[Il testo che segue, di Edoardo Manuel Salvioni, è tratto dal catalogo della mostra SEX SPORT BUROCRAZIA, Opere di Lamberto Pignotti con frammenti da AMENITALIA (romanzo, Argolibri, 2026, di cui pure presentiamo un estratto) in corso alla Galleria Rubber di Recanati, diretta da Andrea Balietti, Gloria Falasco e Marianna Rogante (Via Roma 6, Recanati – visitabile sino al 31 maggio nei giorni lun-mart-ven-sab-dom h 16.30-19.30 – wearerubber@gmail.com). Lamberto Pignotti è caposcuola della scrittura verbo-visuale e nome simbolo di quel filo rosso che attraversa le avanguardie del primo e del secondo novecento. La mostra, organizzata per il centenario di Pignotti, si propone di rappresentare la sostanza visiva del romanzo Amenitalia, pubblicato proprio in queste settimane per Argolibri (seconda uscita della collana Infuocata dedicata alla forma romanzo), esponendo per la prima volta, insieme a collage, libri, poesie da vedere, poesie da masticare e altre opere uniche dell’autore.]
di Edoardo Manuel Salvioni
(mischiarsi alla spirale infame delle parole del mondo)
Bisogna spingere avanti le ginocchia come una puttana regale,
come se si pendesse dalle ginocchia. Che sono molto grandi.
E mortali cadute purpuree nel cielo nudo e si vola in alto,
ora col sedere, ora con la faccia anteriore.
Siamo completamente nudi, il vento tasta attraverso le vesti.
Così nascemmo.
Bertolt Brecht, Dell’andare in altalena. Salmo quarto.
sono venuto
dopo
nato con l’ultima
eco del silenzio
Lamberto Pignotti
Come un movimento di pensiero a lui caro, l’interesse di Lamberto Pignotti si è in varie occasioni soffermato, nel discorso sulle arti, su quanto egli definisce come strumento saturo, o come saturazione: della parola quanto dell’immagine, i cui statuti sono da lui riconosciuti in una stretta continuità, dove apporre-esporre una lingua che in analogia con la tradizione della letteratura italiana chiama neovolgare rispetto al crollare delle lingue precedenti in una forma di pienezza afona che le rende manifeste a se, lingue in quanto lingue, lingue morte, dunque finalmente (forse) usabili in quanto tali.
D’un tratto un codice, uno stile, una situazione, aggroviglia i suoi nerbi, tende le sue giunture, si carica come un organo a sacca fino a tracimare. In quel culmine, si individua l’accesso ad una lingua disposta, mai despota, oltre e dentro se stessa al punto da affermarsi e negarsi, comunicando, semantizzando il suo stesso darsi. Questo spesso sembra volerci suggerire il gesto insito nelle opere in mostra alla Galleria Rubber di Recanati in questa primavera, a cura dell’omonimo collettivo, che ha schematizzato e costruito con acutezza un organismo espositivo tentacolare, in grado di rendere ancora più tangibili il movimento a sciame, che gioca tra interno e margine, tra bidimensionalità dell’immagine-parola e multi-dimensionalità del significato. Il titolo già si presta ad ogni possibile felice equivoco polisemico: Sex Sport Burocrazia. Parole all’apparenza insolite messe una accanto all’altra, specie l’atto sessuale e l’atto documentale, eppure quasi a farci pensare che se il tricolore italiano potesse tradursi in parole forse sarebbe proprio attraverso queste tre parole, tre nazionalissime virtù eterne del deperimento.
Non a caso, riguardo alla natura satura (anche ma non solo satirica) delle opere, una studiosa simpatetica come Chiara Portesine parla del “timballo di generi”, la satura lanx, che assomma in un coagulo irrisolto la polifonia delle voci in atto. La sua frammentazione è sprovvista di alcuna unità che non sia il suo montaggio, in cui ogni frammento echeggia con se stesso e i restanti, l’argomento nella tematizzazione e a sua volta il rendere l’argomentazione, il linguaggio speculare di se stesso e dunque del mondo, un tema su di se.
Questo processo avviene senza mai cedere ad aridi didascalismi di chi ha una preformata e spesso gesuitica idea di ciò che è sperimentale in opposizione ad una qualche immaginabile fazione nemica, dunque assenza di ogni “sacerdozio culturale” da casacche già assegnate: saremo persuasi a credere che per Pignotti sperimentale sia da intendersi nella sua origine epistemologica, sinonimo di un fenomeno ignoto di cui egli desidera trovare la formula, indagandone e pazientemente auscultandone la presenza, il suo darsi è il suo formularsi simultaneo, il suo compiuto o infinitamente ricomponibile statuto mediale.
Immissioni ed estrazioni, sovrapposizioni, rarefazioni, salti repentini come soluzioni di continuità attuano le imprevedibili leggi della mescidanza di stili e mondi che compongono il suo fare poetico. Mai viene meno il contatto col lettore o osservatore, ma una presa simultaneamente sensoriale, empirica, ideologica e sentimentale che lo esorta ad una indagine per ricomposizione di pezzi, ad una sensibilità armonica dei livelli, di costante scambio di dissonanze e consonanze. Con pacatezza e pazienza osservativa, non per questo priva di un pathos partecipativo, è un invito, una esortazione a guardare, a scrutare, magari scherzosamente a spiare, come nei giochi di nascondimento. Non casualmente una frase viene fatta dire alla protagonista del romanzo Amenitalia di cui in mostra vengono esposte e riprodotte alcune tavole: Ma tu usi una lingua che nasconde chi agisce. L’opera ci interroga nella sua lingua che occultando l’azione la procastina rendendola infinitamente replicabile.
Dunque una lingua sempre disponibile a lasciarsi spiare per giocare, raccogliere gli strati, intesa a comprendere ed a lasciarsi fraintendere nella misura in cui sa interrogarci e interroga se stessa, che cerca di seguire le traiettorie della fuga due dalla Galassia Gutenberg (il testo come gerarchia del senso, il libro come suo mezzo nella formulazione di Macluhan) e dalla Galassia Niépce (l’immagine e la fotografia in tutte le sue declinazioni ed applicazioni, per analogia) per ritrovarle, coglierle in flagranza dove esse gettano ai loro confini un punto di ebollizione e rottura, un punto di vividezza materica che sollecita un gesto e una presa su chi vi legge o contempla.
Con l’andatura delle inflazioni cosmologiche o dei buchi inflazionistici delle crisi, di quella miriade di occasioni e voci che sono il conflitto tra classi o le catastrofi, il cosmo narrativo ed iconico di Pignotti, qui manifestatosi nelle tavole di Amenitalia, ci esorta a rovistare nelle dilatazioni e nei restringimenti, nelle mischie e nelle sparizioni dei corpi-merce – la merce come feticizzazione sessuale, oggettivazione reificante, metamorfosi valoriale e mutante che tutto sussume e a tutto sottende – di cadaveri segnaletici, nella telegrafica lingua di intermittenze dell’offerta sessuale, nello stile da annunci, nei visceri di dicasteri, nella refertuale medietas della cronaca, nelle lordure industrial-corporali che intonano il poema per via di orchestrazione di clippings, col ritaglio come primo violino.
La mitopoiesi è sempre in qualche modo sorella del bricolage, sua consimile faccenda familiare…
O, prendendo ad esemplificazione alcuni lavori degli anni settanta esposti nelle teche della galleria Rubber, nei nomi-insegna dei maestri dell’arte del passato – con uno straniante sapore arcobaleno da luci di Las Vegas- ci si aggira sopra tra melanconici passeggeri di un autobus in Cina, scenari di costume, vita pubblica e militare, dove la scrittura coabita nel grigio trapunto delle rotative sulla grammatura di carta del quotidiano, dove dei versi che hanno un’eco come sapienziale, o di pacata elegia (“siamo due solo per scambiarci delusione” intona un verso) sono un parallelo cromatico che aleggia sull’immagine riprodotta della cronaca o sul corpo esposto della pubblicità.
Dello sguardo di Pignotti colpisce l’osservanza fedele, costantemente tesa al dettaglio formulare, dunque al modo in cui il linguaggio sa organizzarsi in blocchi, formule organizzate e autonome di senso, che a loro volta decontestualizzate assommano tutta la forza eversiva che lo straniamento immette in loro, alimentando una costante sensazione tensiva, persino allarmante ed esortativa nel lettore.
Con la precisione di un Milman Parry che scartabella, egli estrae, ricompone le dentellature del reale nei suoi tagli e incollature, nelle periferie delle nuvole di comics, nel patchwork in direzione della pagina che si diverte con delicata ferocia a somigliare ad una istruttoria senza verdetto.
L’immacolato foglio viene a sua volta cosparso di delicati marginalia a mano dell’autore sull’allegoria-persona Italia, protagonista del romanzo suo (quasi) omonimo, suo Epicentro e Foro, tanto nel senso di luogo centrale, di luogo pubblico di battito, che di orefizio e luogo di scarico della fabula: scongiuri, ironie, agitazioni, disperazioni, inanellamenti carnali di memoria ed oblio, di personale e politico, di armi e genitali per il rito di una memoria collettiva che non sa scegliere tra orrore e godimento, artigliando entrambi.
Non casualmente una nota dell’autore ad epilogo dell’opera descrive lo sciame di fatti e dettagli che accerchiavano lo scrittore nel mentre che l’opera andava componendosi. Ne emergono gli Anni Settanta non riducibili alla consueta cartolina sociologica, neutralizzabile nella troppo facile dicotomia estetismo nostalgico-deplorazione moralistica della lotta armata, o nella carnevalizzazione del suo vitalismo erratico, senza che mai una qualsiasi autocritica si mostri all’orizzonte. Piuttosto uno sguardo documentale e lirico, persino epico, come certo grande cinema dell’ultimo Herzog, e che la fortuna-sfortuna della storia editoriale di Amenitalia ci riconsegna come un prezioso monile. In tale opera questa dicotomia viene a nostro sentire elusa da un giusto coefficiente di pathos della distanza, che è una autentica misura partecipativa di un fatto privato che possa farsi e pensarsi come memoria collettiva. I dati del mondo, i fatti storici sono piuttosto elencati con sguardo sobrio come da Annales della nazione e mondo, senza farne una facile mitologia da prodotto merceologico-editoriale sopra le lotte reali: la strage di Piazza Fontana come battesimo traumatico, accanto alla morte di Allende, la salita al potere di Pinochet, gli allarmi di conflitti atomici che partendo dalla stringente situazione cubana della crisi dei missili della fine degli anni sessanta, portano alla firma dei negoziati per le armi strategiche SALT I tra Nixon e Brežnev nel 1972, e SALT II, nel 1979 tra quest’ultimo e Carter, galateo (?) di contenimento ad appetiti missilistici che ancora oggi ritornano all’orizzonte, in cieli e frontiere non dissimili…
Un dettaglio comico-sublime riemerge sempre alla sua memoria, il grottesco gesto del presidente della Repubblica Giovanni Leone del 18 ottobre 1975 che “invaso” da una serrata contestazione studentesca a Pisa innalza al cielo contro la folla indiavolata le famose corna apotropaiche, che scongiurano tanto il colera che ritornò a propagarsi in quegli anni quanto la collera dei protestatari. Gesto paragonabile al cazzo pronunciato da Zavattini come anatema al popolo che dette scandalo agli ascoltatori nella radiofonia pubblica nel 25 ottobre 1976. Turpiloquio liberante e folklore rassicurante.
Andreotti gli fa glossa “le prime censure a Leone avvennero per la constata abitudine, tutta napoletana, di scongiurare il malocchio facendo ostentatamente le corna con la mano destra”. Destino segnico di un gesto, che dal gesticolare napoletano di Sraffa contro Wittgenstein di cui parla il biografo Norman Malcolm, alla dispiaciuta memoria storiografica di Andreotti sul presidente Leone non lascia pacati, espone la “sensuosa epidermide del reale” alla fantasia di chi vorrà ripensare a ciò che fu.
Preme notare come l’invettiva contro l’Italia come Repubblica sia una sorta di sentimento assente, pur incamerando il suo archetipo dantesco (la donna di provincie-bordello).
Una valorosa controtendenza in una secolare deplorazione, lo stile del deplorare (talvolta anche a ragion veduta) i costumi, indistinguibile dal carattere intrinsecamente difettivo e ossessivamente descrittivo dei difetti del popolo italiano come Flaiano ironizzava in Frasario essenziale, ad antecederlo una lunga serie di precedenti. Questa affermazione non induca in inganno, piuttosto che deplorati essi vengono semplicemente esposti, descritti in una campionatura vasta, ricca nella sua tassonomica precisione: ferite e morti, occultamenti, sequestri ed ammennicoli, cinismo frammisto ad ovattamento, una forma stordita di patetismo, sangue, ogni altro liquido organico in una mai perduta eco di galanteria servilistica, pantomima e sceneggiata, pubblicità indistinta da slanci lirici che fanno da anticamera dell’assassinio, sentimentalismo rosa come antipasto del ladrocinio universale, stupri simbolici, fisici in contiguità a delikatessen verbali/confetture da cene aziendali, pornografie e manie che sembrano rogiti e cedole, antefatti e misfatti in cui la logica della consequenzialità cerca le cause e pullula sempre più soavemente di gravose conseguenze.
Una ricca e saporosa mischia di cose, stili, psicologie e tipologie vi si affaccenda, come il timballo ai suoi ingredienti comanda, propagandosi senza tregua nelle pagine di Amenitalia.
Proprio nel fitto marasma, come un suono di sottofondo, ipotizzabile cuore stesso del montaggio, trapela la pietà di chi assiste ad uno scempio di cui non pare ultimata la terminazione, non spendendosi con la facile moneta dell’ira, gettabile al perpetuo riemergere di una residuale ferita, alla recidiva spoliazione di qualcosa a cui si appartiene, di qualcosa che si ama.
Crediamo ciò debba forse intravedersi in un certo colore d’animo dell’autore, azzardando una prospettiva: la freundlichkeit, parola tedesca la cui sfera semantica abbraccia benevolenza, compassione, gentilezza, pacatezza e attenzione tutte insieme, il rendere-amico, rende comprensibile persino l’abietto, la perdizione, il trauma collettivo inseguito e sorvegliato con lucidità. La cifra della compassione dello sguardo di Lamberto Pignotti, una pietas sobria, pacata, mai timorosa, la qualità della sua gentilezza sono cifre stilistiche non meno persuasive al nostro sguardo delle finezze formali e stilistiche dell’opera del suo deus-ex-machina. Di questo gli siamo grati, ed anche a questo vorremmo rendere omaggio.
di Lamberto Pignotti
Da: Amenitalia
“Tu non capisci”, gli disse l’Italia. “È una malattia incurabile. Un male che non perdona. Immagino che nella tua torre d’avorio non sai neanche di che si parli”. “Ma sì, l’hai detto prima”, ribatté lo scrittore. “La sorte dell’Italia non dipende dai terroristi ma dalla tenuta morale e razionale delle forze politiche e, ancor più, dei cittadini. È giusto riconoscere che questa tenuta c’è stata anche di là dalle più favorevoli previsioni”. “Anche tu ti ci metti a parlare in modo confuso. Bisogna che voi scrittori parliate chiaramente. Cercate sempre di tenermi al di fuori della conversazione”. Forse occorre auspicare un “adattamento psicologico” a questa infausta e speriamo non lunga fase della nostra vicenda nazionale in cui il terrorismo farà parte del paesaggio. Grave, gravissimo, ma non più tremendo di tanti eventi calamitosi che ci hanno colpito e che l’Italia ha saputo superare. Da fallimento svendesi 1.000.000 libri narrativa favole fumetti artistici ecc.
Nobilfamiglia trasferendosi svende splendida consolle antica meraviglioso tavolo gioco Luigisedici tappeto finissimo orientale settecento. Spesso in relazione al loro attacco armato allo Stato, si sente dire: “Siamo in guerra”. Ebbene, proprio perché non crediamo convenga indulgere a questo tipo di valutazione, ci sembra di poter affermare che dirimpetto agli orrori sperimentati nella scorsa guerra, l’impatto dei brigatisti sull’Italia appare, per quanto esecrando, ben lieve flagello. Lo scrittore sorrise e si avvicinò a lei. Le toccò una spalla. “È qui che hai il dolore?”. “No”, rispose l’Italia. Ciò è ovvio, ma non conviene ricordarlo in un momento in cui si tende a perdere il senso delle proporzioni?
Firenze s’innalza poco discosto dagli Appennini in una fertile ed amena pianura. Deliziose colline, sul declivio delle quali sono sparse molte villeggiature, formano corona intorno ad essa. Le strade di Firenze in generale sono larghe e ben lastricate. Si sono divisi in gruppetti effettuando rapide incursioni nel centro cittadino, spaccando vetrine, forando le gomme di auto e sfasciando carrozzerie. “Ottima prestazione”, sussurrò lo scrittore nell’orecchio dell’Italia; “mai visto una cosa del genere”, “Ti sono piaciuta?”. “Eri bellissima. Una iena, un angelo cattivo”. Le prese i seni nelle mani e penetrò ancora dentro di lei. Non le diede nessuna sensazione di piacere. Sono stati tentati anche alcuni blocchi stradali con auto sistemate di traverso. Le zone prese maggiormente di mira dai commando sono state quelle adiacenti alla zona universitaria e nei pressi del tribunale. “No, apri le cosce”. In quella posizione all’Italia arrivava immancabilmente un crampo alla gamba destra. “Aspetta. Spostati da quest’altra parte”. “No, voglio vederti”. Dal negozio di un ottico sono state rapinate macchine fotografiche, mentre un altro “esproprio proletario” è stato compiuto in uno dei maggiori negozi di dischi ed elettrodomestici della città. Il tribunale è strettamente presidiato da forze dell’ordine. 27enne serio discreto normalmente dotato cerca giovani coppie per incontri anche anonimi in automobile, gradita lei amante fellatio e sodomia. “No, quello no”. Peccato, perché quel nome, “sodomia”, all’Italia era sempre sembrato elegante.
[…]
Nel mirino di formazioni senza volto, che sparano e fuggono, la città è preoccupata, ma non è sotto choc, e rifiuta il fantasma di un destino diverso. L’Immobiliare Spa vende “Residence Settebello” appartamento libero su un intero piano extra-lusso signorilissimo grande salone pranzo studio 5 camere 5 bagni grande cucina office ripostiglio 25 armadi a muro garage 2 posti macchina 115.000.000. Tutto va avanti come ieri, come il giorno prima come un mese o un anno fa. Non c’è lo stato d’animo da ultima spiaggia. “Perché non facciamo colazione assieme, domani?”, gli propose l’Italia. “Ottimo”, annuì lo scrittore. “Hai più visto il direttore?”. “No, abbiamo divorziato, sai? E poi ho sposato un altro direttore”. “E tuo marito dov’è?”. “Non è più mio marito. Sì, sì. Non è divertente da dirsi”. I soliti habitués nei caffè, la gente esce ed entra nei negozi, i ristoranti hanno i loro clienti. Dicono che la città è forte, che anche questa volta saprà spezzare il cerchio di chi vuole annientarla. Grandi liberi lussuosi appartamenti terrazzi giardini a prezzo affare parco alto fusto mq. 34.000 piscina due tennis viali alberati già finiti minimo anticipo mutuo fondiario 50% vendonsi in grandioso complesso saloncino due camere 49.300.000 salone bicamere triservizi cameretta 61.950.000 saloncino tre camere biservizi 55.950.000 salone tre camere triservizi cameretta 65.050.000 salone tre camere triservizi cameretta 85.400.000. Visite loco. Uscendo e
Uscendo e piegando a destra, presso la Porta Venezia, vi sono i bastioni i cui viali, ornati da magnifici ippocastani, formano una delle passeggiate più specialmente frequentate dai milanesi.
I fatti che si sono scoperti erano da lungo tempo a conoscenza di molti, i quali li hanno taciuti…: molto è stato detto nel corso dell’indagine, ma il più rimane ancora all’ombra. “Ma non è vero”. “Forse non è vero, ma mi confondi”. “In che senso?”. “Non so, ma non capisco; ti comporti in modo strano”. “Ma anche tu”. “Ma per me va bene”. “E perché io no?”. “Perché scambi i ruoli”. “Cosa vuol dire?”. Legami, connivenze, interessi, traspaiono ma al contempo sfuggono: la dimensione della struttura giudiziaria, a fronte degli ostacoli numerosi ed autorevoli che sono stati altresì frapposti, ha fatto di tutto per penetrare più a fondo e per individuare coloro che hanno diretto le fila di tutti gli accadimenti. Abilissimi investigatori, sottufficiali carabinieri congedo: informazioni, accertamenti, sorveglianze. “Sapete molto sul mio conto?”. “Moltissimo. Purtroppo nulla di veramente compromettente.