di Giacomo Petrarca
[E’ appena uscito per la collana Eredi di Feltrinelli, Mosè. Dal mondo al libro di Giacomo Petrarca. Proponiamo le pagine iniziali del primo capitolo].
1. Fantasticare su Mosè
Libro
L’interrogativo che muove queste pagine potrebbe essere sintetizzato così: che cosa significa per Mosè ricevere le tavole sul Sinai? Per quanto eccentrica possa apparire, voglio intendere la questione nella maniera più letterale possibile, come domanda che mi coinvolge in quanto lettore del testo biblico.
Da dove iniziare, allora, a domandare di Mosè, delle tavole e del Sinai? Da dove iniziare a chiedere di lui, di noi, e di quei due supporti di pietra? E perché di noi? Cosa c’entriamo noi, lettori del testo, con la consegna delle tavole? Che cosa condividiamo con quelle tavole e che cosa condivide chiunque si ponga, come Mosè, nella condizione di ricevere qualcosa?
Ho la pretesa di credere che un simile interrogativo sia carico di risvolti per la comprensione di un ampio numero di fenomeni, di primo acchito anche molto distanti tra loro. Ne cito solo alcuni: che cosa conferisca consistenza narrativa alla parola e come si sia costituito quell’oggetto culturale che chiamiamo testo; cosa accada in una pratica di lettura e sotto quali spinte e tensioni sorga una prassi interpretativa; e poi, quale sia stata la legittimità teologico-politica di un certo discorso religioso intorno al libro, e perché continui a esercitare un grado di animosità tanto grande, anche quando il suo oggetto sembra essersi inesorabilmente dissolto.
Dunque, da capo: che cosa significa ricevere delle tavole sul Sinai? Provo a tradurre la questione in un’altra maniera. Per farlo ho bisogno di esibire fin da subito un certo filtro iconografico, che poi è molto più di un filtro legato alla composizione della scena, nel senso che ne costituisce la configurazione – prevalente e predominante – da due millenni a questa parte. Ci saranno state non solo un’ermeneutica, ma anche un’autorità e una consuetudine storico-culturale dalle quali questa iconografia ha pur trovato origine. Non voglio, però, costruire una narrazione alternativa. Al contrario, vorrei provare a scavare nell’immagine più consueta di questa scena, la prima che mi si offre allo sguardo, e cercare di ripercorrerne alcuni tratti. Servirmi cioè della più comune figurazione della scena sinaitica che sia in grado di immaginare chiudendo gli occhi, che sarà pur sempre un’inevitabile sovrapposizione di tante altre viste nel tempo o assorbite involontariamente (immagini pittoriche, statue, film, copertine di libri o cartoline). È un metodo discutibile, e ne riconosco l’arbitrarietà; ma, per ora, mi è sufficiente.
Ecco, la figurazione della scena risulterebbe più o meno così: c’è un uomo, di solito avanti con l’età, la barba folta e canuta, serio e accigliato, talvolta rabbioso; due strane protuberanze escono dalla sua testa simili a due corna (frutto – scoprirò poi – di un nefasto errore di traduzione, ma questo la mia immaginazione non può saperlo). Ci sono poi le tavole con la loro tipica forma arrotondata nella parte superiore, come fossero due porte ad arco: recano, in qualche raro caso, delle scritte in ebraico, altre volte più semplicemente una serie di numeri romani a richiamare i cosiddetti “dieci comandamenti”. Due mani, sospese in alto, porgono queste tavole al vecchio barbuto. Ci sono poi una montagna rocciosa e spoglia, con pochi arbusti – a soddisfare una certa aspettativa “esotica” dell’osservatore –, e nubi, fulmini e nebbie che danno al tutto un sapore da colossal hollywoodiano (in fondo, la resa filmica della vicenda sinaitica è un grande condensato di questa visione dominante di cui, nell’ultimo secolo, il cinema è stato la più grande camera di risonanza, ma che certo almeno quindici secoli di arte cristiana avevano contribuito a elaborare e diffondere).[1]
Il momento della consegna assume un carattere fortemente ostensivo: Mosè mostra le due tavole sollevandole in alto – non è chiaro se lo faccia perché non ha ancora ritratto le braccia o per esporle come un trofeo. A uno sguardo più attento, la solennità della scena appare goffa, persino ridicola se si pensa alla chioma cotonata di Charlton Heston. L’insieme è marcato da un pathos teso, gridato, con un protagonista nervosamente contratto, come a presagire l’imminente distruzione di quelle prime tavole e la vendetta per la costruzione del vitello d’oro.
Ho pensato tante volte a quanto possano essere pesanti due tavole di pietra di quel calibro e con quello spessore, e a come un uomo di quell’età possa disporre di un simile vigore per sorreggerle con tanta naturalezza (tralasciando poi la difficoltà del trasporto nella discesa da un monte che, è vero, non sarà una vetta himalayana, ma supera comunque i duemila metri). Certo, se è facile dimostrare l’innaturalezza plastica delle tavole che Charlton Heston sorregge senza alcuno sforzo (essendo evidentemente fatte di polistirolo), è più arduo indovinare la consistenza di quelle tratteggiate nella maggior parte delle rappresentazioni (in modo particolare dal Cinquecento in poi) con il loro peso, all’apparenza, insostenibile.
Non è che possa dirmi un grande esperto per quanto riguarda il trasporto di pietre e laterizi; tuttavia, nei miei ricordi di bambino, riaffiora l’immagine di mio nonno intento a spostare alcune lastre di marmo e travertino nel laboratorio di cui era titolare, e non mi pareva fosse un’operazione poi così agevole. È pur vero che, nei secoli, l’iconografia ha sopperito al problema dotando il vecchio Mosè di una muscolatura possente (come fece, in maniera eclatante, Michelangelo[2] o, qualche secolo più avanti, Gustave Doré); ma certo la perplessità resta. E resta se, dalle congetture sul loro trasporto, rivolgiamo l’attenzione al loro peso. Perché le tavole dovrebbero essere così pesanti? È vero, il testo ci dice che Mosè le ricava dalla roccia secondo l’ordine divino; eppure non c’è nessuna indicazione sulla dimensione: perché non tagliare e incidere delle tavolette sottili, simili peraltro a quelle che nell’antico Egitto venivano realizzate in terracotta, nettamente più facili da spostare? Qual è il peso reale di queste tavole che l’iconografia ha voluto enfatizzare in maniera così clamorosa?[3]
Se si scava un po’ nel testo e nella ricezione cristiana della vicenda, si comincia a scoprire che il peso delle tavole funge, in fondo, da metonimia iconografica. Ci si è serviti del loro peso materiale per esprimere, in realtà, il “fardello” del loro contenuto: i comandamenti, la legge ebraica. “Pesante” è la legge, come pesanti sono le tavole che ne recano la scrittura: è questo il sottotesto che ha mosso – più o meno consapevolmente – gran parte delle scelte di sculture o rappresentazioni dedicate a Mosè. Come vedremo più avanti, fin dai primi secoli della cristianità questa pesantezza sarà uno dei motivi portanti nella polemica antigiudaica contro la legge. E del resto, per più di due millenni, queste tavole devono essere apparse così pesanti nell’immaginario cristiano da non aspettarsi niente di meglio da Mosè se non che le distruggesse.
Ragionavo su questi e altri aspetti, quando mi è capitato di visitare la basilica di San Vitale a Ravenna…
[G. Petrarca, Mosè. Dal mondo al libro, Feltrinelli, Milano 2026, pp. 27-31]
Note
[1] Nel 1923 esce il film muto The Ten Commandments di Cecil B. DeMille che, trent’anni dopo, dirigerà il più celebre remake del 1956. Come è stato correttamente sottolineato, “nessuna rappresentazione o immagine di Mosè, dal 1956 in poi, ha avuto un impatto simile sull’immaginario popolare di Mosè. Charlton Heston, la cui presunta somiglianza con il Mosè di Michelangelo è stata immortalata in un ritratto in cui posa accanto alla statua, è diventato sinonimo di Mosè nell’immaginazione collettiva” (B. Britt, Rewriting Moses. The Narrative Eclipse of the Text, T&T Clark International, London 2004, p. 46, tr. mia). Segnalo, inoltre, la docuserie Netflix Testament: The Story of Moses (2024) che, nonostante alterni alle parti recitate interventi di studiosi con approcci diversi e differenti appartenenze religiose, non rinuncia a un massiccio impiego delle macchine del fumo
[2] Nel suo saggio Il Mosè di Michelangelo (1913), Freud conferisce un significato profondamente diverso alla possente massa corporea di Mosè modificando, in fondo, lo stesso esito del racconto biblico. Freud spiega come Michelangelo abbia “posto nel mausoleo del Papa un altro Mosè, che va al di là del Mosè storico o tradizionale. Elaborando il motivo delle tavole della Legge infrante, egli non le lascia spezzare dalla collera di Mosè, ma fa acquietare quest’ira attraverso la minaccia ch’esse possano rompersi, o perlomeno la frena mentre sta per passare all’azione. Così facendo egli ha impresso nella figura di Mosè qualcosa di nuovo, di sovrumano, e la possente massa corporea e la muscolatura formidabile del personaggio diventano il mezzo d’espressione fisico della più alta impresa psichica possibile all’uomo: soggiogare la propria passione a vantaggio e in onore di una causa alla quale ci si è votati” (S. Freud, Il Mosè di Michelangelo, in Opere, vol. vii, a cura di C.L. Musatti, tr. it. di S. Daniele, Boringhieri, Torino 1975, p. 322).
[3] È possibile trovare uno dei primi esempi di dismisura nella raffigurazione delle tavole in una scena delle Storie di Mosè sul Sinai (1531), presente nelle tarsie marmoree del pavimento del Duomo di Siena su un disegno di Domenico Beccafumi (1486-1551). All’interno di uno stesso riquadro, la composizione raccoglie più episodi della vita di Mosè: sullo sfondo riceve le tavole della legge in cima al monte Sinai, mentre in primo piano è rappresentato nell’atto di distruggerle. Mosè solleva le tavole sopra il capo in modo da scagliarle con più forza, ma la loro dimensione e il loro peso sono tali da costringerlo a una torsione del tutto innaturale del busto e dei polsi, che sottolinea la tensione drammatica e dolorosa della scena (si veda: B. Santi, Il pavimento del Duomo di Siena, Scala, Firenze 1982, pp. 61-63; mentre a pp. 53-54 sono presenti alcune riproduzioni dettagliate dell’opera). Beccafumi tornerà sul tema anche in un’imponente tavola per il Duomo di Pisa: Mosè che spezza le Tavole della legge (1538).