a cura di Laura Pugno

 

[In questa rubrica, un autore o un’autrice ci consegna le sue quattro parole chiave: un nome (comune o proprio), un verbo, un aggettivo e un avverbio, dal primo o dall’ultimo libro o dall’intero della sua opera.
Oggi risponde Viola Di Grado.]



Nome: ARPIE



Nel mio ultimo libro, Celeno l’oscura (Hacca 2025), tutto ha avuto inizio nel cielo. In cielo, le arpie tendono a starsene accorpate come ossa. Come impalcature di un edificio, come i morti sotto le ceneri di un terremoto. Non per proteggersi dai predatori ma dalla propria malinconia. Questi uccelli sanno di essere odiati da tutti, allora è nell’unione morbosa e collosa di becchi e occhi, mucose, mani, piume, che trovano una forma di consolazione. È uno dei tratti più umani che hanno: la capacità di risarcirsi del dolore con la forza della somiglianza. Nei loro nidi splendidi e mostruosi, fatti di rovi e profilattici usati raccolti nei parchi e caramelle rosse filamentose rubate a bambini petulanti, il loro abbraccio duro come un nodo può durare giorni interi, così come il loro languido guardarsi
negli occhi, un riconoscimento reciproco che somiglia agli specchi distorti dell’ottocento. Ma i loro tratti più stupefacenti non sono certo di natura umana. È ornitologica la loro capacità di riparare con il volo i torti che noi ripariamo con la violenza. Quando vengono ferite, spiccano il volo in solitaria e vanno
chissà dove, e quando tornano—sebbene a volte prive di un’occhio, o di un frammento alare— sono di nuovo serene, o quanto di più vicino alla serenità possono provare questi uccelli. Atterrare e rincasare è per un’arpia un dovere morale: tornare alla propria comunità di odiati dal mondo è di fondamentale
importanza. Quei nidi spettrali, di una bruttezza strabiliante, sembrano nella loro stessa apparenza deridere la natura grossolana e brutale della società umana. Sepolte negli agglomeriati di zucchero glitterato e gelatina di porco, nei filamenti rosa shocking e i resti di orsetti fluo in putrefazione, tra i rametti secchi a cui sono impigliate forcine per capelli e metodi di contraccezione, le arpie trovano la gioia. Proprio lì, in mezzo ai resti della nostra gioia, loro trovano una gioia di seconda
mano, usurata ma pur sempre gioiosa. È la gioia di stare insieme, ma è una gioia obbligata, nata per difesa e per risarcimento, e dunque minore. Le arpie sanno, anche mentre gioiscono, che il mondo le detesta. Il mondo detesta le arpie e
le arpie devono stare unite. L’intimità — il nascondersi nel nido, abbracciate— occupa nella loro società il ruolo che nella nostra occupa la religione.



Verbo: VEDERE


Fin da piccola mi sarebbe piaciuto, quando guaravo il cielo, vedere solo le cose che vedono gli altri. Aerei, luna, pianeti, nuvole innocue di cui in assenza di altre visioni la gente interpreta la forma: bambino! elefante! casa! pipistrello! Io,
come tutti i bambini, volevo solo essere normale. Invece ero una vedente. Di notte, tra le costellazioni innocue e tradizionali, vedevo ogni tanto uno stormo di arpie stagliarsi come una sagoma diversa, più fragile e palpitante, simile al rumore bianco di una TV che smette di sintonizzare. Questi stormi vengono
notati in cielo, appunto, solo da un certo tipo di persone. I vedenti. I vedenti sono le persone con un sistema nervoso instabile come zolle tettoniche, sottoposto spesso a sbalzi umorali e pensieri ossessivi. Solitamente si tratta di individui
affetti da depressione, ansia generalizzata o disturbo ossessivo-compulsivo, ma non mancano i vedenti affetti da disturbo borderline o altro. Queste persone, fin da piccole, notano quei lampi furiosi e neri in cielo, perturbazioni simili a dei glitch del creato, e allarmati raccontano ai genitori, che però solitamente pensano a una fantasia infantile. E’ da notare qui che spesso i vedenti sono, fin da giovani, medicalizzati con benzodiazepine e inibitori di ricaptazione della serotonina, per
tenere a bada l’irrequietezza e la tendenza a vedere il lato negativo dell’esperienza su questo pianeta. Se sia questa tendenza esistenziale alla caduta libera del pensiero, o piuttosto una particolare combinazione chimica del cervello, a rendere i vedenti in grado di distinguere gli stormi di arpie, non
è ancora stato stabilito. E’ probabile che, oltre una soglia di tristezza, la visione si acuisca, rivelando oggetti solitamente invisibili all’occhio umano.



Aggettivo: CONTORTI



Contorti e soggettivi come le macchie di Roschach, gli stormi di arpie si prestano a molteplici interpretazioni, un po’ come le nuvole, ma al contrario delle nuvole non favoriscono pensieri dolci e consolanti. Non capita mai, infatti, che vengano
associate a animali o volti umani, nè in genere a forme specifiche legate alla vita quotidiana. Al contrario, ogni stormo viene subito associato dai vedenti a un ricordo rimosso, a un senso di colpa o a un lutto recente. È infatti risaputo che lo
scopo di queste formazioni è diverso da quello degli stormi classici. Questi ultimi infatti compongono la figura fantasmatica di un grande volatile per spaventare i predatori, dando loro l’illusione che in cielo incomba un uccello gigantesco. Le arpie non vogliono far credere di essere altro da se stesse. Loro vogliono che tu le riconosca. Perchè è questo il loro trauma. Respinte dalle madri per la loro natura ibrida e mostruosa, per tutta la vita non desiderano altro che essere accettate per quello che sono.



Avverbio: INCREDIBILMENTE



All’inizio dell’anno nuovo mi iscrissi alla scuola di studi antropornitologici, e dopo tre anni scrissi una tesi dal titolo “rimpianto e nostalgia nelle arpie”. La tesi ricevette molte lodi, in particolare il capitolo sulle mummie di giovani donne nel regno dell’imperatore Traiano. Il dipinto su una di esse— di nome Cleopatra, come quella più famosa— la mostrava nelle sembianze della dea Hathor, che vinse la morte, e un meraviglioso uccello con un volto umano le ali spiegate, come a proteggere quell’anima verso l’Oltre. La mia teoria che già allora le arpie si occupassero, senza clamore, di scortare le anime nell’aldilà, ricevette grandi consensi e mi valse una borsa di studio nell’università segreta di Koh Tao, in Tailandia. Lì era tutto molto tropicale— la luce, le piante smaniose di luce a
mezzogiorno, persino i miei sogni erano esotici e splendidamente noiosi. Iniziai la mia ricerca accademica sul linguaggio silenzioso delle arpie, fatto di sguardi tristi e di gesti lapidari che a volte salvano.

1 thought on “Nome, verbo, aggettivo, avverbio /11: Viola Di Grado

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