di Angelo Ferracuti. Fotografie di Giovanni Marrozzini
[E’ appena uscito per Il Saggiatore L’ultimo viaggio, il libro che Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini hanno dedicato al tema del fine vita negli hospice. Proponiamo l’incipit del libro e quattro fotografie di Marrozzini].
Natura morta
E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.
Raymond Carver
Sotto c’è la vita che scorre. Si arriva da una strada transitata, ci sono le auto che sfrecciano, il piccolo rituale della gente che cammina, si affaccia alla finestra, entra in un negozio d’alimentari, aspira il fumo di una sigaretta. Sotto c’è una cittadina della provincia marchigiana della calzatura che si chiama Montegranaro. Nei bar si scommette forte, si bevono ai banchi affollati gli aperitivi colorati, sui televisori un’altra vita lontana nei campi di calcio, nelle periferie avvelenate delle città del Sud o del Nord del mondo, la bella Italia. Sotto si lavora nelle fabbrichette, passano nelle mani allenate le tomaie, centinaia di calzaturifici e corpi che si muovono sulla manovia per produrre la ricchezza, alimentare i consumi, creare lo sviluppo «andare, camminare, lavorare» come cantava Piero Ciampi. C’è la provincia operosa, quella smarrita che non è più contadina, non è più niente, la recita del folklore, c’è la provincia tra nostalgia e il futuro incerto senza più il posto di lavoro, la provincia che recita sé stessa. Una volta, nell’età dell’oro, qui giravano molte Ferrari, il sogno degli scarpari si era finalmente realizzato, i contadini erano diventati industriali. Fuori, nel parcheggio adiacente all’ospedale, nel clima quieto di un quartiere anonimo, qualche silhouette di albero stilizzato, un uomo esce dall’automobile, in mano una cartella clinica, fila veloce verso l’ingresso. Al pianoterra c’è il bar, avventori si avvicinano ai banchi, bevono il caffè, sorseggiano un bianco, persone sedute in attesa agli ingressi degli ambulatori, c’è gente che sorride, parla animatamente, qui visite di controllo, arti spezzati, disturbi alla vista, prostate ingrossate, fegati e cistifellee intossicati, puzzolenti vesciche infettate, fastidi ai quali comunque si può porre rimedio.
Dopo, superato il corridoio vuoto e luminoso, entrato nell’ascensore metallico, si sale lentamente ai piani, il secondo, l’attesa, sguardi imbarazzati, qualche occhiata di sbieco, poi il terzo e stop. C’è un murale in allestimento di fronte, prima dell’entrata del reparto, il rilievo delle colline con i piccoli paesi abbarbicati sullo sfondo, il pittore colora le farfalle, prima di aprire il portellone e lasciarsi il mondo fuori, finite le voci che sentivi fino a qualche istante fa. Quando si entra nel reparto dell’hospice, è come se il mondo fuori non esistesse più, il silenzio ti avvolge e sei dentro una bolla, il tuo corpo penetra lentamente un corridoio asettico e colorato con la pavimentazione di linoleum lucida, attraversa lo spazio circospetto, fa economia di mezzi e scricchiolii, vibrazioni acustiche prodotte dalla suola delle scarpe, colpi di tosse. Una volta entrato nel reparto dell’hospice sei già nel mondo dei morti, perché come ha detto un vecchietto uscendo da una camera qualche giorno fa, parole che fanno rabbrividire «io me ne sono accorto, non sono stupido, ieri ne sono morti tre».

Dopo il corpo si contiene, la voce si abbassa, il passo è più breve e cadenzato, cammini quasi in punta di piedi. Le porte dietro cui riposano i degenti sono chiuse, o appena accostate, raramente qualcuna è aperta, s’intravedono corpi sfibrati avvolti dalle lenzuola, le flebo attaccate alle vene delle braccia, come fantasmi, familiari sentinelle quieti a vigilare i corpi morenti, nell’attesa angosciosa della fine, qualcuno che dorme sfinito su una sedia. Sì, perché qui si viene a morire, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, e ogni battito può essere l’ultimo, così quella cosa miracolosa, la storia di ognuno di noi, tutti gli anni e i ricordi, quella storia finisce, trova pace nel suo punto finale, dopo diventa ricordo, diventa memoria, oppure si cancella. Mi viene in mente il Lamento sul Cristo morto di Mantegna, in quel quadro c’è la massima rappresentazione di questo momento, il suo crudo realismo, e quando lo osservo, mi sento un voyeur, mi cattura la sua prospettiva.

L’oncologo magro con la barbetta rada, silenzioso, è nel suo studio, scrive assorto. Il dottor Mascioni sembra un personaggio misterioso dei romanzi di Kafka, un certificatore dell’assurdo. Avverte le infermiere, dopo aver messo giù il ricevitore del telefono fisso, «tra un’ora arriva una donna affetta da tumore cerebrale, da Civitanova» le due donne giovani cominciano solerti a preparare il letto, si spostano da un lato all’altro riassettando le lenzuola. Silenzioso e flemmatico sta scrivendo su una cartella clinica, curvo sulla scrivania. Mi spiega che il delirio e la confusione mentale sono legati alle cure palliative, ma anche al tumore e all’ansia del paziente. L’umore è sempre oscillante, soprattutto durante le ore notturne. La notte è interminabile, non passa mai per i pazienti, viene fuori tutto, l’agitazione, il dolore. «C’è il delirio agitato» mi spiega «quello con visioni di animali, gatti o ragni che camminano sul soffitto, visioni sacre, esperienze quasi mistiche» ci tiene a dire.

Ci sono certi giorni in cui non muore nessuno, ma sono rari. Questo ha detto la piccola infermiera dai capelli scuri e gli occhi grandi, intrecciando una mano nell’altra. «È raro, però» ha detto col fare scettico. Ci sono altri giorni in cui ne muoiono due. «Non ci si abitua mai alla morte» dice «anche se è una cosa normale, no, non ci si abitua mai» aggiunge con lo sguardo smarrito. La maggior parte di loro non sa che devono morire, come Giuseppe Corte, il personaggio del racconto di Dino Buzzati Sette piani. L’ho letto molti anni fa e ci penso adesso, mentre la donna mi parla sulla soglia di una stanza vuota di corpi. In quel racconto i malati meno gravi erano ricoverati al settimo piano del sanatorio, poi, quando peggioravano, venivano trasferiti in quelli sottostanti, fino al primo, denominato dei «funebri segreti» dove alla fine morivano. Anche chi arriva qui è stato in molti piani di diversi ospedali, dopo mesi, forse anni, di cure, convalescenze, ricadute, crolli, rinascite improvvise, prima di perdere definitivamente la speranza. «Qualche giorno fa doveva arrivare un ragazzo di vent’anni, ma i genitori alla fine non hanno voluto. È una cosa psicologica, una volta arrivati qui significa che non c’è più niente da fare» dice l’infermiera con un filo di voce, è come se uno si consegnasse definitivamente alle tenebre. Sembra cercarmi, vuole raccontare, quasi per portare fuori dal suo corpo brandelli di voci della sua memoria inquieta. Mi racconta di un ragazzo che aveva acquistato su un sito internet il kit della morte, poi non è riuscito a usarlo, non si è fidato di iniettarsi la dose letale. Il Pentobarbital Melting Point Test si può ordinare tranquillamente sul sito internet di una fondazione australiana per l’eutanasia volontaria, (www.exitinternational.net), fatto il bonifico arriva per posta, con trentacinque dollari si può ricevere a casa il pacchetto del suicidio fai da te contenente una siringa, un portacompresse e una soluzione chimica. Il fondatore è il dottor Philip Nitschke, lo stesso che ha brevettato Sarco (da sarcofago), la macchina della morte dal nome ovviamente macabro, di cattivo gusto, una volta entrati dentro basta spingere un bottone che aprirà una valvola capace di diffondere azoto, riducendo la presenza di ossigeno da 21 a 1 per cento in mezzo minuto. Persa la conoscenza si morirà per mancanza di anidride carbonica e ossigeno ma senza avvertire un senso di soffocamento, senza essere assaliti da attacchi di panico. È garantito. Comunque il ragazzo che aveva ordinato il kit della morte per posta era un tossicodipendente al quale avevano diagnosticato un cancro, ma alla fine non ce l’ha fatta a iniettarsi il Pentobarbital, è morto da solo nella sua stanza, spegnendosi devastato dalle metastasi, alleviato dalle cure palliative.

Quando l’infermiera si allontana entro nella sala d’aspetto che sta all’ingresso, sulla sinistra. Di fronte a me c’è la portafinestra che dà sul balconcino, la siepe dell’hospice, l’osservatorio sulle colline dove rifugiarsi e riposare lo sguardo, fumare in santa pace una sigaretta, respirare a pieni polmoni. È come un asilo. Oltre i tetti delle case, il paesaggio morbido e ondulato di poggi si distende fino all’orizzonte. Qui trovano riparo medici e infermieri stanchi e pensosi, anche parenti addolorati che riscoprono la luce del giorno, quella dei tramonti, le prime e incerte luci dell’alba. C’è un mobiletto con dei libri, romanzi per lo più, alle pareti quadri colorati di paesaggi, e un grande tomo dalle pagine di carta pregiata dove chi passa può lasciare un pensiero. Qui sono venuto molte volte anch’io dopo diversi passeggiamenti e parlamenti, dopo aver ascoltato lievi voci lamentose, leggeri fiati dolorosi che arrivavano attutiti dalle stanze.
Nadia, l’infermiera magra dai capelli castani, il viso ovale e gli occhi svegli, parla con scioltezza di lingua mentre sta seduta sulla scrivania della guardiola. «Lavorando in questo posto rivaluti le cose, sono diventata più pazza» dice del suo ritrovato vitalismo. Racconta di un ragazzo «un ragazzo giovane, camera tre». Stava morendo e parlava di cucina, le aveva regalato dei libri di ricette. «Una volta sono entrata e parlando mi ha detto che gli piaceva il sushi» racconta. «Domani faccio pomeriggio, lo cucino e lo mangiamo insieme.» Così è stato. «Poi non ha mangiato più, due giorni dopo, quando sono tornata, non l’ho più trovato, è stato il suo ultimo pasto» afferma di quell’ultimo soffio di vita.