a cura di Laura Pugno

 

In questa nuova rubrica per LPLC, un autore o un’autrice ci consegna le sue quattro parole chiave, un nome (comune o proprio), un verbo, un aggettivo e un avverbio, dal primo o dall’ultimo libro o dall’intero della sua opera.

 

Oggi risponde Claudia Durastanti.

 

Nome:

 

“Amalia Spada” (o Ada Barbaro) (o A). Di solito ho collocato i miei personaggi in ambientazioni contemporanee, con incursioni nel passato che al limite si spingevano fino agli anni Settanta. Ma avevo intenzione di esplorare in che modo il nome è il conduttore di un destino, di un carattere, e con Missitalia ho avuto l’opportunità di farlo esplicitamente: Amalia Spada è un nome difficile da gestire in un tempo storico che non sia epico, avventuroso e in qualche modo magico e ferito (Amelia mi riporta ovviamente ad Amelia la fattucchiera che ammalia del mondo di Topolino). Se la stessa donna si fosse ritrovata catapultata in un’altra epoca, come sarebbe mutato il nome? Da qui Ada Barbaro, che invece accompagna la desaturazione della scrittura anche con un nome più breve, da secondo dopoguerra, qualcosa che può rievocare certe storie di Cesare Pavese (anche in questo romanzo si tratta in fondo di tre donne sole). Dalla mia percezione “infantile” della fantascienza invece discende un nome come A, senza punti, per la terza protagonista: ossia dalla convinzione o speranza che andando in avanti tutto si farà più chiaro ed essenziale, magari intersecandosi con le teorie di Manifesto cyborg di Donna Haraway rispetto all’identificazione dei generi delle creature natural-culturali. Missitalia tratta la narrazione di genere come un recipiente rotto da cui colano molti materiali che la diluiscono a tratti e contaminano in altri. I nomi delle protagoniste sono un riflesso di questa idea.

 

Verbo:

 

“Lasciare”. Se dovessi ridurre il mio ultimo romanzo a una scena, sarebbe quella legata allo scontro di forze tra Amalia Spada, una contrabbandiera che ospita fuggiasche e reietti nella sua casa nei calanchi, e Rosa Spina, una specie di social justice warrior che si mette in testa di far saltare una fabbrica tessile e lottare contro il progresso calato dall’alto in Val d’Agri. Un giorno davanti casa arriva una cavalla morente, che ha perso il suo cavaliere, e la donna adulta vorrebbe accopparla mentre l’adolescente vorrebbe salvarla. A un certo punto della cavalla non importa a nessuno, e la tensione tra Amalia Spada e Rosa Spina diventa espressione di un conflitto incentrato sul lasciare andare o meno. Per me Amalia Spada (che pure madre non è, nel romanzo) esprime una maternità iper-idealizzata, quella che spinge a dire che è importante accompagnare le cose alla fine, lasciarle andare, non accanirsi, familiarizzare col lutto, abituarsi a un certo tipo di solitudine. Mi sembra una vocazione inevitabile e crudele, ma appunto profondamente materna. Rosa Spina non lascia niente, come vari personaggi nel romanzo ha un “problema ecologico” legato all’accumulazione, e nel suo usare strumenti sbagliati per opporsi alla fine, di fatto la facilita e la innesca. Il tema del lutto rispetto alle risorse – energetiche ma anche affettive – e soprattutto delle false conoscenze e chiacchiere sul lutto è tenuto insieme proprio dalle varie apparizioni del verbo “lasciare”.

 

Aggettivo:

 

“Assolata”. È il modo in cui ho deciso di qualificare alcune parti della parola Sud, definendone la U centrale proprio come una conca in cui va a finire la S che dà l’avvio alla parola. Missitalia è un romanzo sulle forme e le idee che hanno accompagnato la costruzione del Meridione, anche attraverso una dimensione propriamente sonora. “Assolata” si presenta insieme ad assassinata, ad assalto, ad aspirata (nel senso di qualcosa che viene risucchiato ma anche desiderato, a modo suo). Poiché si tratta di un testo in cui è la Val d’Agri stessa a fare da madre e da matrice, gli aggettivi che lo definiscono sono legati al territorio, parole che tendono a confermare la supremazia della geografia sulla storia.

 

Avverbio:

 

“Forse”. Ci sono molte occorrenze di questo avverbio in Missitalia, a partire dalle primissime pagine, in cui volevo trattare le false conoscenze o fake news come uno slabbramento cognitivo di lunghissima durata, mettendo in relazione il pensiero cospiratorio iper-informato di oggi con la tendenza a creare affabulazioni e mistificazioni nell’Ottocento, anche per supplire alla lentezza delle informazioni in circolazione. Ma forse è anche un rimando al futuro anteriore, che è il tempo ideale della storia che ho deciso di raccontare, quando una forma di pacificazione per i personaggi non deriva tanto dalla prospettiva memoriale (“mi è successo questo”, “sono stata questo”, temi che ho già affrontato ne La Straniera qualche anno fa) quanto dal concludere che il proprio passato è sentiero che si biforca costantemente, in cui a volte ci si riconosce e altre no, e si è pronti a dire “forse sono stata questo”, “sarò stata questo”. Il futuro anteriore tiene insieme sia i fatti sia i sogni, e mi sembrava il più adatto per un falso romanzo storico e falso romanzo di fantascienza.

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