a cura di Laura Pugno

 


[In questa rubrica, un autore o un’autrice ci consegna le sue quattro parole chiave, un nome (comune o proprio), un verbo, un aggettivo e un avverbio, dal primo o dall’ultimo libro o dall’intero della sua opera.

Oggi risponde Julian Zhara].

 

Nome: bambino. Definire bambino: un bonsai di adulto. Treccani scrive che è l’essere umano nell’età compresa tra la nascita e la fanciullezza. Bambino è anche quando sei un adulto, tendenzialmente maschio, che si comporta da, ovvero fa: gesti, azioni, ha: modi, infantili, per non dire scemi. Bambino è il protagonista di Baby Birba. Bambino è mio nipote, piccolo piccolo, che io chiamo patato, macaco, Buddhino (da piccolo Buddha) perché ha la panzetta e le guanciotte, gli occhietti gioiosi e furbetti, e a un annetto e mezzo pensa solo a mangiare – e a giocare. Sorride tanto con i suoi 4 dentini e mezzo, tenta di dire amm amm quando ha fame, mamma quando vuole qualcosa e tata baba quando indica qualcuno. Ogni tanto, anzi spesso lo chiamo “raggio di sole”; il perché è facile: quando gioco con lui ciao ciao tristezza, mi scrolla tutta la polvere della stanchezza che a quel punto va a nascondersi sotto il cuscino. L’altro giorno mimavo un’ambulanza mentre giravo il mappamondo con lui a ridere e a battere la sua manina-rametto di bonsai luminoso sul mondicino. Si è fermato a indicare dove bambino, definire bambino = cadavere. Ci sono particine del mondo dove i soldati sono così carini e premurosi da trasformare i bambini in cadaveri per risparmiargli il male che la vita; lo sanno i soldati che soffriranno e tum tum, tam tam, basta dolore, meglio morti che vivi a penare. Spesso li lasciano proprio così, sparsi per terra, come pollini dei fiori a coprire il terreno, in primavera – sperano, forse, li porti via il vento, o le api vengano a succhiare la loro infanzia. Raramente, quando si ricordano, e lo fanno solo i soldati che prima erano agricoltori, li sotterrano, per coltivarli. E quelli, dentro la terra sono tuberi, in quanto tuberi sono loro stessi radici. Sono i bambini cadaveri, finalmente felici (– èrra, tutti giù per terra).

 

 

Verbo: Del verbo – il tempo, ad affascinarmi è il tempo, verbale. Quando sono arrivato in Italia, in seconda media, nel 1999, mi piaceva il passato remoto perché in provincia di Padova non si usava. Poi avrei scoperto, col tempo, che dal Po in su il passato remoto non prende domicilio nelle bocche delle persone quasi mai. All’università, quando sono entrato in contatto con amici del sud, ho capito che non è un tempo seppellito nei libri di grammatica o nei racconti fantascientifici. Esiste, è vivo. Ancora oggi, quando lo sento usare, mi viene da sorridere come se qualcuno dicesse una parolaccia in mezzo a una preghiera, come un attacco di Tourette in mezzo a una poesia; ancora oggi nel mio linguaggio e parlato e scritto, in forma di poesia o prosa, a mancare è proprio il passato remoto, quindi approfitto di questa occasione per utilizzarlo in poche righe più che nel resto dei miei 27 anni in Italia, per raccontare una storia.
Un ragazzo venne in Italia in seconda media da un paese dell’est e il preside della scuola, precisamente dell’Istituto Comprensivo Parini di Camposampiero, gli chiese se dopo le medie voleva lavorare in fabbrica o studiare. Il ragazzo rispose “studiare”. A quel punto, il preside gli consigliò di ripetere la seconda media e non accedere subito alla terza perché, testuali parole, “i voti di là li comprate, lo sappiamo”. Il ragazzo, trattene la rabbia e si fece una promessa: uscire dalle medie con ottimo, anche per dimostrare al preside che “di là” non aveva comprato i voti, non solo perché non avrebbe comunque avuto i soldi. E glielo andò a dire in ufficio, finito l’esame di terza. Come ultimo saluto. Avrebbe voluto tanto spaccargli la testa sulla scrivania. Ma non lo fece. Se ne andò, semplicemente, a mangiare un gelato.

 

 

Aggettivo: pasoliniano. Pasoliniano è come lynchiano, un sostantivo che ha imposto dei codici estetici così riconoscibili nel tempo, ricorrenti, da essere diventato un aggettivo. Il sogno di qualsiasi autore è diventare aggettivo, vestire un nome, dei nomi, come una divisa. Bellezza pasoliniana, ovvero quasi sempre un maschio con lo sguardo torvo e la mascella squadrata, popolana, da pubblicità bianconero D&G; poi ci sono umorismo keatoniano, angoscia lynchiana, atmosfera proustiana, situazione kafkiana, tragedia shakespeariana. Vestire i nomi è il compito degli aggettivi e si sa, l’abito fa il monaco, finché si giunge al fatto che certi nomi li riconosci, almeno nella lingua italiana, proprio in base all’aggettivo, non più, ormai, di accompagnamento ma sustanziale. Il nome senza l’aggettivo è come un essere umano senza amore; vive lo stesso, ci mancherebbe, ma è incompleto. Pasolini, prima di diventare pasoliniano, era stato tante cose quindi tanti aggettivi. Per quello lo hanno ucciso. Non solo fisicamente. Hanno iniziato molto prima. Perché i troppi aggettivi erano spesso in conflitto tra di loro, creando confusione negli altri. E un intellettuale, in Italia, non può dismettere la divisa e vestirsi in costume da bagno ma con la cravatta. Peggio: nudo.

 

 

Avverbio: suavemente [trad. it. dolcemente, soavemente]. Suavemente è il singolo trainante dell’omonimo album del 1998 di Elvis Crespo. In breve, questo merengue, ha conquistato tutte le classifiche, aleggiando nelle piste di balli latini come il mix sudore-ormoni-desiderio. 25 anni dopo l’uscita del singolo, un dj stava “suonando” il pezzo in una luccicante discoteca della provincia veneta quando, verso metà canzone, in mezzo alla pista, un uomo ha preso per il collo la sua compagna, rea, così confessava dopo ai buttafuori, di aver guardato per tutta la canzone un altro ballerino, lì vicino. In verità oltre a prenderla per il collo, l’ha anche schiaffeggiata, tirato i capelli da dietro alzandole la testa e spinta a terra. In breve, si è creato un cerchio attorno. Lei nemmeno piangeva, da quanto – così hanno dedotto tre amiche lì per la festa di compleanno di una – era abituata. I buttafuori, arrivati quasi subito a fermare l’uomo senza grossi traumi, gli hanno detto che ste cose le fa a casa sua e non in pubblico. Un altro uomo, successivamente, ha offerto dell’acqua alla donna, rialzata da terra. Nel mentre un’altra ragazza ha chiesto al barista un bicchiere col ghiaccio per darlo alla ragazza picchiata, così non le si gonfiava la faccia. La musica non si è mai fermata e almeno un quarto della pista ha continuato a ballare, non accorgendosi di nulla, nell’estasi che questa hit ha innescato. Suavemente, bésame / Que quiero sentir tus labios / Besándome otra vez.

 

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