di Massimo Palma
[Presentiamo un estratto dell’introduzione del libro di Massimo Palma, Max Weber. Una vita politica (1864-1920), uscito da poco per Carocci].
Non vi è questione più irresolubile, cent’anni dopo la morte, di chi fosse Max Weber. Hans-Peter Müller, in un’opera ricostruttiva recente, ha lanciato sul tavolo un’affermazione che può essere feconda: «Max Weber è stato un essere da cima a fondo politico». È un giudizio che ricalca quello pronunciato a caldo da Karl Jaspers: «Il suo pensiero era in realtà quello di un uomo politico in ogni fibra del suo essere, era il pensiero di una volontà politica che mirava all’efficacia nel momento storico presente». Già nel titolo del suo breve profilo di Weber, d’altronde, alla generica attitudine da ricercatore Jaspers affiancava altre due anime, quella filosofica e quella politica.
Ora, Weber non è mai stato un essere politico per aver ricoperto incarichi partitici o istituzionali. Quando ha provato a ottenerli, a ricoprire ruoli, ha perlopiù fallito. È restato ai margini, magari a osservare i successi della moglie. I suoi scritti politici, fatta salva Politica come professione, sono meno noti delle sue ricerche storiche, delle sue indagini sociologiche, benché abbiano fornito analisi e concetti che tuttora, magari alterati, persino adulterati, dominano il dibattito di non poche discipline. Scritti che, come spiegava Wolfgang J. Mommsen, sono sorti «quasi senza eccezione da contributi di tipo pubblicistico per quotidiani e settimanali, ma contemporaneamente recano l’impronta essenziale del suo pensiero sociologico e delle sue vastissime conoscenze storiche». In questi scritti, ma certo non solo in questi, Weber mostra di saper «illuminare le strutture della realtà sociale e gli elementi fondamentali della politica, concepita come una realtà propria e irriducibile, con un’intensità e una radicalità che ritroviamo, forse, soltanto in Machiavelli e in Hobbes».
Eppure questa capacità di illuminazione “elementare” potrebbe valere altrettanto bene a descrivere lo sguardo di Weber sui fenomeni giuridici, su quelli economici, per non parlare di quelli religiosi. In che cosa, dunque, il Weber politico vanterebbe un primato? Forse può aiutare la genealogia, la mappa dei luoghi di emergenza dei suoi concetti (più ancora delle sue “idee”) politici.
«Max Weber nacque per così dire nella politica», affermava ancora Mommsen nel suo discusso e tuttora insuperato libro – per ampiezza di intuizioni e radicalità polemica del taglio L’affermazione è vera nella sua letteralità: il padre, Max Weber senior, era ciò che il figlio avrebbe definito un Politiker von Beruf. Consigliere comunale a Berlino, poi membro del Reichstag, sempre dalla parte dei nazional-liberali, dove coordinava la macchina, organizzava il partito. Ma Weber junior nasce politico anche per carattere, per temperamento. C’è un che di agonale, persino di aggressivo, in Max Weber, per nulla smussato dalla posa accademica per cui in ogni dibattito, in ogni lettera, il collega, l’avversario, è sempre “stimatissimo”. È stato uno dei suoi ultimi biografi tedeschi, richiamando un noto giudizio sui tedeschi di Heinrich von Treitschke nella Deutsche Geschichte, a presentarlo come uno Schlagetot ovvero, più o meno, un “bullo”. Un unico filo conduttore lega l’assiduo delle pedane di scherma che era stato in gioventù all’acido redattore delle sterminate Anticritiche ai suoi recensori del saggio sull’Etica protestante. Un comune denominatore unisce le controversie coi colleghi agli interventi-fiume ai congressi, le richieste di chiarimento o scuse che sfociano in cause civili, persino in richieste di duello, alle rotture brusche con amici di lunga data. Un solo nucleo caratteriale sembra dettare legge in un animo posseduto dalla tempra del combattente.
E il combattimento, la lotta, è la cifra specifica del “politico” nella definizione che lui stesso ne fornisce e che più volte ripete. Lotta e cultura si coappartengono, si intrecciano nei modi più inaspettati. Non c’è cultura politica senza cultura del conflitto: quasi un truismo, per Weber.
Per tutta la sua esistenza Max Weber mette in campo opera e persona, scritti selvaggiamente redatti o dettati e discorsi pronunciati davanti a conventicole minute o a platee rumorose, per chiarire anche a sé stesso questioni che lo incalzano, lo incitano, a volte – sempre, si direbbe – lo inquietano. La comunità e il capitale, la legittimità e la borghesia, l’eros, la norma e il valore sono altrettanti temi che ne attraversano i trent’anni di furiosa produzione scientifica, di prese di posizione politiche, di angosce carsiche poi esplose in un percorso mai lineare e proteiforme.
Tra i tanti concetti che ricorrono, alcune categorie più puntuali dall’evidente accento politico sembrano dominare lo spettro del suo vasto trentennio di ricerca, proiettandosi e ripartendosi in nuove tassonomie sullo scenario della Weltgeschichte che va indagando. In particolare quattro lemmi vanno a definire diverse prospettive da cui Weber sviluppa le sue intuizioni, segue i suoi filoni.
La nazione, sentimento e orizzonte valoriale fermissimo eppure labile, sfuggente aggregato empirico, ne segna il lessico politico e pure lo studio – dalla Prolusione di Friburgo fino all’esplosione della Grande Guerra, che gli strappa espressioni di entusiasmo allora certamente comuni e straordinariamente miopi. Gli automatismi nel dire cos’è Germania – il “dovere tedesco” – si incrociano nei suoi scritti con l’investigazione spassionata dei meccanismi dell’obbedienza, le incrostazioni della sottomissione con l’analisi delle prospettive geopolitiche, le formule cieche sui tedeschi come “popolo di signori” con l’indagine lucida delle funzioni mitopoietiche dei valori nazionali. Ma “nazione” è anche lo spazio, e il margine di libertà e illibertà in cui si nasce, è patria, è eredità e patrimonio, è vincolo a un dominio esercitato dai padri.
Il lavoro è invece l’oggetto della prima inchiesta “sul campo” per un Weber appena abilitato nelle scienze giuridiche: l’inchiesta sulle condizioni dei lavoratori agricoli nei territori a est dell’Elba definisce una svolta anche disciplinare. Da allora, l’analisi delle modalità giuridiche, economiche, psicofisiche della prestazione d’opera, servile, coatta, libera, si intreccerà all’interesse per la professione come orizzonte giustificativo dell’agire religioso intramondano: Weber, proprio come membro consapevole della classe borghese e suo esponente scientifico, giunge a riflettere sulle strutture e le patologie dell’etica lavoristica. Indaga l’ascesi protestante proprio mentre definisce la forma metodologica dell’approccio dello scienziato sociale, scopre l’utilità del “tipo” mentre approccia il tema del disciplinamento nella zona grigia tra il lavoro schiavile e la soggezione al capitale, cercando nelle diverse ere le morfologie del capitalismo.
L’irrazionale è invece il margine inferiore della nuova disciplina che Weber intende fondare: teorico e cartografo delle tante forme di razionalizzazione, Weber individua il campo che si sottrae al controllo della ragione, ma ne è al contempo imbrigliato, affascinato e attratto – come lo attira il carisma, l’anarchia vitale ed erotica di suoi contemporanei. E la scoperta della “razza” come soggetto di massa, dotato di voce, lo spinge a mettere in questione i suoi stessi pregiudizi. Ma la forma stessa dell’adesione al valore cui Weber allude cercando riferimenti per la nuova oggettività scientifica favorisce l’hic Rhodus hic salta della condotta irrazionale, individuale o comunitaria, ogni volta che manchi il terreno per costruire la mediazione.
Infine il dominio, categoria centrale già nella determinazione della condizione dei lavoratori agricoli a fine Ottocento, e poi assunta consapevolmente e dilatata – dilatabile – nell’analisi sociologica delle credenze di legittimità, torna nell’ultimo decennio di vita e ricerca per dire il conflitto e il comando che ne nasce. Ma dominio è anche l’organizzazione del comando in partiti ed élites, la strutturazione per interessi e autorità, e la diversa risposta di chi obbedisce e le formazioni sociali che ne sorgono, le partizioni di classe che permangono e si impongono fin dentro all’esperimento costituzionale. […] Sulla sua strada Weber ha incontrato personaggi e studiosi che lo hanno avvicinato al nucleo di questioni che hanno attraversato e traumatizzato il Novecento, e ancora incidono sulla nostra contemporaneità. Weber assorbe, discute, riassembla gli elementi e gli influssi più disparati. Il nazionalismo e l’antisemitismo di Treitschke e Below, la visione statalista di Meyer, l’autocoscienza borghese di Warburg e quella a rovescio di Lukács, l’intersezione razziale e sociale di Du Bois, il femminismo posato di Marianne Schnitger si incrociano in lui – nell’opera e nella persona – con l’influenza della prima controcultura, così marcata nella vita, ma ravvisabile in filigrana negli studi e condotte di Emil Lask e Robert Michels, Else Richthofen e Carl Schmitt. […] Nel travaglio esistenziale e concettuale, i percorsi e trascorsi di Weber con le compagne e i compagni di viaggio assumono tutti un aspetto agonale: sono, a tutti gli effetti, vite politiche.