a cura di Laura Pugno 



[In questa rubrica, un autore o un’autrice ci consegna le sue quattro parole chiave, un nome (comune o proprio), un verbo, un aggettivo e un avverbio, dal primo o dall’ultimo libro o dall’intero della sua opera.  

Oggi risponde Carmen Gallo].



Nome: Impossibile


Da tempo penso che riappropriarci della facoltà di immaginare l’impossibile sia l’unica via d’uscita, in un mondo sempre più instradato su un binario di cieca ottusità che non ammette deragliamenti.
Immaginare l’impossibile (aggettivo sostantivato) quando il possibile è diventato una stanza claustrofobica che ci lasciano abitare solo per non farci impazzire. Nell’ultimo libro, Procne Machine (Einaudi 2026), in un poemetto intitolato Le metamorfosi sono partita da una finzione impossibile – due uccelli impagliati che raccontano ciò che vedono delle nostre vite esplose. Volevo uno spostamento dello sguardo, in questo caso uno sguardo dall’aldilà, uno sguardo animale, uno sguardo femminile (sono una rondine e un’usignola) per indagare quel limite della nostra esperienza che può sembrare rassicurante, protettivo, ma è anche una gabbia invisibile che, se tentiamo di volare, ci fa sbattere la testa contro le sbarre senza accorgerci che non stiamo andando da nessuna parte.


Verbo: guardare


Nel primo libro, Paura degli occhi (2014), dopo una ossessiva insistenza sulla difficoltà di guardare la realtà, accennavo alla necessità di imparare a ‘sostenere lo sguardo del disastro’. Sono passati più di dieci anni, ed è ciò che alla fine ho provato a fare in Procne Machine. Dopo aver indugiato a lungo in una scrittura fantasmatica, essenziale – mi sembrava allora – per legittimare una presa di parola nel nostro tempo (per quanto obliqua, opaca), ho provato adesso a scendere a compromessi con quell’imperativo di lucidità e resistenza che mi ero autoassegnata. Non volevo però né schiacciarmi sulla realtà, né tradire il proposito dell’impossibile. Ho così provato a immaginare una lingua e un libro (quasi un concept album) che guardando gli aspetti più duri dell’esistenza fosse capace di dare forma a questo momento della mia personale ricerca.

Aggettivo: incombente

 

L’aggettivo (o participio presente) che mi viene in mente per Procne Machine è ‘incombente’. La minaccia che incombe sui corpi – alati e non – del testo è quella di un pericolo che viene dall’alto, che sovrasta. A un certo punto scrivo: “Come è possibile difendersi da ciò che ci minaccia o ci reclama dall’alto”. Il testo parte dalla paura dei volatili, ma si riferisce più in generale a ciò che dall’alto può esercitare un potere su di noi. La minaccia che incombe non è necessariamente animale o spaziale, ma direi soprattutto simbolica. Rimanda a situazioni in cui la nostra vulnerabilità è completamente esposta e in balìa di un’istanza verticale, gerarchica, che ci sovrasta e pretende di ribadire, con violenza, la nostra (presunta) inermità.


Avverbio: compatibilmente

È un avverbio che amo e che uso molto nella vita quotidiana, spesso in modo ironico. Come stai? ‘Compatibilmente’, rispondo, per evitare indagini ulteriori. Mi piace la sua patina di indulgenza nei
confronti dei propri limiti (‘faccio ciò che posso nelle condizion in cui mi trovo’). Mi piace il suo avere a che fare con la compassione, che è l’altro polo di quella macchina di associazioni che è Procne Machine. Lo spunto per questa sfumatura nel libro è venuto da un disco di Laurie Anderson, Heart of a Dog, in cui Anderson medita sulla morte della sua cagnetta ma alla fine, quasi come una sorpresa, ospita l’ultima registrazione di una delle più belle canzoni d’amore di sempre (per me): Turning Time Around di Lou Reed. In ‘compatibilmente’ sento il tentativo di adattarsi alle circostanze e alle persone per quanto possibile, senza negare la realtà, ma provando a mettere alla distanza di sicurezza dell’ironia ciò che potenzialmente ci ferisce. Per provare a ripristinare una forma di benevolenza verso se stessi e gli altri (compatibilmente).

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