di Stefano Redaelli
[E’ uscito da poco per Neo edizioni Beati gli inquieti, di Stefano Redaelli. Ne presentiamo un estratto].
Mi sono chiesto perché nessuno frequenti i matti.
Ho trovato tre ragioni:
1) i matti non mentono.
2) i matti ci vedono.
3) i matti sono nudi.
I matti dicono sempre una verità.
Anche quando parlano di persone e cose che noi non vediamo, non sentiamo, che non esistono, proprio allora stanno dicendo una verità.
I matti leggono l’anima.
Quando ci guardano, non ci si può nascondere.
D’un tratto dicono una cosa, magari assurda, non si sa che cosa c’entri eppure ci riguarda, parla di noi. Ci hanno visto.
I matti spogliano.
Non si può restare vestiti al loro cospetto. Nel deserto si indossano pelli di animale e si mangiano cavallette. Se ci si vuole vestire bene e nutrire in modo normale, è meglio restare a casa.
Bisogna essere idioti per non capire i matti.
Bisogna avere il coraggio di frequentarli.
Non posso andarmene adesso.
Inizio appena a conoscerli, a prendere familiarità con i loro volti, le loro voci. E loro con la mia penna. Mi cercano, prendono la parola, vogliono che scriva. Credo che si fidino.
Chiederò a una collega di sostituirmi per la prima settimana di lezione all’Università. L’inizio dell’anno accademico è una formalità: presentazioni, descrizioni dei corsi. Le restituirò il favore, quando ne avrà bisogno. Credo che non avrà niente in contrario e neppure la dottoressa, se prolungo il soggiorno di una settimana. Ci parlerò lunedì.
Non mi dà pace il pensiero che nessuno riceva una visita.
Dove sono i parenti, gli amici? Hanno chiuso da quarant’anni i manicomi. Gli ospedali non sono più carceri. Ora si può entrare e uscire, gli ospiti non sono pericolosi, sono sotto cura, una cura competente, finanche amichevole. E allora?
Mi vengono in mente tre ragioni:
1) i matti sono feriti. Ci fa male guardarli.
2) i matti sono liberi. Noi no.
3) i matti sono di vetro. Come una lente, uno specchio.
Una volta ho preso un passaggio per Roma dal marito di un’amica. Viaggiavamo con la sua macchina aziendale, una Mercedes di lusso, solo gli optional saranno costati quanto un’utilitaria. Lui è il direttore, mi ha detto cosa producono, l’ho dimenticato. L’amica mi ha chiesto come si lavora in Polonia, abbiamo parlato di paesi in via di sviluppo, del nuovo asse economico europeo, della crisi in Italia. A un certo punto ha preso la parola il direttore, che fino a quel momento era rimasto in silenzio a trafficare il computer di bordo.
«A me i paesi poveri mi mettono tristezza».
Ha detto solo questo (ha detto anche a me mi) ed è tornato a premere bottoni e girare manopole.
Da quel momento ho smesso di parlare. Mi è passata la voglia. Sono rimasto muto fino al casello.
Usciti dall’autostrada, ho dato qualche indicazione su dove sarei sceso, ho ringraziato educatamente, preso le mie valige e voltato le spalle. Volevo scuotermi la polvere dai sandali.
«I paesi poveri mi mettono tristezza».
Capite? Chi va a trovare i matti? Chi ci va?
Il direttore con la Mercedes non ci va, se no diventa triste.
La prima volta che sono andato allo zoo non mi sono divertito per niente. Avevo dodici anni. Non ci sono più tornato. Non è che mi annoiassi, mi rattristavo. Gli animali sembravano liberi, a casa, ma non lo erano, anche se non c’erano gabbie. Erano isolati, in mostra. Si potevano vedere, toccare, ma non si poteva restare lì con loro, né si poteva farli uscire. Non erano liberi. Non potevi diventare loro amico.
Ho chiesto a mio padre perché stessero lì.
«Perché così possiamo conoscerli da vicino, non solo dai libri di scuola».
«Possiamo portare la scimmia a casa?»
«Non si può».
E allora a che serve?
A che servono le mie ricerche sulla follia?
Anch’io sono venuto qui per vedere i folli da vicino, conoscerli, perché i libri non mi bastavano più.
Conoscerli o farci amicizia?
Per l’amicizia occorre la libertà, altrimenti è studio: della loro libertà. E studio vuol dire distanza, controllo. La loro libertà mette in crisi la nostra. Per questo gliela togliamo. Però vogliamo capire perché sono liberi di dire e fare quello che gli passa per la testa, perché loro sì e noi no.
Non dirò alla dottoressa quello che non mi piace di questa struttura; non voglio offenderla, le sono grato di avermi accolto, ma non dirò quello che penso. Non le urlerò in faccia: perché non viene mai nessuno? Mi sa dire dove sono finiti tutti? Parenti, amici? E dategli un pacchetto di sigarette, benedetto iddio! Un pacchetto ciascuno!
Se fossi libero lo farei e forse sarei anch’io un paziente.
Invece non sono libero, non lo faccio. Quindi posso continuare il mio studio con il più nobile intento di conoscere, capire.
Proust pensava che i suoi lettori non leggessero i suoi libri, ma se stessi; il libro era solo una lente d’ingrandimento attraverso la quale si sarebbero letti.
Se la letteratura è una lente d’ingrandimento, la follia è più potente. È lente e specchio.
Non pensate che l’immagine sia deformata.
Ci mostra come siamo fatti negli strati più profondi dell’anima, quelli nascosti.
Se questa cosa vi mette tristezza, non andate mai a trovare i matti.
[Immagine: Foto di Roberto Lorenzetti].
Non frequentiamo i matti perché la loro angoscia, libera e non elaborata, ci viene trasmessa. E guardare nell’abisso nel quale guardano loro è tremendo, intollerabile. Lo possiamo fare solo con grande fatica.
Io andavo a trovare mia sorella e notavo il bisogno delle altre persone, di essere ascoltate, di poter parlare, chiedere un favore, magari un pacchetto di sigarette. Era bisogno di affetto, secondo me soffrono molto per l’abbandono. Il vuoto e la diffidenza che si crea intorno a loro. Questa cosa l’ho vissuta direttamente. I conoscenti si allontanavano e isolavano la mia famiglia sapendo della malattia di mia sorella. Anche personale medico….. Poi quando è mancata tutti intorno a mia madre per le condoglianze. A cosa serve il dopo se prima ti dimentichi volontariamente del tuo prossimo. Mia sorella quando le portavo le sigarette mi diceva che erano le sue amiche. Mi manca molto anche se penso che abbia finito di soffrire in questo mondo dove si da importanza all’apparire. Lei era pura come un giglio, era troppo fragile per questo mondo.