cropped-01.-Polar-Bear.jpgdi Galway Kinnell (nella versione di Damiano Abeni e Moira Egan)

[Galway Kinnell (1927-2014) ha vinto il Premio Pulitzer e il National Book Award per la poesia con i suoi Selected Poems (1982). L’orso è una delle sue poesie più famose].

1
A fine inverno
mi capita di intravedere fili di vapore
che trapelano
dalle crepe della neve vecchia
e mi chino e vedo un color polmone
e ci infilo il naso
e riconosco
il freddo, persistente odore dell’orso.

2
Appuntisco la costola di un lupo
su entrambi i capi
la avvolgo
in una palla di grasso che congelo e lascio
sul passaggio degli orsi.

E quando è sparita
mi metto sulle tracce degli orsi,
spostandomi in cerchio
finché non mi imbatto nella prima, appena accennata,
chiazza scura per terra.

Allora parto
di corsa, seguo le chiazze
di sangue che errano per il mondo.
Nelle nicchie scavate a furia dove ha riposato
mi fermo a riposare,
sui graffi degli artigli
dove si è sdraiato sulla pancia
per superare una venatura di ghiaccio infido
mi sdraio
trascinandomi in avanti con i coltelli da orso in pugno.

3
Il terzo giorno comincio ad aver fame,
all’imbrunire mi chino come sapevo che avrei fatto
su una merda imbevuta di sangue,
esito, la raccolgo,
me la ficco in bocca e la mando giù,
mi alzo
e riprendo a correre.

4
Il settimo giorno,
ormai mi sostentavo solo del sangue dell’orso,
scorgo il cadavere capovolto, lontano avanti a me,
un’arruffata carcassa fumante
con la pesante pelliccia che si increspa al vento.

Lo raggiungo
e guardo gli occhi piccoli, vicini,
il muso sgomento
riverso sulla spalla, le narici
dilatate, che forse
hanno percepito il primo sentore di me
mentre moriva.

Gli squarcio
una forra nella coscia e mangio e bevo,
lo squarto da cima a fondo
lo apro e ci entro dentro
e me lo chiudo addosso, contro il vento,
e dormo.

5
E sogno
di trascinarmi esangue
sulla tundra,
pugnalato due volte da dentro,
lasciandomi dietro una scia di sangue,
sangue che sgorga comunque, a dispetto di dove, come mi muovo,
di qualsiasi parabola di trascendenza orsina,
di qualsiasi danza di solitudine accenni,
qualsiasi balzo artigliato dalla gravità,
qualsiasi arrancare, qualsiasi grugnire.

6
E poi un giorno barcollo e cado—
cado su questo
ventre che ce l’ha messa tutta a resistere,
a digerire il sangue che gli colava dentro,
a dissolvere
e digerire l’osso stesso: e adesso il vento
soffia accarezzandomi, soffia via
i rutti ripugnanti di sangue d’orso mal digerito
e di stomaco marcio
e il normale, orribile odore di orso,

soffia sulla
mia lingua pesta e ciondolante una canzone
o un urlo, finché non penso che mi devo alzare
a ballare. E giaccio immobile.

7
Mi risveglio, penso. I fuochi fatui
riappaiono, le oche
di nuovo in formazione sulla rotta di volo.
Nella sua grotta sotto la neve vecchia la mamma-orso
giace, lecca
pelo raggrumato
e occhi lacrimosi facendone forme
con la lingua. E avanti con un
passo arrancante di zampa pelosa,
e un altro portato grugnendo,
e un altro,
un altro,
il resto dei miei giorni li passo
vagando: divagando
su cosa, comunque,
fosse quell’infuso viscoso, quel gusto rancido di sangue, quella poesia, di cui vivevo.

* * *

The Bear

1
In late winter
I sometimes glimpse bits of steam
coming up from
some fault in the old snow
and bend close and see it is lung-colored
and put down my nose
and know
the chilly, enduring odor of bear.

2
I take a wolf’s rib and whittle
it sharp at both ends
and coil it up
and freeze it in blubber and place it out
on the fairway of the bears.

And when it has vanished
I move out on the bear tracks,
roaming in circles
until I come to the first, tentative, dark
splash on the earth.

And I set out
running, following the splashes
of blood wandering over the world.
At the cut, gashed resting places
I stop and rest,
at the crawl-marks
where he lay out on his belly
to overpass some stretch of bauchy ice
I lie out
dragging myself forward with bear-knives in my fists.

3
On the third day I begin to starve,
at nightfall I bend down as I knew I would
at a turd sopped in blood,
and hesitate, and pick it up,
and thrust it in my mouth, and gnash it down,
and rise
and go on running.

4
On the seventh day,
living by now on bear blood alone,
I can see his upturned carcass far out ahead, a scraggled,
steamy hulk,
the heavy fur riffling in the wind.

I come up to him
and stare at the narrow-spaced, petty eyes,
the dismayed
face laid back on the shoulder, the nostrils
flared, catching
perhaps the first taint of me as he
died.

I hack
a ravine in his thigh, and eat and drink,
and tear him down his whole length
and open him and climb in
and close him up after me, against the wind,
and sleep.

5
And dream
of lumbering flatfooted
over the tundra,
stabbed twice from within,
splattering a trail behind me,
splattering it out no matter which way I lurch,
no matter which parabola of bear-transcendence,
which dance of solitude I attempt,
which gravity-clutched leap,
which trudge, which groan.

6
Until one day I totter and fall—
fall on this
stomach that has tried so hard to keep up,
to digest the blood as it leaked in,
to break up
and digest the bone itself: and now the breeze
blows over me, blows off
the hideous belches of ill-digested bear blood
and rotted stomach
and the ordinary, wretched odor of bear,

blows across
my sore, lolled tongue a song
or screech, until I think I must rise up
and dance. And I lie still.

7
I awaken I think. Marshlights
reappear, geese
come trailing again up the flyway.
In her ravine under old snow the dam-bear
lies, licking
lumps of smeared fur
and drizzly eyes into shapes
with her tongue. And one
hairy-soled trudge stuck out before me,
the next groaned out,
the next,
the next,
the rest of my days I spend
wandering: wondering
what, anyway,
was that sticky infusion, that rank flavor of blood, that poetry, by which I lived?

 

[Immagine: Hiroshi Sugimoto, Orso polare (gm)].

 

3 thoughts on “L’orso

  1. I hack
    a ravine in his thigh, and eat and drink,
    and tear him down his whole length
    and open him and climb in
    and close him up after me, against the wind,
    and sleep.

    Gli squarcio
    una forra nella coscia e mangio e bevo,
    lo squarto da cima a fondo
    lo apro e ci entro dentro
    e me lo chiudo addosso, contro il vento,
    e dormo.

    mi piacciono moltissimo tutte, in questa strofa mi piace la soluzione trovata nella versione italiana tutta giocata sull’alternarsi delle varie possibilità fonosillabiche della chiave vocale “o”

  2. Grazie Natàlia: e la “o”, ovviamente, è la vocale del ventre materno, o più semplicemente del ventre. E’ anche il nulla in uno spazio conchiuso, o il suo opposto – l’infinito, che è il tutto in uno spazio illimitato. E’ il serpente che si morde la coda, tutto il tempo che abbiamo e che non abbiamo…

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