di Alessandro De Cesaris

 

Siamo nel 2011. L’etichetta indipendente Beer on the Rug pubblica un album di Ramona Andra Xavier, compositrice statunitense che apparirà sulla scena musicale con innumerevoli pseudonimi. Stavolta il nome sulla pubblicazione è Macintosh Plus, e l’album, Floral Shoppe, diventerà uno dei più rappresentativi del genere Vaporwave, che farà discutere appassionati e studiosi e diventerà uno dei casi più interessanti per studi culturali degli anni ‘10. La copertina dell’album è un collage volutamente amatoriale di elementi eterogenei: scritte in giapponese, una statua antica, elementi grafici che sembrano rimandare agli anni ‘80 – o meglio, all’immaginario del virtuale attivo negli anni ‘80 – e poi un’immagine di New York in cui è ancora possibile vedere le Torri Gemelle. Un pastiche d’incredibile impatto, in cui spazio e tempo sembrano essere stati spaccati sul pavimento e poi ricomposti malamente, in ordine sparso. La stessa impressione si ha ascoltando la musica: i titoli dei pezzi sono scritti in giapponese, e i quasi quarantotto minuti di riproduzione proiettano l’ascoltatore in un mosaico di campionature, brani già celebri ma rallentati fino all’esasperazione, in una produzione al tempo stesso ovattata e rumorosa. Su Youtube, un utente commenta così: «Funny how this now makes me nostalgic for 2011 instead of the 80s».

 

Cinque anni dopo, Grafton Tanner dedica alla Vaporwave il suo primo libro, Bubbling Corpse: Vaporwave and the Commodification of Ghosts, pubblicato per la celebre casa editrice di teoria critica Zer0 Books. Il libro analizza il groviglio di ironia e nostalgia al centro di questo curioso genere musicale e lo usa come punto di partenza per una riflessione sul rapporto tra mercato, politica e cultura in un’epoca in cui i media elettronici hanno profondamente trasformato il nostro rapporto con il passato.

È l’inizio di una linea di ricerca che ha al centro il rapporto tra tecnologia e tempo, e che si muove al confine tra sociologia, teoria dei media e studi culturali. Il lavoro di Tanner si presenta come uno studio sulle narrazioni dominanti nella nostra epoca, sul loro conflitto e sulle loro modalità di produzione. Appartiene a pieno titolo a quello che potremmo definire un fictional turn, un trend culturale anticipato da studiosi come Cornelius Castoriadis, Erving Goffmann e più recentemente Benedict Anderson e Charles Taylor, e poi esploso negli ultimi decenni, che consiste nel porre l’accento sulla sfera degli immaginari: comprendere una cultura significa comprenderne (ma anche decostruirne) simboli e narrazioni, sogni e paure.

 

Nostalgoritmo. La politica della nostalgia (Tlon) è la traduzione italiana di un libro pubblicato da Tanner nel 2021 e dedicato a quella che potremmo chiamare politica, economia e cultura degli affetti: esiste una politica – una cultura, un’economia – della nostalgia, così come esiste una politica della sofferenza, della rabbia, dell’attenzione, del desiderio. È per questo, secondo Tanner, che la nostalgia diviene un tema polarizzante: demonizzata da alcuni come sentimento conservatore per eccellenza (in Italia il termine “nostalgico” è quasi automaticamente legato a un periodo storico ben preciso), celebrata da altri come strumento di resistenza alle politiche neoliberiste, «la nostalgia è paradossale e lo è sempre stata».

Parlare di nostalgia, d’altronde, significa parlare del nostro rapporto con il tempo: rispetto alle narrazioni che pensano la nostra epoca come ubriaca di futuro, lo studio di Tanner – ispirato esplicitamente alle riflessioni di Mark Fisher – utilizza la nostalgia come caso di studio per diagnosticare un vero e proprio cortocircuito temporale, un malessere cronico e cronologico in cui passato, presente e avvenire si accavallano in una confusione indistricabile. Proprio come nella Vaporwave.

 

1. Un immaginario moderno

 

La nostalgia è un sentimento tipicamente moderno. Non solo la parola: certo, il termine è stato coniato a fine Seicento da un medico svizzero, Johannes Hofer, per designare un male che colpiva i soldati svizzeri in servizio lontano da casa. Come scrive Antonio Prete: «Nostalgia è una parola moderna: antico come il corpo dell’uomo, come il suo linguaggio, è il campo dei sentimenti che essa designa» (A. Prete, L’assedio della lontananza, in Nostalgia. Storia di un sentimento, a cura di A. Prete, Raffaello Cortina, Milano 2018, p. 3).

Come anche Tanner sottolinea più volte, la cosa non nasce con la parola. D’altra parte, non è forse Ulisse l’eroe nostalgico per eccellenza? È anzi proprio dal suo nostos, dal suo viaggio di ritorno che Hofer trae ispirazione per nominare un sentimento ben conosciuto (in Tedesco, ad esempio, come Heimweh) e dargli un profilo clinico.

 

Resta comunque difficile non percepire un legame privilegiato tra nostalgia e modernità. Una prima ragione riguarda i cambiamenti nell’esperienza dello spazio: l’essere umano si è sempre spostato, ma a partire dal XV secolo il viaggio diviene vera e propria cifra simbolica di un’intera epoca. L’esperienza di Ulisse non è più l’eccezione avventurosa, ma la forma esistenziale di centinaia di migliaia, milioni di individui catapultati lontano da casa (viaggiatori, diplomatici e mercanti, ma soprattutto schiavi e prigionieri).

 La seconda ragione riguarda un punto centrale, che Tanner individua con molta chiarezza: la nostalgia smette progressivamente di riguardare lo spazio, e diventa un sentimento legato al tempo. Anche questa non sembra una novità: pochi secoli dopo il viaggio dell’Odissea, il pensiero platonico definisce i tratti fondamentali di ogni pathos dell’origine, trasformando il desiderio di ritorno in una forza attiva a livello cosmico. Eppure la modernità definisce sé stessa proprio a partire da una frattura temporale: la Querelle des ancients et des modernes è la consacrazione di un immaginario temporale che separa il prima dal poi, proietta la coscienza verso il futuro e trasforma il passato, a seconda dei casi, in uno spettro da fuggire o un modello da imitare. Basta pensare al capolavoro di Jacques Taminiaux, che descrive la cultura tedesca del XVIII secolo a partire proprio dalla nostalgia per il mondo greco (J. Taminaux, La Nostalgie de la Grèce à l’aube de l‘idéalisme allemand, 1967).

 

La nostalgia nomina una malattia più profonda di quella studiata da Hofer, qualcosa di più vicino a un difetto antropologico: dai tempi di Platone l’essere umano viene pensato come l’essere “naturalmente” senza casa, come colui che deve costruire il proprio ambiente. Siamo esseri nostalgici perché siamo esseri manchevoli: la nostra natura eccentrica, fuori posto, ci impedisce di trovare quiete in un luogo naturale, e ci proietta fin da sempre nell’altrove. È la nostra benedizione o la nostra maledizione: siamo malati di tempo perché non abbiamo una posizione ben definita nello spazio.

anner pone l’accento sull’uso politico di questo scarto tra passato e presente. Attraverso un’analisi della politica americana degli ultimi decenni, Nostalgoritmo mostra come il mantenimento di questa tensione sia un punto centrale nell’agenda del governo: il mito del ritorno mette in moto narrazioni identitarie, ma permette anche di evocare – attraverso il fantasma di un’epoca d’oro perduta – un presente intriso di pericolo, in cui ogni azione è giustificata.

 

Con l’ipermodernità, segnata dai media digitali e dalle guerre globali, il dispositivo della nostalgia sembra esplodere sulla base di una temporalità frammentata, in cui la distinzione netta tra passato, presente e futuro non sembra più possibile. È un curioso paradosso: nell’epoca più antropizzata, in cui dovremmo sentirci a casa ovunque grazie alle nostre tecnologie, finiamo per non sentirci più a casa in nessun luogo. Forse – questa la risposta di Tanner – è perché la nozione stessa di luogo a essere minacciata: prendendo in prestito un’espressione fortunata di Marc Augé, il mondo contemporaneo sembra trasformarsi in un immenso non-luogo, uno spazio anonimo in cui è impossibile mettere radici.

In un mondo senza futuro, seguendo Mark Fisher, anche il passato perde la sua forma. In questo modo, però, diviene ancora più evidente il destino tragico che accompagna la nostalgia in ogni epoca. Lo scrive molto bene Céline Flécheux in uno splendido libro dedicato al tema del ritorno: non si ritorna mai nello stesso luogo, ogni ritorno è per definizione impossibile (C. Flécheux, Revenir. L’épreuve du retour, Le Pommier, Paris 2023). Con le parole di Pessoa: «Un’altra volta ti rivedo, / ma ahimé, non mi rivedo».

 

2. Cronomedialità. I media come macchine del tempo

 

Nella modernità abbiamo sperimentato quella che Vladimir Jankélevitch ha chiamato «miseria dell’irreversibile». Oggi sperimentiamo una nuova sconfitta, data non più dall’irreversibilità del tempo, ma dalla sua implosione. Tanner riporta il confronto a distanza tra Hartmut Rosa, teorico dell’accelerazione, e il filosofo coreano Byung-Chul Han: l’idea di accelerazione comporta l’idea di una velocità in una direzione determinata. Ma noi non stiamo andando da nessuna parte.

Il punto di partenza del libro è lo shock dell’11 settembre: da allora, secondo Tanner, non siamo riusciti a raccogliere il passato recente – gli ultimi due decenni – in una narrazione coerente e unitaria. Come possiamo essere nostalgici, se la freccia del tempo si è spezzata? Per avere una risposta, dobbiamo liberarci innanzitutto di una concezione naturalista del tempo: come se passato e futuro fossero semplicemente dimensioni fisiche, oggettive, con le quali possiamo avere un rapporto immediato. L’impossibilità di ricostruire il passato in una narrazione unitaria non significa che il passato non ci sia. Tutt’altro: nessun’epoca ha potuto contare su un potere così grande di trattenere il passato, registrarlo, elaborarlo, mantenerlo vivo e attivo nel presente.

 

Dopo la prima parte, dedicata a una sorta di storia culturale della nostalgia e alla presentazione del dibattito contemporaneo su questo sentimento, la seconda e la terza parte del libro sono consacrate proprio ad analizzare la temporalità paradossale a cavallo tra modernità e ipermodernità. La nostalgia diventa così uno strumento concettuale per mostrare i presupposti tecnologici della nostra esperienza del tempo. Questa è la forza della proposta di Nostalgoritmo: pensare criticamente la nostalgia significa non solo riflettere sul nostro rapporto con il passato, ma innanzitutto sul modo in cui ci rapportiamo all’avvenire.

 

Il titolo della seconda sezione è “Il presente nel passato”. Tanner analizza le strategie con cui il passato viene costruito, ricordandoci la relazione fondamentale tra media e memoria. I media determinano quanto ricordiamo, come lo ricordiamo, cosa può e cosa non può essere salvato. Non solo: la tecnologia interviene sui nostri ricordi, ci permette di alterarli, addirittura di crearli. Tuttavia, Tanner ci ricorda che “la tecnologia” non esiste al di fuori di una rete piuttosto fitta di interessi economici e scontri politici: esiste una politica della nostalgia proprio perché il potere dei media non è un destino cieco, ma una forza orientata e orientabile, i cui processi possono essere sempre ricostruiti.

 

Esiste una politica della nostalgia perché il modo in cui ricordiamo – e possiamo ricordare – il passato è regolamentato da leggi, decreti, scelte di bilancio. E poi esiste quella che l’autore chiama “Industria della nostalgia”, il sistema economico, politico e mediatico che fa del passato uno strumento per vendere, ma anche per veicolare valori morali, sogni, paure. Lo straordinario potere della nostalgia rivela così le sue condizioni tecnologiche di possibilità: nel momento in cui il passato viene registrato, la realtà diviene immagine, viene trasformata in frammenti isolati e cristallizzati, vendibili separatamente. Trasformato in simulacro, il passato diventa non solo manipolabile, ma anche levigabile al punto da servire come oggetto di una narrazione rassicurante: il mito dei bei tempi andati e della semplicità perduta, tanto odiato da Michel Serres, il desiderio di ritirarsi dal mondo. E quindi ancora un paradosso: la disconnessione come privilegio.

 

3. Predizione e produzione

 

Sono su Netflix e cerco qualcosa da vedere nella categoria “nostalgico”. Vengo catapultato in una galleria di ritratti vagamente distribuiti lungo i decenni: ogni prodotto sembra voler intercettare una precisa tonalità emotiva, dare forma a un ricordo collettivo che non appartiene a nessuno ma che tutti credono di poter identificare come proprio. Mentre osservo le proposte della piattaforma, mi viene in mente che “nostalgico” fa riferimento alla nostalgia come stile, non come tema: i film nostalgici suggeriti dall’algoritmo non sono film sulla nostalgia, ma film che intendono provocarla.

 

La differenza non è poca: Tanner evoca la distinzione tra una nostalgia semplice, restaurativa, e una nostalgia riflessiva, più ironica e meno ancorata al passato. Tuttavia, forse l’aspetto non sufficientemente trattato nel libro è proprio la differenza tra la nostalgia come oggetto del discorso e la nostalgia come strategia discorsiva: in fondo, l’esistenza di una nostalgia riflessiva, ironica, presuppone proprio che il sentimento nostalgico smetta di passare sottotraccia, che esso venga tematizzato, discusso. La nostalgia prodotta dall’industria dello spettacolo, o dalla politica, ha invece il sapore dell’immediatezza: sembra emanare naturalmente dall’aura degli oggetti di una volta, perché il procedimento con cui l’effetto è stato costruito viene nascosto. Ovviamente, non è possibile tracciare una linea netta tra la nostalgia come contenuto e la nostalgia come effetto, così come diviene sempre più difficile separare il mondo dell’arte dal mondo dell’intrattenimento. Tuttavia, non sembra assurdo affermare che l’arte è il luogo in cui la nostalgia è messa a tema ed elaborata, e l’intrattenimento è lo spazio in cui vengono proposti contenuti mirati a ottenere un certo effetto nostalgico. Un film di Sorrentino è anche un film sulla nostalgia; uno sceneggiato ambientato negli anni ‘50 vuole solo immergere chi guarda nel passato, evita volutamente qualsiasi riflessione critica.

 

E il passato, secondo Tanner, rischia di essere tutto ciò che ci rimane. Nel capitolo del libro che dà il titolo alla traduzione italiana, l’autore riflette sulla specifica modalità di produzione di “futuro” delle tecnologie algoritmiche, che si limitano a suggerire la creazione di contenuti appiattiti sui gusti del pubblico, ovvero – per definizione – su ciò che il pubblico ha già visto. E il bisogno di già visto è una componente centrale del nostro modo di vivere: in una società caratterizzata dal flusso costante di informazioni, dalla disponibilità quasi illimitata di contenuti, la sovrastimolazione può risultare schiacciante. Per questo si finisce per aprire una piattaforma di streaming e scegliere qualcosa che si è già visto infinite volte: la familiarità del contenuto dà un’illusione di controllo, ma al tempo stesso riduce al minimo lo sforzo cognitivo richiesto per la fruizione.

 

Siamo all’ultimo paradosso: il nostro tempo ci mette a disposizione tutte le novità che vogliamo, ma siamo noi che non abbiamo più la forza, lo spazio mentale per metabolizzare nuovi contenuti. Con l’analisi di Tanner, la diagnosi di Fisher assume una nuova piega: la fine del futuro non è solo là fuori, nella mancanza di alternative, di nuove idee, di possibilità di cambiamento. La nostalgia è la chiave per comprendere che la fine del futuro è innanzitutto una malattia dell’immaginazione, il desiderio di ciò che è già stato.

Come ogni pharmakon, tuttavia, la nostalgia secondo Tanner è veleno ma anche cura: essere nostalgici può voler dire rifiutare questo futuro che riproduce i simulacri del passato, e cercare nel passato stesso vie inesplorate da percorrere, narrazioni alternative, virtualità ancora inespresse.

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