a cura di Laura Pugno
[In questa rubrica, un autore o un’autrice ci consegna le sue quattro parole chiave, un nome (comune o proprio), un verbo, un aggettivo e un avverbio, dal primo o dall’ultimo libro o dall’intero della sua opera.
Oggi risponde Silvia Righi].
Nome: Rapimento
Quanto di noi dobbiamo lasciar rapire nel processo creativo e quanto di noi deve, invece, mantenere il controllo? E chi sceglie di sottrarsi, la scrittrice o le parole stesse?
La questione è: si potrebbe immaginare che il rapimento porti a ragionare per sottrazione, ma se ci si relaziona al rapimento mistico, ad esempio, ecco che il dato semantico si ribalta nel suo specchio, nell’eccesso, ovvero l’anima che fuoriesce dal corpo per congiungersi con Dio, inebriata dalla vicinanza di un’altezza intangibile. Inoltre, nel linguaggio comune, la medesima parola può accadere anche col senso più generico di piacere di natura erotica o intellettuale, e questo dimostra come l’intensità si generi dall’equilibrio di contrari e quanto sia ingenuo voler afferrare un’unica natura nelle parole. Nel libro Il rapimento di Lol von Stein di Marguerite Duras si mette in luce la connessione fra rapimento e desiderio: durante un ballo una donna vede sottrarsi da un’altra donna l’uomo che considera, anche se in modo opaco, l’amore della sua vita. L’altra è più vecchia di lei ma anche più bella. Questa donna, che non è altro forse che il fantasma di desiderio di Lol von Stein stessa, rapisce l’uomo con la danza e con lo sguardo e la mancanza diventa così l’eredità della protagonista, ma non l’unica, perché il suo desiderio si frammenta in fantasmi altrettanto desideranti e inizia un gioco di specchi in cui il rapimento dell’altro si tramuta nel fine gnoseologico, lo strumento per decifrare una realtà a cui lei, protagonista della storia, sembra non riuscire ad appartenere.
Verbo: Trasformarsi
Ciò che rimane in circolo non può estraniarsi in una forma codificata. Considero la trasformazione continua, il superamento del risultato precedente, la chiave per mantenere la tensione di ricerca all’interno della propria scrittura.
In questo senso, la parola è anche il luogo dell’identità, uno spazio in cui essa può evolversi, sperimentare, nascondersi o rivelarsi in base al grado di rischio, e di conseguenza di libertà, che chi scrive desidera prendersi in carico. In Demi-monde ho scelto di attraversare tutte le sfaccettature dell’io femminile per poi transitare a una figura priva di pronomi, quella della creatura, che si trascina in un bosco ai limiti del mondo per trovare uno specchio in cui vedersi finalmente completa.
Ex voto suscepto, è, invece, l’incarnazione, almeno nella prima parte, di una voce maschile, quella di un padre, un esperimento che mi ha permesso di vestirmi con abiti che ho sempre osservato appesi addosso a qualcun altro ma che non avevo il coraggio, o il desiderio, di vedermi addosso. E anche le domande che sorgono sono di nuovo più interessanti. Se descrivo il femminile visto dagli occhi di un uomo, ma sono io scrittrice ad aver scelto la pelle di un uomo, allora è la me-uomo o la me-donna che sta guardando? Oppure: entrambi. Oppure: il binomio è all’improvviso privo di significato.
Aggettivo: Perturbante
Il fantasma del rimosso è un incontro che non può far altro che spostare il nostro baricentro. Ci si aspetta un senso di calore nel confrontarsi con ciò che si conosce, non il senso di angoscia e terrore che di solito si ascrive all’alterità, all’alieno.
Ho scelto di costruire Ex voto suscepto come una casa di specchi: due sezioni speculari, ogni testo connesso a una feticistica parte del corpo che rimanda a un testo col medesimo titolo dell’altra sezione. Se nella prima parte il soggetto è la figlia di Dio che sceglie di manifestarsi agli uomini portando la legge dell’odio, e quindi rimettendo in circolo il caos e dunque un processo di ri-creazione, scrivendo il suo testamento incomprensibile direttamente sulla carne dei prescelti, nella seconda a parlare è proprio Silvia Righi, che scrive il testamento della sua storia familiare, se ne prende la responsabilità.
Dove risieda un grado maggiore di “io” in queste due manifestazioni, di realtà o finzione, non saprei dirlo, ma lo scopo era essere disturbante anche nei miei stessi confronti, oltre che verso quelli del lettore.
D’altronde lo specchio è la manifestazione suprema del perturbante ed è per questo motivo che è utilizzato così spesso nei film horror: è un artificio che non esiste in natura quello di potersi osservare in modo così definito, e dunque incontrare contemporaneamente se stessi e l’altro (che riconosci comunque come simile).
Avverbio: Contemporaneamente
Dal mio punto di vista, la poesia è l’arte in cui esiste, in assoluto, la possibilità. La capacità di questo linguaggio di agglomerare mondi semantici che avrebbero potuto non incontrarsi mai, di mettere in relazione spazi temporali che trascendono la logica della quotidianità e di travalicare la banale struttura sintattica della lingua, è la chiave per costruire mondi dentro ad altri mondi.
Quando mi è accaduto di voler traslare questo concetto in Demi-monde e in Ex voto suscepto non ne ho voluto fare solo un tema ma ho scelto di instillarlo nell’architettura dei libri: si trovano versi o espressioni che ricorrono nelle varie sezioni, risemantizzati, riscritti o attribuiti a voci altre. Questo perché le parole non appartengono a un solo tempo e il tempo stesso è unico solo nella nostra percezione. Ciò che è accaduto a noi – dolore, amore, perdita, desiderio – è già accaduto prima, accadrà dopo e sta accadendo nel medesimo istante. Comprendere questa possibilità significa non rimanere ingabbiati nel racconto solipsistico, comprendere che la stanza della nostra mente, il luogo delle nostre ossessioni, non è il punto di arrivo ma solo di osservazione, le cui pareti sfiorano quelle di stanze in cui qualcun altro stava già guardando.