di Sandro Abruzzese

 

[Pubblichiamo un estratto dal volume di Sandro Abruzzese, Meridionali si diventa. Scritti 2015-2025, uscito per le edizioni Rogas nella collana Engageante curata da Antonio Tricomi]

 

In dialogo con Gesualdo Bufalino

 

Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, sinventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nellerba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi cinvitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? (da LE RAGIONI DELLO SCRIVERE) (intervista nata da un’idea di Mimma Rapicano)

 

Caro Bufalino, potrei rispondere come Lei fece con Sciascia, in una famosa intervista: scrivere per compiere “un’infrazione, attratti da una “pratica furtiva”, o come rispondeva a Onofri: per via della memoria come travisamento, come illusione che consente questa visionaria rilettura del mondo e della vita, o per trovare, magari in solidi ricordi, nello sguardo, qualcosa di giusto e vero, o ancora il suo rovescio, ovvero una menzogna se possibile più profonda e veritiera della verità stessa. E certo ogni narrare è tempo, da cui l’idea di finitudine.

 

Personalmente, ho sete di ragioni e cause di questo processo. Nutro l’esigenza di arrivare all’origine. La Sua lingua, per esempio, così ricca, mi ha sempre fatto pensare a una profonda solitudine. A uno scavo continuo interno, per via di un distacco, di una distanza col fuori. Questa distanza, reale o apparente che sia, io non l’avevo, anzi, come ragazzo di un sud appenninico, rurale, devo dire che dapprima ho creduto a tutto ciò che si vede, ho proprio aderito al mondo per come era, per come veniva detto, pronunciato e declinato; poi sono emigrato nel nord Italia industriale come supplente precario. Altrove, dunque, ho scoperto gli enormi sacrifici, la solitudine, insomma il vero volto dello squilibrio su cui è stato edificato questo paese, e quindi che la realtà è sempre più complessa delle idee su cui proviamo a fondarla. Non penso avrei scritto, senza questa epifania così cruda e abnorme, se non avessi vissuto l’antico sdoppiamento di tutti i luoghi e di tutti i meridioni del mondo, ritrovati nel Mezzogiorno padano, in questa America italiana che è il Nord del paese. Allora si è trattato di ricostruire una complessità di fondo, di cercare risposte e poi parole precise per l’ordine di un discorso che restituisse alcune direttrici o prospettive. Ma poi il discorso si è fatto vita e casa, ha assunto delle sue regole implicite. La parola stessa è diventata luogo. Così ho finito per abitare in questa distanza e somiglianza, in questo sedimento delle cose che è una lingua.

 


Scrittori della penisola, confrères, e se provassimo per un poco, un anno, sei mesi, a tacere? Un silenzio totale, soffice, color del miele… Senza più né un romanzo, né un saggio, né un elzeviro, né una poesia, né un panfletto, né unintervista…
E allora su, facciamolo questo gesto: incappucciamo le stilografiche, disarmiamo Olivetti e Remington, dopo tanti corpo a corpo cruenti. E prendiamoci una stagione sabbatica, sperimentiamo per la prima volta nei secoli la Cassa Integrazione dell
Alfabeto. (da FIRME PER UN SILENZIO)

 

Lei dice silenzio, sono inviti che rimandano a Fortini, Calvino, fin dagli anni ’70. Questo mi fa venire in mente la questione del limite, e quella dell’ascolto. Intanto parto dall’ascolto, pur comprendendo il fastidio per l’assordante rumore di fondo dell’ipertrofia comunicativa, sottolineo, anche stando solo all’Italia, che tanti luoghi, tanti mondi, restano in silenzio, non hanno voce, né riescono a produrre un’autocoscienza, ma al massimo sono oggetto della narrazione altrui, a volte della denigrazione o dell’oblio. Ritengo che questi mondi debbano imparare a parlare, e forse altri dovrebbero imparare a tacere, anche se il silenzio non basta, senza l’ascolto che produce dialogo, relazione prospettica, da cui un paese democratico. Poi è chiaro che l’assenza di limiti è il sogno del moderno, che va però a infrangersi contro la velocità che non consente il pensiero, contro la quantità che annichilisce le possibilità umane, e ottunde, per cui inibisce la scelta. L’adesione acritica a un sistema di vita schizofrenico, il cedimento totale alle regole del mercato e dell’intrattenimento, producono il rumore di cui parliamo, nonché l’incapacità di senso, e poi di senso comune dell’umano. La vita così diviene algoritmo. Senza filtri, senza scelta, vi è l’inferno della vita, il mondo grande e terribile, per cui diventiamo incapaci.
In principio fu il Verbo, dicono. Vennero poi la Scrittura e la Lettura, speculari sorelle. Vogliamo dirla tutta? Nellistante in cui lappassionato di novità … si segregò a dilettarsene privatamente nel cerchio avaro di una lucerna, in quellistante egli si condannò a patire le stesse equivoche estasi di chi ama non una donna di carne ma un pensiero di donna nella sua mente. A questo punto leggere divenne un vizio. Leggere per me significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (da LEGGERE, VIZIO PUNITO)

 

Leggere mi interessa perché con passo umano moltiplica, media tra dentro e fuori. E mette ordine nel cuore, fino a diventare analogia, simbolo. Ricordo il primo tomo di Guerra e pace. Nella lettura ho trovato domande e risposte per fantasticherie e immaginari, ma anche forza morale e sentimentale. Insisto però sul fatto che questo processo debba magari rinunciare alla grande abbuffata della fame di leggere, per tornare necessariamente, anche con sacrificio, alla vita e agli altri, altrimenti si arriva alla malattia che pure è un tema a Lei caro, alla segregazione, al vizio, alla morbosa chiusura di cui Lei parla. La lettura può diventare l’ennesimo arroccamento, strumento di seduzione e violenza, o dittatura intellettuale della ragione per elevarsi sugli altri, per pochi intelletti fermi nei loro privilegi, di chi con la ragione ignora la realtà. Occorre a mio avviso forzarsi a tornare ogni giorno nel mondo, saper osservare la realtà nella molteplicità. Certo tornano alla memoria personaggi emblematici che essa ha reso folli: da Don Chisciotte al Kien di Canetti in Auto da fé, passando per l’Osmoc di Michele Mari, protagonista del suo Di bestia in bestia. Cultori di libri e biblioteche, che finiscono per incarnare l’inadeguatezza, nonché lo scarto tra studio, contemplazione astratta e realtà circostante. Ma esistono anche esempi come quello di Scipio Slataper, scrittore triestino irredentista che muore sul Carso, a 27 anni, alla ricerca di una patria. Insomma, a riguardo potremmo concludere con le parole di Giuseppe Montesano che per esempio della poesia scrive: “leggere poesia, non per svago, lo svago è l’ultimo giro di chiave alla cella della prigione, ma per respirare con ritmo umano, e ritrovare il filo, e Arianna, e la luce dolce in cui si potrà alla fine imparare ad amare”. Occorre leggere, sì, per imparare ad amare, è tutto.


Non solo i diari, ma mi piacciono gli epistolari. Lidea di poter fiutare, palpare, pedinare, origliare il «quotidiano» di un autore che amo, di riuscire a rubargli quel segmento irripetibile di spaziotempo che è il «dove» e il «quando» di una sua giornata. Quando leggo, per esempio che la mattina di sabato 7 maggio 1921, a Baugy, in Svizzera, dal terrazzino della sua pensione, Katherine Mansfield vide un carro, tirato da una mucca e guidato da un ragazzo, avanzare lentamente verso un piccolo ponte; o quando appuro che il 21 dicembre 1845, domenica, Balzac restò chiuso in casa a soffiar lanima in un fazzoletto, con la sola compagnia dei Tre moschettieri… ebbene, mi ci vuol poco per usurpare quellocchio miope, quel naso fluviale; per patire, come se fosse mia, la memoria di quel tritume di vita. (da EPISTOLARI)

 

Confesso di nutrire la stessa passione per diari e lettere. Anzi, a ben guardare, non ho fatto che scrivere pagine di diari e lettere, osservazione e memoria. Il fatto è che amo comprendere da dove la voce sorge e dove prende la sua necessità, e questo a volte è possibile e più agevole in una scrittura senza progetti o particolari costruzioni, impalcature, velleità.

 

Poi attraverso i diari c’è il leggere e seguire i maestri, ripercorrere parte dei loro tragitti: Tristam Shandy tramite Carlo Levi, Bartleby con Celati, Thomas Mann seguendo Luciano Canfora. Una volta ho acquistato un diario di Goffredo Fofi, Pasque di Maggio, divenne per un anno la bibbia delle mie letture: Ottieri, Pisacane, Morante. Insomma c’è sempre questo corpo a corpo con se stessi e i propri riferimenti, c’è un dialogo costante con gli assenti, e questo irrompere, questo “usurpare” di cui Lei parla come linfa vitale e repubblica delle lettere, in grado di riprodurre da sempre comunità virtuali e artificiali sulla base di condivisioni diacroniche oltre che sincroniche. I diari veri, onesti, le lettere scritte senza pensare a successive raccolte, aprono altri e ulteriori percorsi. Soprattutto insegnano che non esiste alcuna regola, che basta, pur nella menzogna, non mentire a se stessi, dunque agli altri. Penso alla bellezza delle riflessioni di Natalia Ginzburg, più potenti e pervasive di qualsiasi suo romanzo. I diari dicono che scrivere parte dal fondo di una disperazione, che sia individuale, sociale, politica, spesso ha questo suo fondo disperato. I diari o le lettere dicono che non sta ai canoni o ai gusti, e men che meno all’industria culturale, scegliere quale sia la strada della scrittura. Lei deve fuggire, fuggire finanche le manipolazioni più impercettibili, difendersi per non farsi irretire.

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