuale ad uso degli scrittori esordienti (Bompiani, Mi­lano 1988). Il perfido Canali, da uomo di mondo qual era, elargiva vari consigli agli scrittori in erba, tra cui il me quindicenne imberbe e sprovveduto, insistendo soprattutto sull’importanza di avere uno sponsor, così lo chiamava alla latina, insomma un potente membro del mondo letterario. E offriva una galleria di vari sponsores – come ci teneva a de­clinarli alla latina, da peritissimo latinista –, tra cui spiccava il nome di Enzo Siciliano. Che così veniva presentato (immaginarsi l’impressione che doveva­no sortire quelle parole su un povero quindicenne di provincia): «uomo cortese, sensibile, ma molto nervoso […] Malgrado il notevole potere […] appa­re come il più insoddisfatto dei “nuovi pontefici”. Tuttavia, essendo disposti a lunghe attese, e anche a veder “bruciare” appuntamenti già fissati, egli è più umanamente disponibile di Citati e di Garboli»). Insomma, il ritratto di un grand commis della let­teratura.

 

E in effetti “Enzo Siciliano” visto da nord-est (o an­che nord-ovest, rimpallando il sottoscritto tra Friu­li e Piemonte) così appariva: un uomo di potere. Dunque, senz’altro cinico, abile e manipolatore, scaltro e occhiuto. Pronto a tutto pur di avere il suo posto al sole. E a proposito di sole, di luoghi dove prenderlo e farsi belli, ecco c’era soprattutto un dettaglio che emergeva al nome di Enzo Sici­liano: le “terrazze romane”. Le soleggiatissime e mondanissime terrazze romane! In tutta sincerità, negli anni di frequentazione di Enzo, sono stato in librerie e biblioteche (tante), bar, ristoranti e trattorie (abbastanza), alimentari e negozi vari (qualche volta, tra Roma e il Vertano), alla Trec­cani (una volta), alla Scala (nella sede provvisoria degli Arcimboldi, anche lì una sola volta), ma mai in una delle tanto declamate “terrazze romane”. L’unica terrazza che visitai fu quella di Lungote­vere della Vittoria, a casa Moravia, ma molti anni dopo la morte di Enzo, per una riunione estiva di «Nuovi Argomenti». Dopo aver incrociato per strada un’agguerrita Chiara Valerio in bicicletta, munita di mascherina antismog (era prima del Covid, intorno al 2013), fui accolto familiarmente da Dacia Maraini. Sulla terrazza trovai una tavola imbandita alla buona con qualche stuzzichino di supermercato, non certo di Angelo Feroci, colpe­volmente sguarnita di ostriche e champagne – al massimo vi trovai il blando alcol di qualche pro­secco intiepidito dal sole romano, insomma un affronto per un friulano come me. Anche in quel caso non certo l’immagine del potere.

 

Accadeva che se parlavi con torinesi, milanesi, ge­novesi, persone del produttivo Nord-ovest in modo particolare, a un certo punto immancabilmente uscivano fuori le “terrazze romane”, ammiccanti e scintillanti, quasi liquide, immense piscine di vizi, con i loro giochi di potere, premi e cotillon vari. Il Potere. E le definizioni si sprecavano, di solito nelle varianti «il ras/il boss/il padrino/ecc. della Roma letteraria». Pure distorsioni.

Non c’erano i presupposti – mi spiace per i soste­nitori delle famigerate “terrazze romane”. Troppo impaziente per essere un uomo di potere. Enzo non possedeva il cinismo e il sarcasmo che l’uomo di potere getta solitamente come una vernice avvi­lente e abbrutente su tutto e tutti per farli sbiadire, scolorire agli occhi suoi e del mondo. Nella lettera a Enzo, Trevi definisce il potere un «nauseabondo congegno umano». Con Enzo le cose brillavano, non venivano spente o attutite – non era il suo sti­le. Non aveva il sangue grumoso e astioso. Anzi, il suo era fluido e desideroso di mischiarsi con quel­lo altrui – naturalmente non di un altrui generico, ma di un altrui cercato, amato, accettato.

 

E poi il potere va conservato, gestito, custodito, difeso. Enzo si è trovato indubbiamente in diverse situazioni di potere, ma non lo ha mai usato per imbalsamare, imballare, raggelare, cristallizzare. Il suo non è mai stato un “potere” statico, conserva­tivo e conservatore, bensì aperto, dinamico, con­diviso. Da un passaggio chiave del Diario su «Nuovi Argomenti»: «esercitare il potere dovrebbe signifi­care qualcosa di assai semplice e persino naturale: investire sugli altri, creare competenze di lavoro articolato, creare affiatamento e fiducia».

A proposito di potere “editoriale”, una volta ho assistito personalmente a un incontro tra Enzo e Umberto Eco. A un congresso del Pds, quando gli scrittori ci andavano ancora – e comunque veni­vano invitati. Sembra davvero passato un secolo, se non un’era geologica. (Fra l’altro, sempre in quell’occasione Enzo incontra Giorgio Napolita­no, non ancora presidente della Repubblica, che pranza da solo con un sobrio consommé – noi ci eravamo appena accomodati al tavolo accanto. Ve lo immaginate oggi?)

 

Ma torniamo all’incontro con Eco. Si salutarono appena. Con grande educazione ma altrettanto visibile distacco. Ricordo che Eco rimase seduto, mentre fu Enzo, educatissimo come sempre, ad avvicinarsi. Su un punto il libro di Luca Canali, che avrebbe dovuto guidare un inesperto quindi­cenne tra i marosi della vita che si affacciava, aveva però ragione: descrive Enzo come «vivace, allegro, […] estroso, cordialissimo». Vero. La componen­te umana in Enzo è fondamentale. Imprescindibi­le. Erano due giganti che si guatavano, campioni di due idee diversissime di letteratura, arte, mon­do: vita. L’anno dello Strega al Nome della rosa (era il 1981), Enzo aveva partecipato con La principessa e l’antiquario, anch’esso un romanzo storico: erano i due candidati più plausibili per la vittoria finale. Basta un rapido confronto per capire i due libri, e così i due uomini. Eco che insegue una trama gialla, indiziaria, con una prosa semplice, ormai televisiva al fondo. Enzo che insegue le trame del­la vita, con una prosa mai arresa ai fatti che narra, ma sempre un passo avanti a essi. Già il raffronto degli incipit di per sé è illuminante:

 

«Era una bella mattina di fine novembre» (Eco) vs. «Ero giovane, avevo vent’anni: ero stato travol­to da una di quelle improvvise passioni nelle quali, appunto quando si è giovani, ci si getta interi, di­menticando tutto quanto, fino ad allora, può aver­ci rapito» (Siciliano).

Non credo che sia solo l’affetto a muovere quanto dirò a brevissimo, ma ritengo, ecco che lo dico, questo uno dei migliori incipit in assoluto della letteratura italiana. Sbaglio? Anche di questo vo­glio parlare con Lorenzo.

“Enzo Siciliano” ed “Enzo”.

La saldatura che si è compiuta tra “Enzo Siciliano” ed “Enzo” è stato uno dei regali più belli che la vita mi abbia fatto.

 

Intanto parto. Da Codugnella, il paese delle mele cotogne, dove mi trovo, all’ombra del castello del­le Confessioni di un italiano, per un ritiro di lavoro, in una pace estatica di campagna friulana.

Prima tappa: Casarsa.

 

[Immagine: Foto di Dino Ignani (particolare)].

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