di Filippo Cerantola

 

[Pubblichiamo il testo pronunciato da Filippo Cerantola il 15 giugno scorso a Malga Fossetta, uno dei luoghi raccontati da Luigi Meneghello nei Piccoli maestri].

 

Malga Fossetta, Asiago (VI), 15 giugno 2025

 XIII Pellegrinaggio Civile sui sentieri dei Piccoli Maestri

 

 

Buongiorno a tutte e a tutti,

 

È un onore per me prendere la parola oggi, in un luogo così ricco di memoria e significato come Malga Fossetta.

Vorrei innanzitutto ringraziare l’Istrevi, nella persona del suo presidente Stefano Fracasso, e il professor Camurri, per aver pensato a me per un’occasione tanto speciale. E naturalmente, grazie a voi tutte e tutti per essere qui e per l’attenzione che vorrete dedicarmi.

Il motivo per cui sono stato invitato a intervenire oggi ha a che fare con un libro che ho scritto su Luigi Meneghello. Per lavorarci, ho avuto modo di leggere con attenzione i suoi libri e, grazie al fondo conservato alla Biblioteca Bertoliana di Vicenza, anche molte delle sue lettere. Pur non considerandomi un esperto, desidero condividere con voi le riflessioni nate da quella frequentazione, consapevole di non avere risposte definitive da sottoporvi.

 

Innanzitutto vorrei rimettere in discussione un assunto che a volte si tende a dare per scontato: la Resistenza non costituisce un blocco compatto. Se andiamo indietro fino al 1947, l’anno in cui Italo Calvino pubblicò Il sentiero dei nidi di ragno, troviamo una visione fortemente polarizzata:

 

Noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, […] va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi.

 

Quando, vent’anni dopo la guerra, pubblicò I piccoli maestri, Meneghello compì un atto quasi sacrilego: scrisse sempre “resistenza” con la minuscola. Recensendo il volume su l’Unità, quotidiano del Partito Comunista Italiano, Pina Sergi scrisse “Resistenza” con la maiuscola, osservando: «Usiamo la maiuscola perché fino ad oggi soltanto il nostro scrittore ha saputo farne a meno senza sminuire, anzi a modo suo esaltando, il concetto». Questa scelta, pur comprensibile e condivisibile per sottolinearne la dignità storica e morale, rischia però di trasformarsi in una protezione simbolica che impedisce un confronto vivo e critico. A questo proposito, vale la pena ricordare una riflessione di Giuseppe Berto, anche lui autore veneto, che coglie con acume un meccanismo ricorrente nel nostro modo di rapportarci a idee e valori:

Quando ci accorgiamo che qualcosa difetta di sostanza, noi la scriviamo con l’iniziale maiuscola, in questo modo conferendole una specie di garanzia immunitaria, che la mette al riparo dal buonsenso e dalla critica.

 

Vista l’occasione e il luogo in cui ci troviamo, qualcuno potrebbe storcere il naso di fronte alla mia scelta di citare un autore che, dopo aver combattuto come ufficiale in Africa, rifiutò di collaborare con gli Alleati e trascorse trenta mesi in un campo di prigionia in Texas. Bisogna però evitare di ridurre la guerra a una semplice divisione tra buoni e cattivi: la realtà era molto più complessa, e molti cambiarono schieramento per i più svariati motivi, come opportunismo, paura, senso di colpa o autentici ripensamenti. Chi tra voi ha letto I piccoli maestri si ricorderà, per esempio, l’episodio del Vaca, membro della milizia che per sfuggire ai partigiani si unì a loro. Meneghello, inizialmente scandalizzato da questo atteggiamento, riconobbe di aver attraversato un percorso simile: da giovane fascista vincitore dei Littoriali a partigiano.

Non dobbiamo poi dimenticare che molti scelsero di diventare partigiani solo quando le sorti del conflitto erano ormai segnate, vedendo nella Resistenza un modo sicuro per inserirsi nella nuova Italia democratica. Un episodio emblematico, tratto da Bau-sète, riguarda un giovane politico vicentino che Meneghello non nomina mai esplicitamente e che poi divenne più volte presidente del Consiglio:

 

A Vicenza, nel corteo dei partigiani il giorno dopo la Liberazione, si videro sfilare col bracciale tricolore e il parabello le persone più inattese. Bene le osservava stupito. “Cosa fanno qui?” si domandava. “Cosa c’entrano?”. A un certo punto arrivò in mezzo agli altri un giovane cattolico di belle speranze (destinato poi a un eccezionale, forse sproporzionato cursus honorum), anche lui col parabello in spalla e la fascia sul braccio. Bene, che aveva lasciato a casa le armi, ma si era compiaciuto di infilarsi il bracciale, restò interdetto. “Qui c’è un errore” pensò. “Se lo porta lui, vuol dire senz’altro che non posso portarlo io”.

 

Il secondo punto su cui vorrei soffermarmi riguarda il futuro della memoria della Resistenza. Quest’anno ricorre l’80° anniversario della Resistenza, e credo sia sempre più urgente interrogarci sul futuro della sua memoria. I protagonisti di quegli anni stanno scomparendo, e con loro rischia di svanire anche la dimensione concreta di quella stagione. Non possiamo sottovalutare l’effetto che avrà la progressiva scomparsa dei testimoni diretti della Resistenza. Lo ha scritto in modo molto efficace un altro autore veneto, Ferdinando Camon:

 

Morti loro, le storie di cui sono gli ultimi testimoni, non più ancorate alla memoria di nessuno, scenderanno nel dimenticatoio, mescolandosi con tutte le storie che lì giacciono marcite dai secoli. Tra Attila e i cavalieri, Annibale e gli elefanti, Napoleone e i dragoni, finirà Hitler con le SS.

 

Parole scritte nel 1994, che oggi, a trent’anni di distanza, risultano ancora più pertinenti. Il problema, dunque, non è astratto né lungi a venire: riguarda da vicino il nostro presente e le scelte che compiamo oggi.

 

I due aspetti su cui mi sono soffermato finora – la rappresentazione della Resistenza come guerra dicotomica e la progressiva scomparsa dei testimoni diretti – confluiscono in un interrogativo centrale: come trasmettere oggi quella memoria in modo che resti viva, accessibile e significativa anche per le nuove generazioni? La risposta potrebbe risiedere nel modo in cui viene raccontata la vicenda. Nella prefazione del 1964 a Il sentiero dei nidi di ragno, Calvino celebra Una questione privata di Fenoglio come “il romanzo che tutti [noi partigiani] avevamo sognato [di scrivere]”, libro capace di raccontare la Resistenza da una prospettiva intima e soggettiva – la gelosia amorosa del protagonista, il caos della guerra civile – anziché con l’epica collettiva. Meneghello percorre la stessa strada ne I piccoli maestri, smontando senza pietà il mito del partigiano eroico: «non eravamo mica buoni a far la guerra», ammette, descrivendo una Resistenza fatta di giovani inesperti e sprovveduti, più inclini alle «fughe» che agli «atti di valore». Questa onestà intellettuale fu accolta con diffidenza da parte di alcuni critici dell’epoca, che accusarono il libro di adottare un tono canzonatorio e beffardo, giudicato inappropriato e offensivo. Meneghello stesso, in una lettera indirizzata a Norberto Bobbio, ammise di essersi domandato se avesse «fatto un torto alla materia». Tuttavia, qualcuno – per di più, per usare un eufemismo, abbastanza autorevole – colse fino in fondo il valore del libro. Mi riferisco a Primo Levi, che in una lettera indirizzata a Meneghello il 2 maggio 1986 definì I piccoli maestri «non un, ma il libro vero della Resistenza».

 

Una possibile chiave di volta per comprendere il modo in cui Meneghello intendeva trasmettere la memoria della Resistenza si trova in una lettera del 1974, inviata a un gruppo di studenti che gli avevano chiesto informazioni su Toni Giuriolo. In queste righe emerge con chiarezza il suo approccio, che è anche, probabilmente, il modo più appropriato per ricordare: uno sguardo sobrio, disincantato, lontano dalla retorica e dall’eroismo celebrativo:

 

Io ho già cercato di esprimere ciò che sentivo verso Toni in un mio libro che si chiama I piccoli maestri. […] Se vi capitasse tra le mani, cercate un po’ le pagine che riguardano Toni Giuriolo – è il meglio di ciò che vi potrei dire su di lui. Forse mi deciderò una volta a riparlare di quest’uomo (che a noi pareva una specie di santo laico; ma eravamo ragazzi e forse sovra-eccitati per la drammatica natura della nostra esperienza – oggi dovremmo guardare le cose con occhi più sobri, e soprattutto – come abbiamo imparato proprio da lui – stare in guardia contro la retorica), ma non so quando potrò farlo e se ne sarò capace. Scusatemi se ve lo dico: ma ho un po’ di paura delle celebrazioni e delle cerimonie, che possono rischiare di imbalsamare le persone e le figure reali.

 

L’ultimo capitolo di Fiori italiani, pubblicato due anni dopo, nel 1976, è dedicato alla figura di Toni Giuriolo. Si tratta di un testo molto asciutto, che proprio per la sua sobrietà riesce a suscitare un’emozione profonda, soprattutto in chi quell’esperienza l’ha vissuta in prima persona. Lo dimostra chiaramente la reazione di Mario Mirri, che scrisse a Meneghello per confidargli quanto fosse stato toccato da quelle pagine:

 

La prima cosa su cui mi sono caduti gli occhi sono le ultime pagine; e mi sono commosso. Curioso come dopo tanti anni, veramente tanti, ed una vita di mezzo, certe cose restino lì, ferme, punto di riferimento inevitabile per molti di noi.

 

Le seguenti parole, invece, sono tratte da una lettera indirizzata a Luigi Meneghello  e scritta da Francesco Berti, partigiano bolognese. Si tratta dell’ultima citazione dal Fondo Meneghello conservato presso la Biblioteca Bertoliana di Vicenza che vi voglio proporre, e segna l’avvicinarsi della conclusione del mio discorso. La scelta non è casuale: questa riflessione si lega idealmente alla citazione precedente, poiché anche Berti, come Meneghello e Mirri, ebbe modo durante la guerra di conoscere Toni Giuriolo. In queste righe, riflette sul senso profondo della Resistenza e sul modo in cui trasmetterne la memoria. Scrive:

 

[La Resistenza] è il grande motivo etico della nostra generazione, ma alla quale solo a cose fatte è stato dato questo nome di cui ora ci serviamo per parlarne. E solo a cose fatte, e rimeditate e digerite, abbiamo veramente capito il senso d’una azione che, per restare vera, ti richiede di essere testimoniata senza ripetizioni liturgiche; bisogna re-inventarla ogni volta, senza fine.

 

Malga Fossetta non è un altare della memoria, ma un luogo dove la storia continua a respirare. Ci torniamo per seguire l’insegnamento di Meneghello: liberarci dai dogmi, raccontare senza retorica, e ricordare che la Resistenza fu vissuta da persone comuni, con le loro fragilità e il loro coraggio. Custodire la memoria, forse, significa proprio questo: riflettere, ascoltare le storie degli altri, non smettere mai di porci domande.

1 thought on “Luigi Meneghello e la Resistenza, 80 anni dopo

  1. “E solo a cose fatte, e rimeditate e digerite, abbiamo veramente capito il senso d’una azione che, per restare vera, ti richiede di essere testimoniata senza ripetizioni liturgiche; bisogna re-inventarla ogni volta, senza fine.” (Francesco Berti, partigiano bolognese, citato da Filippo Cerantola)
    *
    E come si fa a re-inventarla oggi nei tempi dei Trump, dei Netanyahu, dei Putin, dei Xi Jimping?
    Ci sono soltanto “ripetizioni liturgiche” in giro. Anche questa sobria (alla Meneghello) lo è.
    L’ultimo tentativo di re-invenzione fu il ’68-’69. E abbiamo perso.

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