di Stefano Raimondi
L’odore del fieno appena tagliato l’ho sentito per la prima volta veramente da dietro la macchina fotografica.
Mario Giacomelli

Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963) © Archivio Mario Giacomelli
Il 2025 è il centenario della nascita di Mario Giacomelli (Senigallia 1 agosto 1925 – Senigallia 25 novembre 2000) e anche Milano, partecipa alle celebrazioni del grande fotografo, pittore, tipografo che con le sue trascrizioni, ha saputo dare corpo alla poeticità delle immagini, alla visionarietà dei vuoti. La mostra offre circa 300 fotografie e numerosi inediti oltre a specifici pannelli, dove poter leggere, direttamente dalla sua grafia, pagine estrapolate dai suo numerosi taccuini di lavoro. Pensieri, riflessioni che indirizzano il fruitore dentro una fucina che, con cura, veniva allestita e preparata per ogni scatto, per ogni progetto, per ogni percorso. Tutto era riflessione, pensamento e gioia. Tutto diventava, nei suoi taccuini/magazzini, una possibilità d’Essere, in primis, tra le parole e poi tra le immagini catturate nelle occasioni della vita. Un processo creativo che Mario Giacomelli sviluppa col tempo sia dell’ascolto, che dell’attenzione. Vedere e scrivere, ascoltare e scattare sono i gesti che l’accompagneranno in questa sua traduzione dell’esperienza. Qui la poesia non è solo un modo di leggere il mondo, ma un’autentica maniera d’imparare dalle parole stesse: quelle incontrate direttamente dai poeti amati e frequentati dall’artista marchigiano. Voci che l’hanno accompagnato nella perlustrazione emotiva e figurale del reale, dandogli un’occasione per abitarlo differentemente: E.L. Master, V. Cardarelli, S. Corazzini, G. Leopardi, E. Montale, D. M Turoldo, L. Adams, F. Permunian, F. Costabile).
La sua storia inizia nel 1952 quando, con i raccimolati risparmi, acquista la sua prima macchina fotografica (Bencini Comet S) e corre verso la spiaggia della sua città – Senigallia – e scatta la sua prima foto: una scarpa/ciabatta rapita dalla risacca. L’acqua, il mare, la sabbia, il mondo e il suo sentirlo fluire dagli occhi all’anima e il rigoroso bianco e nero.

Mario Giacomelli, L’approdo, 1952 © Archivio Mario Giacomelli
Ecco cosa s’impresse in Mario Giacomelli sin dal primo scatto: un percepire! E da lì in poi la sua attenzione non fece altro che allenarsi in un rigoroso e magico apprendistato. La sua parola era un’insistenza in bianco e nero; la sua immagine un verbo inciso nella luce all’infinito.
Apro il mio taccuino e entro:
Immergersi nella prima sala è incontrare prove, supposizioni, incanti.
Entrare nella prima sala è trovarsi già di fronte ad una poetica che diverrà, nel corso degli anni, una vera e propria “poietica” per immagini ed emozioni.
Ma anche le tracce, gli sfocamenti, le sfumature qui sanno come intrappolare il fruitore dentro un silenzio che ancora non gli appartiene, abitandolo per sbalordimento, conducendolo in luoghi sconosciuti per abbandoni e stupori.
Mario Giacomelli raccoglieva nel corso del tempo – in scatole di cartone che avevano funzioni di magazzini, indizi, schizzi, smemoramenti raccontati su foglietti qualunque – le matrici di quelle che sarebbero poi diventate, le immagini in bianco e nero che già sapevano come scontornare la realtà, giocando con le imposture delle ombre, con gli ammiccamenti dell’abbagliante bianco in perenne lotta con i suoi neri.
Ogni forma qui viene catturata da un alternarsi, equilibratissimo, di luce e oscurità, trasformandosi in autentici e surreali paesaggi, dove poter eliminare la distanza rassicurante del panorama, dove balzare nella dinamicità di un dettaglio, dove riappropriarsi di un inizio:
Attraverso le foto di terra io tento di uccidere la natura, cerco di toglierle quella vita, che le è stata data non so da chi ed è stata distrutta dal passaggio dell’uomo, per ridarle una vita nuova, per ricrearla secondo i miei criteri e la mia visione del mondo. Ho svuotato questi paesaggi della loro realtà per ricomporli e ristrutturarli inserendovi qualcosa di mio. [Appunti conservati negli Archivi Mario Giacomelli]:
Tutto ciò è reso possibile dalla sua maestria e dalla sua capacità di condividere sempre con lo spettatore, un’immagine che risulterà essere, continuamente, una vera e propria metafora del mondo.
Una metafora viva, estrema che parte da una totalità selezionata e via via eliminata. Ciò che resta è la traccia incontrovertibile di un immaginario messo alla prova dalla pre-potenza del reale. Giacomelli da lì sa come evocare mondi possibili, come improbabili, invocandoli con ciò che ha, con ciò che gli rimane di autenticamente irraggiungibile e attaccato negli occhi.
Grafemi che dicono una sembianza di alfabeto, tronchi che si sincerano di assomigliare a una crocefissione, arature che sbilanciano lo spazio percettivo di un corpo.
I corpi qui sono fantasmatici e quasi sempre scuri/oscurati da un riverbero più interiore che esteriore, posti ad una precisa distanza che sa come gestare esistenze in procinto di scomparire.
Nel progetto “Per poesie” Giacomelli costruisce negli anni, un contenitore progettuale dove far rifluire un immaginario geografico/letterario in grado di testimoniare passaggi/paesaggi di vita che, con l’arte della fotografia si trasmettono sotto forma di reperti, capaci di stratificarsi in una sorta di antropologica ricerca dell’esistenza e di una vita messa sotto la costante prova dell’attenzione.
Nella sezione “Favole verso possibili significati interni (1938-1984)” [Stampa vintage nella Gelatina ai sali d’argento] Giacomelli coglie la grazia della scrittura per attorcigliamento, che esemplifica il faticoso tentativo di fornire un significato raccolto da un sentire trasformativo e poi fatto riemergere come la restituzione in immagine di significanti.
Dunque grafie incise di materiali grezzi, di tondini metallici, di lamiere contorte e residuali si installano in pesantezze caotiche di cementi armati, qui disarmati proprio dal loro stesso deperimento.
Ma in tutto ciò Giacomelli vede qualcos’altro, nota qualcosa d’altro che le sostiene. È sempre un paesaggio. Indovina una mappatura di sobborghi sgranati dal loro tempo stagliarsi alle loro spalle, quasi a trattenerli dal progressivo disfacimento che li ha invasi.
Cosa domandarsi ancora di fronte a questi versi scattati con rigore e desiderio? Basta solo vederli per renderli reali?
Rispondere significa essere netti, significa avere contorni, confini; mentre qui siamo nel contrario delle cose che sembrano; siamo nell’opposto di una realtà materica che si fa evidente.
Nelle immagini di Giacomelli è come stare in un ambiente sfumato in ogni particolare, sgranato in ogni punto: onirico.
Non ci sono appigli né di forme né di colori, ma solo tentativi di tonalità che si determinano per la loro più o meno elaborata intensità.
Il reale è un accenno e mai una certezza e neppure un punto di partenza.
Tutto si sovrappone come in un sogno: i corpi sospesi tra le catenelle di una giostra, le siluette delle case diroccate che mangiano il corpo bianco del viandante dal naso aguzzo come un burattino.
L’assieparsi di una folla sfuocata sull’altra che si sovra impressiona per dialetticità e dialoghi interrotti.
Sono tutti piccoli frammenti di bianchi e di neri che Mario Giacomelli organizza, seleziona e glorifica con le sue poetiche immobilizzazioni/inquadrature/scorciamenti. E non c’è più tempo per le temporalità che, guidano/imparano dalle sue restituzioni fantasmatiche.
La fotografia è solo un pretesto, l’immagine una strategia.
Giacomelli è un artista capace di costruire con le sue foto-grafie una partitura poietica da eseguire per empatia, dove l’Esserci determina il ritmo dello sguardo e il desiderio dell’armonia.
Nell’altra sala trovo il progetto “L’infinito 1986-1988”. Questi sono lavori ispirati ai versi della poesia di Giacomo Leopardi, dove Giacomelli entra tra le pieghe di un testo che tenta l’immersione in un infinito che gli appartiene e gli sfugge contemporaneamente, partendo proprio dal suo opposto: il suo immediato dintorno. E allora sono le sequenze dettaglianti di uno sguardo che si fa immersivo a dare l’ampiezza al “vicino/prossimo”, a quell’“accanto” che tutti distrattamente trascuriamo se pensiamo all’infinito. Ma per Mario Giacomelli l’infinito parte proprio da un “qui” che è gli è immediatamente accostato, che gli è decisamente vicino e mai, mai troppo lontano. E allora griglie cementificate ritagliano spazi geometrici dove perdersi; campi arati diventano, spaesatamente, spazi insondabili di luoghi lunari, oltremondani dalle grafiche segnaletiche che ci istruiscono a proposito della lontananza e della vicinanza contemporaneamente.
Oppure ci troviamo di fronte ad attraversamenti urbani che ci precipitano, frettolosamente, in un “altrove”, coadiuvato da frecce indicative e sicure che portano in un aperto destabilizzante e inquieto. E ancora, proseguendo nella visione, ci possiamo trovare di fronte a delle vedute dall’alto tra colline smangiate dal bianco che sembrano reggere infiniti crateri, macchie nere che sembrano contenere infinite morti, sparizioni. Qui troviamo anche immagini dove arature, solchi e geometrie fetali, diventano ossessioni di un reale che, Mario Giacomelli, affronta con continuità di profondità, fino a trasformarli in una sua coerente cifra artistica: elaborazioni fotografiche che lasciano trapelare “scoli” di un reale materico e concreto. Liquefazioni della luce che vengono trasformate, prepotentemente, da ombre fluttuanti, evaporate che si sostanziano come macchie più che immagini. È tramite la fiducia in questa dualità, che Giacomelli sa come estrapolare il suo mondo, riconsegnando non più solo evidenze, ma supposizioni d’Essere.
Nel progetto intitolato “Bando 1997-1999” Giacomelli lavora ispirandosi a una poesia gli Sergio Corazzini dove, sembra imbastire con le parole del poeta, un autentico dialogo, impostato su ciò che sfugge, su ciò che viene introiettato in una aurea di possibilità da capire/comprendere.
Per suo volere questo progetto era stato pensato anche nell’installazione, posizionando quattro foto in modo tale che una croce si formasse tra loro. Qui abbiamo immagini di residui, di forme ritagliate, di brandelli: schegge, cocci, strappi, scrostamenti, scritte cancellate, corpi d’esseri volatili, persone immerse in una solitudine impossibile da riconoscere. Sono tutti questi una sorta di elementi etnografici che Giacomelli recupera, per confermare l’invito del poeta, che nel suo testo scrive “avanti!”, proprio là dove il reale, viene offerto a tutti come una merce di scambio come un prodotto commerciale. Infatti i versi di Sergio Corazzini dicono:
“Signori!” Ha principio la vendita delle mie idee.
Avanti ! Chi le vuole? “
Dunque idee, energie nuove, transizioni, potenzialità celate dalle apparizioni diventano qui le matrici di uno sguardo e come egli stesso scrive nei suoi taccuini [Appunti manoscritti anni 90 conservati negli Archivi Mario Giacomelli]:
“Bloccare ciò che transita nella mia mente, avere forme diverse, una verità nuova, uno spostamento verso le energie fantastiche che hanno il vero senso della vita, della mia vita. Non voglio riprendere le cose in immagini ma la potenzialità”.
Nel progetto “Scanno 1950-1959” Giacomelli si trova nel paesino abruzzese – in provincia dell’Aquila – dove i maggiori fotografi dell’epoca (Henri Cartier-Bresson, Hilde Lotz-Bauer, Renzo Tortelli, Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Fulvio Reuter), hanno saputo posare anch’essi lo sguardo, trovando in quel luogo una memoria ancestrale alla quale legarsi per incominciare a capire il reale. Un mondo che viene restituito da Giacomelli trasformato, sfuocato dove riattingere, mediante dei fermi immagine, le emozioni ancestrali e residuali di un mondo “ancora intatto” in via d’estinzione:
Scanno è un paese da favola di gente semplice, dove è bello il contrasto tra mucche, galline e persone; tra strade bianche e figure nere, tra bianche mura e neri mantelli.
Ho cercato di fermare alcune di quelle immagini per dare anche agli altri l’emozione che ho provato di fronte ad un mondo ancora intatto e spontaneo.
Ho fatto tutte queste foto con una velocità bassa, perché le immagini venissero un po’ mosse, per rendere magico questo mondo. Ho sbiancato i fondi annerendo le figure, ed ho creato spazi vuoti utilizzando i grigi per mantenere l’equilibrio dell’immagine.
[Appunti conservati negli Archivi Mario Giacomelli].
Donne vestite di nero, volti stravolti dalla terra, uomini imperturbabili, immersi in un loro privato destino maschile. E poi, il famoso bambino di Scanno [Opera Esposta al Moma di New York], che resta l’emblema di tutte quelle solitudini forse rubate dalle lontananze degli sguardi. Le figure immerse e sommerse dalle piazze e dalle vie disegnano un progetto dove, la complementarità del bianco e del nero risulta come un contrasto che abbaglia, come un simbolo che narra una mistificazione imperturbabile e irraggiungibile.
Un lampo, uno scatto che preclude tutto il resto come un’improvvisazione o uno spavento.
Nella sala seguente m’imbatto nel progetto “Io non ho mani che mi accarezzino il volto 1961-1963”. Qui s’incontra la famosa serie dei “Pretini” che lo resero celebre e riconoscibile in tutto il mondo. Qui Giacomelli è come se leggesse quelle figure, tutte nere dei seminaristi, come una parentesi umana; è come se quelle esistenze, scontornate dal contesto e dal loro ruolo, risultassero divertenti e divertite per un’occasione speciale, spensierata, quasi priva di Dio: quello giudicante, quello punente. Qui tutti vengono colti su uno sfondo bianco abbacinante/abbagliante (la neve, la purezza, ma anche il freddo, il gelo). Tutti sembrano imbevuti di un vuoto che, singolarmente li enfatizza e, sempre singolarmente, li circonda, evidenziandoli uno ad uno, come persone forse irriconoscibili uno all’altra, ma in quell’occasione restituite alla loro giovinezza, immerse in una contaminante e fugace felicità. Qui ognuno di loro è come se rappresentasse un atteggiamento; qui ognuno è come se mostrasse una caricatura di sé e del proprio desiderio; qui ciascuno diventa una richiesta, una domanda d’amore. Le vite che ogni corpo inverano in questa storia, rappresentano/raffigurano straripamenti emotivi, trapelati, per un attimo, a qualcuno vicino, forse ormai troppo prossimo per non renderlo partecipe e complice della propria scalmanata vitalità. Le immagini infatti vorticano per un attimo d’irrealtà e per un minimale, ma nello stesso tempo esplosivo intermezzo temporale dove, un dimenticato piacere condiviso – da questi corpi condannati alle solitudini – sembra detonare scompostamente. I bianchi sono uniformi, compatti, insondabili. I neri sono dinamici, scalmanati, azzardanti. Qui la vita espressa da ognuno è quella “che non conosce amori”, che come dice la poesia stessa di David Maria Turoldo.
Nella fase finale del suo lavorio il corpo di Mario Giacomelli diventa anch’esso parte delle sue immagini, quasi a voler testimoniare sempre la sua idea iniziale, che la macchina fotografica non è altro che un prolungamento del suo braccio e parte del suo modo di elaborare un’idea, di realizzare un incontro.
È un Giacomelli performer quello che prende su di sé gli sguardi rivolti a un reale che, questa volta, non solo viene guardato, ma guarda. Il reale statico, didascalico, cronachistico viene qui decostruito in una furibonda serie di fotografie, dove le persone, i paesaggi sono cronaca di sé stessi e dove la veridicità delle loro posture sono i ritratti sinceri di un essere al mondo.
Anche nel progetto “Il canto dei nuovi emigranti (1984-1985)”, ispirato al testo di Franco Costabile dice di chi ha dovuto lasciare, rabbiosamente, la propria terra (la Calabria) e farsi carico di una dolorosa invisibilità da pagare quotidianamente e che lascerà sul territorio segni evidenti dell’abbandono rosicchiato dai vuoti, dalle assenze. Case smangiate come ferri dalla ruggine e luoghi irriconoscibili da tutti al quale forse ritornare da sconosciuti.
Ogni fatto è un’occasione per riflettere e rivolgersi interrogazioni. Anche la scomparsa dell’anziana madre lo porterà a farsi carico di un progetto guidato sempre da due testi poetici: Ninna Nanna di Léonie Adams e Felicità raggiunta, si cammina di Eugenio Montale.
Il dissolversi, il consumarsi, il deperimento sono le tracce che nei volti e nei corpi compaiono nelle foto scattate tra il 1966 e il 1987 negli ospizi [es. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1964-1968”] e tra i frammenti mnemonici che Giacomelli ha selezionato per raccontare le fragilità. Scarne le immagini, flebili le presenzialità emotive degli sguardi nei volti rubati all’esistere. Qui Giacomelli sembra trasfigurare la fine concessa ad ognuno, concedendogli la poeticità che lo potrà, forse, far sopravvivere in qualche memoria o frammento d’oblio sfuggiti al tempo. Volti scarnificati dalla vita e scheletriti dalla corruzione, fanno da testimonianza a uno sguardo che non vuole arrendersi alla disumanizzazione del bene e degli affetti. Scorci di vita, facciate di casamenti fatiscenti, feste disanimante da una stanchezza che sembra atavica, fanno da segnavia a un rincorrere la vita ansimando, certi di una grazia donata solo a chi sa come attenderla alla fine di qualcosa che continuerà a farci paura.
Sono dunque i frammenti di consapevolezze raccolte ovunque, ma anche i residui di luci scartate dal nero e il guerreggiare delle ombrature a dettare le strutture portanti di questo artista coraggioso e discreto. Dettagli di un pensare e di un pensarsi sempre come un individuo/persona capace di dar spazio e visione ad un modo di mondi ospitali e sinceri e forse più-che-sinceri.
È la voce sicura e pacata a uscire da una stanza: l’ultima del percorso espositivo. Un’installazione immersiva che decreta la sua presenza e la sua scomparsa. Frammenti di frasi, balbettii di pensieri invadono, come un fluire/scorrere sulle pareti e sul pavimento nero specchiante. Tutto rimanda al bianco, tutto rimanda al nero e le sue parole, tutte rimandano a chi ancora sembra spiarne i contorni tra gli alfabeti:
“Come sarebbe bello alla mattina alzarsi e vedere tutto in bianco e nero”
“Le case bianche, il cielo nero”
“Basta un po’ di luce perché il nero prenda vita”
“Io le cose le devo sentire”
“L’immagine riprende a vivere nel momento in cui l’interroghi”
” Il paesaggio lo guardo venire a me”
Milano, agosto 2025
Titolo: MARIO GIACOMELLI: IL FOTOGRAFO E IL POETA
Luogo: Milano – Palazzo Reale dal 22.05.2025 al 07.09.2025
Promotori: Archivio Mario Giacomelli
A cura di: Bartolomeo Pietromarchi e Katiuschia Biondi Giacomelli
Catalogo: Silvana Editoriale