a cura di Laura Pugno
[In questa rubrica, un autore o un’autrice ci consegna le sue quattro parole chiave, un nome (comune o proprio), un verbo, un aggettivo e un avverbio, dal primo o dall’ultimo libro o dall’intero della sua opera.
Oggi risponde Maria Teresa Rovitto].
Nome: Performance
Una performance artistica è il nucleo a partire dal quale e intorno al quale accadono gli eventi narrati nel romanzo L’aneddoto dei calchi (TerraRossa Edizioni). VB66 di Vanessa Beecroft è un tableau vivant dei corpi carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., al quale prendono parte come performer i due personaggi femminili. Il romanzo si apre, dunque, con la rappresentazione della morte che in maniera inaspettata e non convenzionale condurrà alla prosecuzione della vita biologica. Nel tempo della narrazione vi è un’inversione del nostro modo di pensare al ciclo dell’esistenza che siamo soliti considerare nel frammento vita/morte e che qui, invece, viene ripreso nella successione morte/vita. Eppure, non si vedrà nessuno morire e nessuno nascere, tutto resta sul piano della rappresentazione, dell’annunciazione: le esperienze cambiano il significato della realtà che viviamo, tanto quanto hanno il potere di farlo le nostre immaginazioni. Può succedere che la vita interiore si accresca tramite alcuni eventi che rallentano o accelerano certi processi creando uno spazio e un tempo che continuano a espandersi dentro di noi parallelamente a quelli reali. Una performance artistica è effimera per definizione, eppure, nonostante questa intrinseca caducità, e forse proprio per questa, il suo valore catartico e altamente conoscitivo si manifesterà attraverso il corpo. I corpi di questo romanzo hanno smesso di funzionare secondo la perfezione richiesta dalla clinica e dalla società e solo nei momenti in cui tornano alla performance sembrano recuperare l’armonia persa negli stati patologici fisici e mentali; il Narratore e, a volte, gli stessi personaggi, sembrano consapevoli che l’arte può aiutarci a comprendere quello che altri linguaggi, intenti a funzionare su un piano utilitaristico, non possono esperire. Se la filosofia, la scienza, l’economia falliscono di continuo nel parlare di morte, dolore, vita comunitaria, l’arte e la letteratura sembrano avvicinarci a un piano veritativo invitandoci a coltivare una parte non addomesticabile del nostro essere.
La partecipazione delle protagoniste alla performance resta però ambigua: loro non fruiscono dell’evento artistico in maniera disinteressata alla pari del pubblico (che lì può emanciparsi dal piano utilitaristico della maggior parte delle attività quotidiane) ma vi aderiscono come modelle in modo interessato. Il Narratore è molto incuriosito dalle loro motivazioni personali, così come da ciò che loro non possono controllare, e cercherà di indagare ricorrendo a forme che nel tempo sono diventate archetipiche.
Verbo: Inventare
In un romanzo il richiamo alla dimensione del possibile passa attraverso la trama e l’inventio ne costituisce l’azione radicale. La trama, per quanto sottile, essenziale, è spesso il meccanismo più congeniale per tenere insieme un certo tipo di materiale (esperienziale, onirico, speculativo) che nella vita potremmo definire di scarto, ma che nello spazio e nei tempi di un romanzo risulta superiore alla somma delle sue parti e continua a parlarci e a creare significato.
Se nella realtà dobbiamo diluire l’intensità di certi avvenimenti per istinto di sopravvivenza, nella parte inventata (sia quando ne fruiamo sia quando attivamente la concepiamo) possiamo permetterci di calcare, eccedere, esagerare un fatto, una sensazione, anziché schermarci, proteggerci; l’arte sembra essere una forma di distanza necessaria per comprendere la realtà. La parte inventata di un romanzo, ad esempio, può divorare il dato autobiografico fino a un esito narrativo in cui sarebbe difficile trovarne traccia, così come succede nella parte inventata di una coreografia o di una performance. Durante le prove la coreografa Pina Bausch poneva domande e lanciava suggestioni ai suoi ballerini che riguardavano esperienze personali, Qualcosa sul tuo primo amore, sensibilità del singolo, C’è un modo per aiutare gli animali a morire, o situazioni di vita quotidiana, Scarpe strette. Loro rispondevano con dei movimenti che lei poi inseriva, secondo un preciso metodo di composizione, in una coreografia, e così lo spettatore non si rendeva più conto di assistere a manifestazioni della vita e dell’interiorità dei danzatori.
La possibilità di immaginare e di creare che si nutre della vita, agisce poi di ritorno sul piano cognitivo e biologico fino a influenzare i nostri pensieri e le nostre azioni.
Nel romanzo L’aneddoto dei calchi si mette in scena questo processo: il potere trasformativo dell’arte si manifesta sul piano biologico anche alla luce di un dialogo e di un confronto serrato tra arte e scienza, con tutto ciò che di grandioso e terrificante quest’ultima da sempre prospetta.
L’arte si nutre della vita e la vita si nutre dell’arte, fino a quali possibili esiti? In una società che ha raggiunto un certo grado di benessere e un alto livello tecnologico e nella quale circolano opere d’arte e soprattutto immagini di opere d’arte ad nauseam sarebbe opportuno interrogarsi.
Aggettivo: Nero
La pittura usata per dipingere i corpi nudi delle modelle della performance è nera. Il colore nero è la rappresentazione di ciò che ha preservato i reperti e la città di Pompei meglio di ogni altro insediamento del mondo antico. Il colore nero è dunque anche il simbolo di questo paradosso: proprio grazie a una tragedia, l’eruzione del Vesuvio, si sono create le condizioni ideali per la conservazione dei luoghi. Questo ci ha permesso di affinare la nostra conoscenza di quella civiltà. Questo movimento riprende quello seguito dall’impianto narrativo del romanzo: dalla morte alla vita.
Durante il processo creativo, e quindi durante la stesura del testo, il colore nero è per me diventato sempre più concreto e sempre meno astratto; grazie a un mio amico pittore, ho compreso i diversi processi adottati nei millenni per ottenerlo attraverso la macinazione dei colori, l’estrazione e la purificazione degli oli, la riduzione in polvere dei pigmenti. È stato suggestivo scoprire che per secoli il nero come pigmento venne in gran parte prodotto mediante combustione, quindi fuoco, cioè luce; come il nerofumo, il nero di vite, il nero animale, il nero di mummia.
Si potrebbe affermare che il nero è in fondo della stessa materia della luce, un differente stato fisico-chimico (ontologico) della luce.
Avverbio: Ieri
Il passato nel romanzo gode di un vero e proprio allestimento scenografico: gli scavi archeologici. Livia, la protagonista, è un’archeologa, ma per lei questa non è solo una professione, quanto un rifugio, una fuga. Sebbene sia fondamentale provare sempre a essere consapevoli di ciò che è stato, restare radicati nel passato, esasperare la parte meno indulgente dell’identità e non essere in grado di accogliere i cambiamenti vuol dire rischiare una dissociazione dalla realtà, vivere in un quotidiano che non esiste più. Prima di Zoa, per Livia il presente aveva smesso di essere un campo di possibilità. Grazie all’amica di origini greche Livia inizierà a riconsiderare il presente: la Grecia, ad esempio, che per lei è solo un luogo remoto, un concetto archiviato, diventerà uno spazio vivo, animato da proteste e istanze contemporanee; così la morte, che lei maneggia attraverso i reperti archeologici, diventerà una reale possibilità grazie alla partecipazione alla performance; inoltre, Livia inizierà a usare mezzi attuali di presenza e di comunicazione come i social nel tentativo di restare in contatto con Zoa; scoprirà che i greci suoi contemporanei usano ancora parole come anarchia, per lei masticate solo in greco antico, certa che fossero desuete. Per rispondere sì alla vita, al presente, Livia deve però riscattarsi anche da quel passato rappresentato da una sorta di archeologia genetica e fare quindi i conti sia con ciò che è rappresentato dal padre, affetto da una malattia autoimmune dell’apparato digerente potenzialmente ereditabile, che con ciò che ci si aspetta dal suo corpo-donna, la riproduzione. Due apparati quindi anche anatomicamente contigui.
Come trovare il giusto equilibrio per proteggersi nel presente senza finire, come una malattia autoimmune, a eccedere e attaccare sé stessi con le proprie difese immunitarie?
Livia, da ex danzatrice, sa che il corpo ha memoria e riconosce che questa capacità è spesso salvifica; al tempo stesso sente l’esigenza di svuotarsi dalle identità che non ha scelto, evitando così di trasformare essa stessa in un reperto archeologico, un corpo eterno sì, ma inattuale, non presente, agito e non agente.
[Immagine: Vanessa Beecroft, vb66 performance, Mercato Ittico, Naples, Italie, 2010. photo : © 2012 Vanessa Beecroft (particolare)].