di Simone Carati
[E’ uscito da poco per Mimesis Mondi d’avventura. Teoria di un genere romanzesco, di Simone Carati. Proponiamo un estratto del primo capitolo, intitolato Definizioni].
È il 1976 quando Georges Perec, in uno splendido saggio intitolato Leggere: schizzo socio-fisiologico, si propone di analizzare quello che chiama, ricorrendo alla formula che darà il titolo – proprio nello stesso anno – a un famoso saggio di Wolfgang Iser, l’“atto” di leggere. Un’azione con cui il lettore (o la lettrice) si fa carico del testo, e presta una maniacale attenzione a ogni nervo, ogni muscolo coinvolto in questa singolare “attività del corpo”, fatta di organizzazioni posturali, decisioni di sequenza, scelte temporali, “tutto un insieme di strategie inserite nel continuum della vita sociale”, e in cui gli occhi “procedono a scatti e poi si fermano, fissando ed esplorando nel medesimo istante l’insieme del campo di lettura con caparbia intensità” (tr. it. 2024, pp. 101-102)[1]. Immaginiamo che questo lettore senza identità, questo singolare agglomerato di sensi e percezioni “nato in cima a una penna” prenda vita e, con una mossa degna di Icaro e suggerita pochi anni prima dalla fantasia di Queneau (1968; tr. it. 1969, p. 154), abbandoni il mondo di carta e di parole in cui ha preso forma e si materializzi in quello dei cinque sensi e delle tre dimensioni. Potrebbe essere un lettore singolarmente fuori moda, per il quale il fascino e la strepitosa vitalità dei romanzi d’avventura non sono affatto esaurite; e magari anche un lettore onnivoro e testardamente curioso, che ha accumulato sulla propria scrivania una serie di materiali eterogenei mettendosi in cerca del significato di una parola apparentemente semplice e ampiamente certificata dal senso comune. Ha sfogliato saggi, dizionari, enciclopedie, romanzi in cui si è imbattuto nelle sue rabdomantiche ricerche, e ha registrato una sequenza di definizioni, senza lo zelo con cui, nei suoi romanzi prediletti, si compilano i diari di bordo, ma con sufficiente generosità e spirito di servizio.
Non sappiamo con precisione a quali conclusioni lo abbia condotto una ricerca simile. Ma, se allunghiamo il collo per sbirciare, possiamo senza dubbio riconoscere una storia di pregiudizi e marginalizzazioni, che si è materializzata frase dopo frase sotto gli occhi del nostro improvvisato copista. […]
Se il nostro lettore […] avesse preso forma un po’ più avanti, e comunque dopo il 1991, avrebbe potuto risparmiarsi diverse fatiche e trovare la stessa storia di pregiudizi qui appena abbozzata ricostruita con più dovizia di dettagli. Lo ha fatto Martin Green nella prefazione a un classico della critica sul romanzo d’avventura, che si apre con una constatazione piuttosto amara:
Come la maggior parte degli scrittori, sento che l’argomento di cui parlo è stato trascurato e di avere notizie importanti da dare al mondo. Nel mio caso, l’argomento è costituito da alcune varietà del racconto d’avventura, una forma che è stata trascurata da critici letterari e studiosi che costituiscono il mondo delle lettere, o almeno esercitano la sua funzione legislativa e giudiziaria. Hanno negato all’avventura l’attenzione che merita e così ci hanno deprivati di un modo importante per comprendere noi stessi. (1991, p. 1)
È vero che, tra le stesse pagine, l’ipotetico lettore di cui ci siamo serviti fino a qui avrebbe potuto rinvenire anche altre eccezioni all’implacabile giudizio esercitato da molti critici e studiosi. In Francia, ad esempio, Jaques Rivière, un lettore – questa volta reale – della Recherche, e uno dei più acuti e perspicaci, al punto che, già nel 1925, aveva colto la portata dell’urto esercitato da Proust nella storia del romanzo, associando con singolare tempismo il suo nome a quello di Freud (Lavagetto 2011, p. 362; Rivière tr. it. 1985, pp. 83-84), citava Stevenson, in un articolo in tre tempi pubblicato sulla “Nouvelle Revue Française”, come modello letterario (cfr. Rivière 2013). Alcuni decenni più tardi, nel 1936, un altro lettore di professione, Albert Thibaudet, avrebbe tracciato un parallelo tra Robinson Crusoe e l’Odissea, definendo entrambe le opere storie “sull’energia, l’intelligenza pratica e l’azione” (cit. in Green 1991, pp. 14-15). […]
D’altra parte, se proviamo ad allargare lo sguardo, abbandonando per un attimo i giudizi dei critici di professione e rivolgendoci agli scrittori, il quadro non è più incoraggiante. Lo testimoniano due casi tanto noti quanto esemplari, due sentenze – lapidarie, ma non per questo meno eloquenti – emesse da rappresentanti illustri. In una lettera a Louise Colet del 20 giugno 1853, Flaubert liquidava I tre moschettieri in poche parole: “Siccome non ce ne resta alcuna impressione dopo averlo letto, e che è scorso come acqua fresca [de l’eau claire], ci si occupa di nuovo delle proprie cose” (1980, p. 358). Più articolato, e altrettanto significativo, è invece il giudizio che un altro cultore dello stile come Henry James riserverà al primo romanzo dell’amico-rivale Stevenson. Dopo avere riconosciuto il valore dell’Isola del tesoro, a cui attribuisce – afferma lo stesso Stevenson nella sua Umile rimostranza – “elogi invero troppo generosi”, James “lascia cadere, en passant, delle parole quanto meno sconcertanti […]: non riesce a criticare l’autore, afferma testualmente, ‘perché […] sono stato bambino ma non sono mai andato alla ricerca di un tesoro nascosto’” (Stevenson 1887; tr. it. 1987, p. 47; cfr. Perosa 1983 e 1985). […]
Sono considerazioni che provengono da angolature in parte diverse, ma entrambe a loro modo sintomatiche, esemplari nel mettere a nudo alcuni dei pregiudizi che ruotano intorno al romanzo d’avventura: genere facile, superficiale, buono al massimo per qualche ora di svago (Flaubert), privo di complessità psicologica e di riflessione teorica (James). Si tratta di alcuni dei giudizi che, in modo intermittente e con una serie di variazioni sul tema, caratterizzano la storia di lunga durata del genere, etichette che finiranno con l’influenzarne gli sviluppi e il ruolo giocato nella storia del romanzo. […]
Va detto, in ogni caso, che se da una parte è proprio la progressiva marginalizzazione del modo romanzesco, con “la tradizione del novel” che “conquista l’egemonia e sospinge il romance alla periferia del sistema” (Mazzoni 2011, p. 106), a rappresentare un anello centrale nella catena di pregiudizi che accompagnano la ricezione del romanzo d’avventura, almeno a partire da una certa altezza storica, dall’altra non mancano […] le sfumature intermedie, i compromessi, le forme di sopravvivenza più o meno clandestina di una serie di repertori (stilistici, retorici, immaginativi) che rendono lo sviluppo del racconto di avventure nella modernità di certo meno lineare e infinitamente più ricco di contraddizioni. Ad esempio, come ha notato Mazzoni, “gli archetipi di ciò che il lessico della critica chiama il romanzesco – quell’insieme di peripezie, rovesciamenti, riconoscimenti, proiezioni di attese e giochi del caso che servono ad avvincere il lettore”, e di cui gli scrittori di avventure faranno un largo uso, “emergono grazie al romance serio”, un genere intermedio, che sfuma le distanze tra i poli opposti e stabilisce un nuovo paradigma, in grado di turbare “il sistema letterario egemone” (ivi, pp. 156, 151)[2].
Anche nel caso del romanzo d’avventura non mancheranno terre di mezzo, zone di compromesso e tic discorsivi attraverso cui si manifesta, in modo più o meno sintomatico, quel “processo circolare” che investe le forme letterarie e ne permette la sopravvivenza anche quando sembrano definitivamente messe al bando: “I romances sono scartati nelle zone dei bambini e degli ignoranti, solo perché i loro motivi possano essere di nuovo evocati e registrati”. Un “ciclo di ritorno” che investe l’arte fabulatoria (Celati 2001, pp. 44, 45), e ovviamente anche una forma letteraria come il romanzo, che fa proprio dell’abilità nel raccontare uno dei suoi pilastri.
Forse la sfortuna del nostro lettore è quella di essersi imbattuto in una storia in realtà relativamente recente, che si delinea soprattutto quando il romanzo è investito dalle trasformazioni epocali che ne caratterizzano gli sviluppi in epoca moderna. Sta di fatto che è altrettanto probabile che molte delle contraddizioni che abbiamo abbozzato risiedano nelle radici stesse della parola avventura, nel suo carattere fluido e nella malleabilità potenzialmente infinita di un termine che, fin dalle origini, ha calamitato su di sé una pluralità di significati e di accezioni, generando equivoci interpretativi e ridefinizioni semantiche da cui vale la pena ripartire.
Note
[1] Il titolo originale dello scritto, pubblicato per la prima volta nel gennaio 1976 su “Esprit” (n. 453), è appunto Esquisse socio physiologique; la traduzione italiana da cui cito – a cura di Sergio Pautasso – è invece Leggere: schizzo socio-psicologico, ed è qui modificata per mantenere una maggiore aderenza al testo originale.
[2] Secondo Mazzoni, che parte dalla visione del romanzo moderno come forma della vita particolare, il romance serio “occupa un posto strategico nel divenire della letteratura europea perché i suoi eroi sono mossi dall’amore e dallo spirito di avventura, e non da scopi comunitari”; in questo senso, “sposta il baricentro della letteratura europea: introduce eroi che combattono per scopi individuali e non per scopi collettivi; si interessa al destino immanente delle persone, e non ai significati universali di cui le persone sarebbero portatrici”. Cfr. ivi, pp. 153, 162.
Riferimenti bibliografici
Celati G. (1975), Finzioni occidentali. Fabulazione, comicità e scrittura, Einaudi, Torino 2011.
Flaubert G., Correspondance, vol. II, Gallimard, Paris 1980.
Green M., Seven Types of Adventure Tale. The Etiology of a Major Genre, The Pennsylvania State University Press, University Park 1991.
Lavagetto M., Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust, Einaudi, Torino 2011.
Mazzoni G., Teoria del romanzo, il Mulino, Bologna 2011.
Perec G. (1985), Penser/Classer; tr. it. Pensare/Classificare, Quodlibet, Macerata 2024.
Perosa S. (a cura di), Teorie inglesi del romanzo 1700-1900, Bompiani, Milano 1983.
-, (a cura di), Teorie americane del romanzo 1800-1900, Bompiani, Milano 1985.
Queneau R., Le Vol d’Icare; tr. it. Icaro involato, Einaudi, Torino 1969. Traduzione di C. Lusignoli.
Rivière J. (1913), Le Roman d’aventure; tr. it. Il romanzo d’avventura, Pacini, Pisa 2013.
-, Quelques progrès dans l’étude du coeur humain, in “Cahiers Marcel Proust”, XIII, a cura di T. Laget, Gallimard, Paris; tr. it. Proust e Freud, Pratiche, Parma 1985.
Stevenson R.L., 1887 A Humble Remonstrance; tr. it. Un’umile rimostranza, in Id., L’isola del romanzo, a cura di G. Almansi, Sellerio, Palermo 1987, pp. 41-54.