di Rodrigo Nunes

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di  
  
Emanuele Leonardi e Giulia Arrighetti

 

[Proponiamo un estratto dall’importante volume Né verticale né orizzontale, del filosofo brasiliano Rodrigo Nunes, recentemente tradotto da Enrico Gullo e pubblicato da Alegre Edizioni.

Nunes sarà impegnato in un intenso tour italiano di presentazione del libro: quindici tappe che lo porteranno da Palermo (lunedì prossimo, 20 ottobre) fino in Valle di Susa (7 novembre)].

 

Per una ecologia dell’organizzazione politica

 

 

Se si pensa l’organizzazione come un ambito dotato di relativa autonomia rispetto a qualsiasi dottrina o obiettivo politico specifico, è più probabile che si possano porre problemi che mantengono il loro potere di interpellare i loro destinatari a prescindere dal fatto che si definiscano leninisti, anarchici, autonomi, populisti, verticalisti o orizzontalisti. In questo modo la questione dell’organizzazione smette di essere un’arena per la reiterazione infinita di posizioni prestabilite e diventa invece un cantiere condiviso in cui tutti devono affrontare lo stesso insieme di problemi, anche se da angolazioni diverse.

 

Inoltre, aggirare l’approccio prescrittivo alla questione dell’organizzazione ci permette di mettere in luce i presupposti non detti che solitamente le ruotano intorno: che la domanda ammetta una sola risposta, che esista un’unica forma organizzativa a cui tutte le organizzazioni dovrebbero conformarsi, o addirittura un’unica organizzazione che dovrebbe sussumere tutte le altre. Di fatto, viene messa in discussione l’idea stessa che la domanda si debba porre al livello delle singole organizzazioni. Se partiamo dal chiederci che cosa è l’organizzazione, la prima risposta che troveremo è che si presenta in forme diverse e a livelli variabili. Questo significa, a sua volta, che dobbiamo essere capaci di tenere in conto anche le relazioni che le organizzazioni stabiliscono tra loro, quelle che gli individui non affiliati istituiscono tra loro e con le organizzazioni, e il sistema costituito dall’insieme di tutte queste relazioni. In altre parole, non possiamo pensare le organizzazioni isolatamente le une dalle altre se prima non abbiamo concepito l’organizzazione come pertinente all’intera ecologia a cui appartengono. Questo sposta la discussione da domande come “quale forma dovrebbero avere tutte le organizzazioni?” o “quale tipo di organizzazione dovrebbe sussumere l’intera ecologia?” a “come possono le diverse organizzazioni completarsi a vicenda?”, “quali strategie possono sfruttare al meglio le risorse e le potenzialità disponibili?”, “come si può migliorare il coordinamento senza che questo porti necessariamente tutto sotto lo stesso tetto?”. Tutto questo indica, infine, che ci siamo allontanati dalla presunta sinonimia tra “organizzazione” e “partito”. Non solo il partito cessa di essere presunto come il telos di ogni organizzazione, la sua forma più avanzata e il punto in cui convergono tutti i percorsi, ma il termine “organizzazione” finisce inoltre per riferirsi a una gamma molto più ampia di fenomeni, molti dei quali non si trovano in una sola organizzazione – e tanto meno in un’organizzazione di un tipo specifico.

 

La tendenza a ridurre “organizzazione” a “partito”, forse, si può far risalire a una sua più semplice riduzione a “organizzazione intenzionale”, e questa, a sua volta, a un eccezionalismo antropocentrico residuale che nega novità e sviluppo storico, limitando all’intelletto umano la capacità di produrre il nuovo. Se si è potuto trattare il termine “organizzazione” come opposto di “spontaneismo”, quindi, è proprio nel senso che era pensato per essere una rottura con ciò che “accade naturalmente”: con ciò che è irriflesso, che è meccanicamente determinato ad accadere, che è inscritto nella natura o in qualche tipo di essenza originaria. Anche quando si attribuisce allo spontaneismo un valore positivo non si riesce ancora a scrollarsi di dosso queste associazioni. Eppure questo eccezionalismo è qualcosa di cui abbiamo imparato a diffidare – perché gli sviluppi della scienza dal XIX secolo in poi ci sono serviti a disilluderci, ma soprattutto per la parte di responsabilità che ha giocato nel creare le condizioni per il dilagante cambiamento climatico di origine antropica. Il secondo principio che mi sono prefissato per questo libro, quindi, è stato quello di non fare dell’organizzazione politica intenzionale un “impero nell’impero”, ma di concepirla come parte – e sostanzialmente in continuità – con l’“organizzazione” nel senso più ampio possibile, cioè con l’organizzazione naturale (se intendiamo la “natura” in senso spinoziano).

 

Anche questa scelta ha alcune conseguenze importanti. La prima riguarda proprio il rapporto tra organizzazione e spontaneità. Se l’organizzazione è ovunque, la spontaneità non può essere intesa propriamente come una sua assenza, ma come un suo emergere; dà un nome all’apparizione e alla diffusione di un modello o di una struttura identificabile, per quanto debole o effimera. In effetti, un’assenza di organizzazione in senso stretto non esiste. O meglio, nulla di cui si possa dire qualcosa di significativo può essere descritto adeguatamente come “privo di organizzazione”. Questo significa, fra l’altro, che anche gli individui che non sono affiliati a nessuna organizzazione, o i movimenti che sono indipendenti dalle strutture tradizionali, sono organizzati a modo loro.

 

Un’altra conseguenza riguarda il rapporto tra organizzazione e autorganizzazione. Se pensiamo che la natura sia autorganizzata, l’organizzazione intenzionale va vista come un caso specifico di autorganizzazione, e non al contrario. (Se questa affermazione sembra controintuitiva è perché spesso si usa “autorganizzazione” sia in questo senso ampio, sia per riferirsi a uno specifico tipo di organizzazione intenzionale, che per evitare confusione potremmo chiamare “autogestione”). Ne consegue inoltre che l’“organizzazione politica” deve comprendere sia le forme di organizzazione intenzionali che quelle non intenzionali, e che tutte le forme di organizzazione umana vanno intese come modi specifici di plasmare dinamiche e tendenze che sono proprie dell’autorganizzazione in generale, invece di essere eccezioni isolate per le quali, per qualche motivo, queste tendenze e dinamiche non sarebbero valide. Questo implica che l’organizzazione può e deve essere pensata anche al di fuori delle intenzioni, delle credenze e delle giustificazioni ideologiche degli agenti – e questo è un altro motivo per cui si possono e si devono porre problemi che si applicano a pratiche organizzative di ogni tipo. Infine, immaginare l’organizzazione politica come un ramo di una teoria più generale della (auto)organizzazione ci permette di cercare ispirazione in diversi campi del sapere che si occupano di processi autorganizzati. Ciò richiede, in cambio, che cerchiamo di rendere le nostre scoperte compatibili con quelle di altri campi, che non significa seguirle pedissequamente ma cercare delle spiegazioni quando non si riesce a trovare una compatibilità con esse. In quest’ottica, ho preso in prestito da campi come la termodinamica e la cibernetica, la teoria delle reti, la teoria dell’informazione, la tectologia di Aleksander Bogdanov, la filosofia dell’individuazione di Gilbert Simondon, il pensiero di Baruch Spinoza, l’analisi istituzionale e il post-strutturalismo.

 

È possibile che questo tentativo di far derivare, in parte, una teoria dell’organizzazione politica da una concezione più generale dell’organizzazione esponga il libro ad accuse di formalismo o di eccessiva astrazione. Ed è un’accusa che in fin dei conti accetto volentieri, anche se spero che sia chiaro che attingo tanto dall’esperienza personale e dalla letteratura sui movimenti sociali quanto dai testi teorici. Questo non è un libro su come organizzarsi, essendocene già molti e validi, né su quale strategia seguire. Per rispondere a ciascuna di queste domande bisogna inevitabilmente partire da una serie di premesse, ma il mio obiettivo qui è quello di concentrarmi sulle premesse più che sulle conclusioni. Di conseguenza, questo è un libro su come pensare l’organizzazione e la strategia, e riguarda meno il trovare soluzioni che il fornire definizioni adeguate dei problemi. Questo approccio mi sembra giustificato per due motivi. Il primo è che solo se cerchiamo di porre la questione dell’organizzazione fuori da qualunque tradizione o dottrina politica particolare possiamo sperare di arrivare ai problemi che affrontano ognuna di esse e di sviluppare un linguaggio che possano condividere tutte. Per evitare di essere l’ennesimo verticalista o orizzontalista che argomenta la propria posizione, è stato necessario inventare un altro punto di vista. Il secondo motivo è che solo quando iniziamo a smontare le categorie che di solito diamo per scontate ci rendiamo conto di quanto il nostro pensiero sia ricco di incoerenze: desideri e idee incompatibili, residui di abitudini superate, slogan e pietismi vuoti, false associazioni di idee, dogmi non verificati, autoinganni volontari. Ogni tanto prendere le distanze dai nostri schemi preconfezionati e passare a un livello di astrazione più alto può funzionare come una specie di igiene mentale, un esercizio per rivedere i nostri assunti e chiarire le decisioni teoriche che vanno prese.

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