di Fabio Milana

 

«Inquieto», come spesso si è detto, e «inclassificabile» per ampiezza di interessi, originalità di approcci, varietà di esperienze sia professionali che militanti, Michele Ranchetti († 2008), di cui si conclude in questi giorni l’anno centenario, rischia di non poter contare su un luogo o ambito deputato alla coltivazione della sua memoria. Troppo eccentrico il suo stile di lavoro accademico, come docente e studioso di storia della Chiesa, e troppo dispersa la sua attività editoriale come consulente di tante, tutte le più importanti sigle del settore; troppo defilata, se pure assidua, la sua presenza a circoli o cenacoli intellettuali nel corso dei decenni, e troppo violenta, per quanto rara, la sua presa di parola pubblica, specie in campo politico-religioso. Irripetibile il suo modo di accostarsi ai maestri, Freud e Wittgenstein anzitutto, tra l’altro col concorso di una non comune perizia linguistica, filologica ed ecdotica; irricevibili, tra altri testi suoi che si potrebbero addurre, un profilo storico del Cattolicesimo italiano del Novecento esposto in forma di testimonianza autottica, o la ricostruzione di una Esperienza religiosa del nostro tempo come quella di don Milani, proposta, o piuttosto divinata, sottoforma di «tesi, nel senso medievale del termine» senza necessità di riferirsi a fatti o di ricorrere a fonti: nel primo caso per l’inaudita parresia del dire e del tacere, nel secondo per la densità e imperspicuità del dettato, in entrambi per la totale estraneità delle categorie interpretative e dei criteri di giudizio utilizzati rispetto alla cultura religiosa e alla prassi storiografica correnti. E si potrebbe continuare, fino a spingersi nei territori della sua produzione poetica: senza ascendenti riconoscibili, senza sviluppi al proprio interno né interlocutori al di fuori di sé nel corso di sei, forse sette decenni, e apparentemente, senza ricezione codificata né commentatori al lavoro. Isolato, nel pur vasto intreccio di rapporti e condivisioni significative, Ranchetti pare scivolare in una inattualità categorica, cui del resto ha aspirato e corrisposto si può dire nativamente.

In suoi tardi appunti autoesegetici (ora leggibili in calce alla raccolta dei suoi Scritti diversi), Ranchetti ha offerto ragione di questa vocazione originaria:

 

«“Ha insegnato molto e non ha imparato niente”. Ho immaginato questo mio necrologio già alcuni anni fa. E credo che sia vero anche a distanza di anni. | È vero, mi sembra, nel senso che l’apprendimento, nel modo tradizionale, di acquisizione di nozioni, di fatti, di date, di esperienze, che caratterizza ogni esistenza (e in parte anche la mia) e corrisponde a una crescita, a un itinerario verso una certezza o almeno una persuasione conoscitiva, estetica, morale, religiosa, si è sempre accompagnato, in me, spesso scontrato con una sorta di deposito originario rimasto immutato, direi intangibile, in larga misura, inconscio. | Ed è a questo deposito non dottrinale né esperienziale, che fa riferimento, meglio, che attinge ogni mia forma di espressione: poetica, artistica, musicale, ma anche ogni idea, filosofica o religiosa (per quanto possa apparire una contraddizione in termini). […] Nella realtà, io percepisco, in me, come due vie parallele, una tradizionale, quella dell’accrescimento della cultura e del perfezionamento della sua comprensione. E l’altra, che non è una via, ma un assieme indistinto di un sapere diverso, di cui non conosco l’origine e la provenienza»;

 

e ne ha anche tentato l’eziologia, ipotizzandola in «un lungo periodo di malattia, tra i dodici e i sedici anni», che

 

«ha certamente prodotto una separazione dal mondo esterno ed un conseguente accumulo di esperienza interiore, non visibile e forse il trasferimento nell’immobilità e nella fissazione dei movimenti di pensiero e di vita che, non agiti e non espressi, venivano a formare come uno strato di detriti di esistenza non consumata […] Ritornato normale nel fisico dopo i sedici anni, mi sono trovato privo di quella giovinezza, certo irrecuperabile, e incapace di prendere atto del mio stato presente, perché avevo conservato quella distanza fra il mio corpo e l’esterno in cui ero così a lungo vissuto.»

 

Quale che sia il peso da accordare a questi suggerimenti, emerge da essi l’indicazione di una «distanza», quasi una estraneità, non solo tra sé «e l’esterno» ma, all’interno di sé, tra due «vie» una delle quali non tale, ma giacimento immoto di un sapere primario. Vie parallele, precisa l’interessato, che non si toccano perciò, ma che non sono tuttavia irrelate, almeno quanto a posizione gerarchica in seno alla psicologia intellettuale che le ospita. Privilegiato, ovunque sia possibile captarlo, in sé come negli autori sottoposti a indagine, è quel momento della “persuasione” che si tratta di isolare dai contesti, i commenti, le fonti, le genealogie, tutte occorrenze di “retorica”, per come si accumulano alla superficie della storia. Lo storico, il filologo possono attraversare questa regione dell’inautentico, ma per poterne scartare, e attingere così quella dimensione in cui l’esistenza singola e la sua espressione in parole ed opere si congiungono in forma compiuta, esemplare, assolta da movimento nel tempo – si fanno testo. È questo darsi di una verità non relativa né relativizzabile, ma assoluta, di ordine eminentemente etico-religioso (e perciò anche antireligioso, o diversamente religioso: Freud e Wittgenstein di nuovo) – il solo oggetto di inchiesta. In una cultura satura di storia e strenuamente storicista come è la nostra, anche sotto il velame dell’“ermeneutica”, la ricerca di Ranchetti, volta a ciò che non è, e non ha, “storia”, non può che risultare ancor più estranea che disturbante.

Come attraversato da quella interiore «separazione», Ranchetti non ha considerato possibile per sé stesso, o quanto meno ha constatato non verificatasi nel caso suo, altrettanta “persuasione”, dandosi come compito quello di discernerla ed illustrarla in altri, o discernerne e illustrarne il difetto in altri ancora, più numerosi. Ma si può proporre che nella attività poetica egli abbia dato voce – certo non al ricongiungimento, sì però – al confronto interiore tra “le due vie”, le due dimensioni «parallele» dell’esperienza contingente e del «deposito» immemoriale; e più precisamente, alla trascrizione o traslazione della prima nella seconda. Lo fanno pensare la ferialità delle occasioni all’origine, per solito non particolarmente qualificate, e la dimessità del registro, che non viola mai le compatibilità lessicali o sintattiche della prosa; e d’altra parte, nella apparente semplicità, anzi limpidità del dettato, il suo trascorrere in una intrasparenza, e quivi consistere, da cui solo traluce per un momento alcunché di impartecipabile.

Ranchetti avrebbe respinto un simile referto, protestando essere le sue «tutte poesie d’occasione, dove occasione è anche il pensiero quando obbliga ad essere espresso», ed esservene in esse tutte le tracce («se sono cancellate e perché sono espresse»). Donde, tra l’altro, il proposito («che Sereni trovava assolutamente cretino», e che per questo non ebbe realizzazione, ma neppure fu da lui abbandonato del tutto) di pubblicare un commentario alle poesie col testo a fronte. Di un simile progetto si è salvata in parte una sinopia (realizzata molti anni fa, con strumenti oggi completamente fuori corso legale, e perciò irrecuperabile), da cui si può ancora estrarre uno specimen:

 

Non vi è norma, per me, né aiuto, solo

l’ossessione ostinata mi contempla

come il mistero del rosario, mi libera

dagli esiti e mi espone

all’accidia nel giusto

ordine dell’assenza.

 

 

[Verbale, p. 89]

 

«La poesia è una ripresa del colloquio con me, forse anche in relazione (naturalmente relazione non diretta e non come conseguenza che non sia mediata da altre motivazioni), a quanto si era verificato e che io non potevo presumere si verificasse.  Anche l’esperienza precedente è forse iscritta in una norma, una cosa che può intervenire a normalizzare il corso dell’esistenza con il contributo di una presenza che gli si affianca; allora “non vi è norma, per me, né aiuto”: quello che invece permane e si riconosce come presente e determinante è “l’ossessione ostinata” di un vivere trafitto, un vivere sempre soggetto a un’interrogazione continua che assume forme di ossessività. Ma questa ossessione, indicata qui nei suoi termini legali, giuridici, medici, è invece anche indicata con vocabol[i] propri della religiosità: essa “contempla” e ripristina l’itinerario delle voci che compongono il rosario, con riferimento ai misteri della corona del rosario (il mistero gaudioso, il mistero doloroso) e, ricondotta a una novena di tipo liturgico, libera me da ciò che può derivare dall’esperienza, anche in particolare da queste esperienze aggiuntive e non previste. Ma liberandomi dagli esiti che potrebbero essere o liberatori o catastrofici, espone me all’unico risultato (che non è appunto  l’esito dell’esperienza ma è il risultato in certo senso dell’ossessione ostinata): l’accidia, la perdita del gusto e della speranza del vivere, nella ripresa del “giusto ordine”, quello che per me è diventato “giusto”, al limite dell’esistenza: la giustizia che prevede che non si dia altro che non sia già finito, l’assenza delle occasioni, delle stimolazioni, delle aggiunte, degli affetti.»

 

L’ “occasione” all’origine (probabilmente un forte soprassalto emotivo, forse legato a una «presenza» che potrebbe «affianca[rsi]»: ma questo si può congetturarlo solo sulla base del “commentario”) è già da subito oscurata dalla mediazione della mente, la sola, “ossessiva” presenza, che ora chiede sfogo in parole: ma solo queste parole noi abbiamo, onde la “mediazione” non si esegue in questi versi, ma gli è semplicemente presupposta. Come ogni altra “ossessione” e “ostinazione”, essa è sostanzialmente immobile, chiusa al divenire dell’esperienza; pretende ripetizione rituale, a espiazione, quasi, dell’esperienza respinta, così da reintegrare nell’ordine dell’invivibile.

Non accade sempre così, nel prodursi di quella “traslazione” del vissuto al pensato, ma è pur sempre questo, o qualcosa di analogo, ciò che vi accade. Ciò che si può osservare è come, al di là di un «trafitto» forse dal sen fuggito nell’eloquio diretto, non vi è differenza, dislivello linguistico tra testo e commento, e in certo senso la “parafrasi” appare, a posteriori, davvero innecessaria. Vi è giusto quel dislivello “quantitativo” tra la concentrazione estrema del distillato lirico e la sua diluizione in prosa che tuttavia è proprio, costitutivamente, dei due regimi discorsivi. Retoricamente del tutto disinvestita, la lingua di questa poesia è proprio per ciò retoricamente riqualificata in maniera pervasiva, e appunto questo introduce a quel “sublime perpetuo” che vi fu avvertito da Franco Fortini, e che distingue il caso nostro dalla (o nella?) multiforme fenomenologia letteraria della “inettitudine”.

 

(28 dicembre 2025)

 

Michele Ranchetti (1925-2008), milanese di nascita e fiorentino d’adozione, è stato storico della Chiesa, studioso e promotore di cultura religiosa d’età moderna e contemporanea, editore di Freud, Wittgenstein, Bejamin, tra molti altri autori specie d’area ebreo-tedesca, traduttore di Rilke e Celan. Sua la monografia Cultura e riforma religiosa nella storia del modernismo (1963), la biografia per immagini e citazioni d’autore Ludwig Wittgenstein. Sein Leben in Bildern und Texten (1983, con Michael Nedo; ora ripubblicata, con scelta discutibile, a nome del solo concuratore), il pamphlet Non c’è più religione. Istituzione e verità nel cattolicesimo italiano del Novecento (2003), mentre l’opera saggistica è raccolta nei quattro volumi dei suoi Scritti diversi (1999-2000, 2009). La produzione poetica si legge nelle raccolte La mente musicale (1988), Verbale (2001), Poesie ultime e prime (2008), Poesie scelte, edite e inedite (2008). L’opera grafica è documentata negli Scritti in figure (2002). Notevole l’autotestimonianza resa in occasione degli ottant’anni nel video Rifiuto d’ordine a profitto del contesto (2005), reperibile online.

Nel testo, le citazioni non interne rinviano a conversazioni con l’autore, raccolte in parte in Incontro con Michele Ranchetti («Bailamme» 11-12/1992).

1 thought on “Michele Ranchetti, della estraneità

  1. Su Ranchetti (leggendo La mente musicale e Verbale)
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    m’intimidisce la poesia dell’uomo religioso
    che il mondo s’è strappato dagli occhi
    e conserva come incubo e reliquia in lingua morta
    +
    altri eremitaggi ho praticato
    quasi addosso alla morte
    da bambino però
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    con terrore di fiabe contadine sulla pelle
    sempre incomprensibile il latino del prete
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    dagli esili in sé (42)
    uscii, esplodendo in quotidiani ora dimenticati
    +
    Nota.
    Cos’è una scrittura di morte, addosso alla morte, sotto la morte..
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    (da https://www.poliscritture.it/2020/12/31/riordinadiario-sul-finire-del-2020-michele-ranchetti/#comment-99143)

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