di Elena Santagata
Nell’ormai trascorso 2025, anno all’insegna delle celebrazioni montaliane, con ben tre anniversari – i cento anni dalla pubblicazione di Ossi di seppia (1925), i cinquanta dall’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura (1975) e i sessanta anni dalla relazione finale tenuta da Montale al Congresso per il VII centenario della nascita di Dante Alighieri (1965) – è stata pubblicata la traduzione, a cura e con una prefazione di Marco Sonzogni e Yuanyuan Liang, introduzione e traduzione dall’inglese di Carmen Lega, del saggio The Ladder of Vision (1960), La scala della visione, di Irma Brandeis.
Irma Brandeis, personalità cosmopolita e poliedrica, è originaria della stirpe ebraica austriaca dei Goldmark-Brandeis, legata alle correnti messianiche eterodosse. La famiglia è tra le più in vista di New York: Irma è infatti nipote di Louis Dembitz Brandeis, membro della Corte Suprema degli Stati Uniti e consigliere di Roosevelt. Dopo la laurea al Barnard College nel 1926, consegue il dottorato in letteratura medievale comparata alla Columbia University e ha la possibilità di entrare in contatto con alcuni dei più noti studiosi europei. Numerosi sono, durante gli anni Trenta, i suoi soggiorni in Italia, luogo amato che è costretta a lasciare definitivamente allo scoppio della seconda guerra mondiale per fare ritorno negli Stati Uniti, dove si dedica non solo alla ricerca e all’insegnamento, ma anche a un impegno civile concreto, collaborando con l’Office of War Information durante il conflitto. In tale senso si muove l’interpretazione di Paolo De Caro nel suo ultimo volume, Ma se ritorni non sei tu,[1] nel quale lo studioso ricostruisce il viaggio europeo intrapreso da Irma nel 1938: attraverso una ricognizione puntuale dei luoghi attraversati e delle coordinate temporali (in particolare la sosta a Lussinpiccolo, luogo d’intelligence e d’intrighi internazionali), De Caro dimostra che la donna si trova in quell’anno in Europa, alla vigilia dello sterminio, al fine di svolgere il ruolo di “salvatrice” del suo popolo, impegnata a orientare gli ebrei europei verso gli Stati Uniti e la Palestina.
Nel 1944 Brandeis entra a far parte del corpo docente del Bard College a New York, dove insegna letteratura italiana, francese e comparata fino al 1975. La storia d’amore tra Brandeis e Montale, basata su una forte connessione umana e intellettuale, nasce nel 1933 e si conclude all’inizio del conflitto mondiale. Per lunghi anni Irma non vorrà che la relazione con il poeta sia resa nota, sia perché Montale è all’epoca compagno ufficiale di Drusilla Tanzi (Mosca), che sposerà nel ’63, sia perché l’immagine ingombrante del suo alter ego, Clizia, potrebbe oscurare il suo operato di studiosa.
La traduzione di The Ladder of Vision ha il merito non indifferente di far conoscere in Italia la figura della dantista, nota principalmente attraverso il riflesso letterario della produzione montaliana, la quale restituisce l’immagine di una donna sui generis, amante della poesia, appassionata di gatti e animali esotici, studiosa di biografie di santi poco noti e poeti barocchi di scarsa reputazione.
Non sorprende che Montale, in occasione del Convegno dantesco, subito dopo aver citato Dante (1929) di T.S. Eliot, nomini proprio The Ladder of Vision, descrivendolo come “quanto di più suggestivo” avesse letto “sull’argomento della scala che porta a Dio”. In quella circostanza, pochi dei presenti si sono resi conto che il poeta aveva rivelato l’identità storica della sua musa letteraria, Clizia, le cui iniziali appaiono nella dedica della sesta edizione delle Occasioni (1949). Per Irma, l’interesse per Dante è legato a doppio filo alla storia d’amore con E.M. se in un appunto del febbraio dell’Ottanta scrive:
Ho cominciato a insegnare non sapendo niente salvo un po’ di italiano. Al Sarah Lawrence College ho cominciato a capire un po’ di ciò che stavo perdendo, dovendo vedere un po’ di ciò che accadeva nella critica e nella nuova letteratura. […] Fu uno studente che mi costrinse a leggere Dante… Ne ho letto di più in seguito. Dopo la morte di Nico [Kaltchas, n.d.a.] e la consapevolezza della perdita di E. M. ho cominciato a intuire che cosa stessi leggendo in quel libro. Un altro povero tentativo di vivere la vita. Ho cominciato a cambiare pelle.[2]
The Ladder of Vision. A study of Dante’s Comedy, pubblicato a Londra nel 1960 da Chatto e Windus, racchiude anni di ricerche e di lezioni della Brandeis tra il Sarah Lawrence College e l’Italia e ha il grande merito, secondo le parole di Montale, di «spiegare l’allegoria in ogni parte»,[3] mostrando come nell’opera dantesca la dottrina non escluda la poesia e la visione medievale non annulli il valore dell’interpretazione di stampo modernista.
Il valore degli scritti di Irma non è passato del tutto inosservato se in Perché Dante? di John A. Scott la sua produzione è vista come portatrice di elementi innovativi e originali. Calcando forse eccessivamente l’onda anti-crociana («but he was wrong»[4] scrive fermamente Brandeis riferendosi a Croce al principio del suo lavoro), la studiosa propende per una visione unitaria del poema dantesco come «a poem; and integrated poem; thus, whole poem, without any dissidence between structure and other elements», in cui insomma non vi sono singoli e isolati momenti lirici, ma, per citare le parole di Montale, una «ben dosata miscela di poesia (intuizione) e “letteratura” (tessuto connettivo, commento esplicativo)»,[5] senza che l’una debba prevaricare sull’altra. La parte più convincente e originale dello studio della Brandeis risiede nel motivo della luce come elemento conduttore ascensionale: il poema, nella sua organicità, muove dai cupi antri infernali verso il Paradiso, in un vero e proprio cammino di ascesa, simile, per l’appunto, a una scala che si avvicina sempre di più al Creatore a dimostrazione dell’unitarietà del poema dantesco.
The Ladder of Vision si nutre della lettura di Singleton, secondo il quale «meanings are in the things»[6], ma anche dell’influenza di Auerbach, la cui eco si percepisce chiaramente nella duplice possibilità interpretativa del termine figura: sono le figure, sia in senso letterale sia prefigurativo, a regnare nella Commedia e a renderla, per citare le parole dello stesso Montale, «il poema […] più gremito di figure nel senso proprio o nel senso della prefigurazione e della profezia, in nessun altro poema la storia reale o quella atemporale del mito e della teologia furono mai così strettamente fusi».[7]
Montale crede davvero nelle intuizioni di Irma? Oppure, nonostante il tempo trascorso, continua ad avere la mente annebbiata dalla passione per quella giovane americana con la frangetta, amante dei gatti e travolta da un iperattivismo quasi febbrile, che era andata a cercarlo (letteralmente) a Firenze? Probabilmente la verità sta nel mezzo, se, come scrive Lega, nel giudizio di Montale «si rifletteva non solo un’ammirazione intellettuale, ma anche il segno di un debito culturale e umano che il poeta avvertiva nei confronti della studiosa»[8].
Col passare degli anni, nelle lettere a Lea Quaretti e a Margherita Dalmati, Montale finirà per ridurla a una definizione spregiativa, “l’americana”, quasi come se volesse cancellarne il nome e con esso la presenza stessa: come se la «carta a vetro» avesse ormai «raschiato a dovere» la memoria, assottigliando fino quasi a dissolverli i contorni del passato. Il fatto che l’amore tra Irma ed Eugenio fosse inscritto nel segno di Dante si intuisce anche dal “dono” che il poeta fece alla donna: un esemplare della Commedia in edizione ridotta, La divina commedia. Con postille e cenni introduttivi del prof. Raffaello Fornaciari, pubblicata a Milano da Ulrico Hoepli nel 1904. Si tratta di una cosiddetta “edizione minuscola”, destinata alle letture pubbliche e all’uso scolastico, corredata da una dedica manoscritta: «a Irma / E. M. / 1938».
Il ricordo della Brandeis rimane vivo nella memoria di Montale fino alla fine. Ne sono testimonianza gli estremi Altri versi, in cui Irma riappare non più come messaggera salvifica della Bufera, ma come donna reale: scrittrice, dantista, fine conoscitrice di San Bonaventura («Non mi sono addentrato nella selva / né ho consultato San Bonaventura come C. / che Dio la protegga», Rimuginando). Con lei il poeta immagina di trovarsi nell’Aldilà, dopo la fine del mondo, a commentare insieme, come era loro consuetudine amorosa, alcuni passi della Commedia («Ci troveremo allora in non so che punto dove non è spazio / se ha un senso dire punto dove non è spazio / a discutere qualche verso controverso / del divino poema», Ho tanta fede in te, vv. 6-9). La loro storia d’amore si chiude così ancora nel segno di Dante, che suggella l’unione di due anime incontratesi e riconosciutesi grazie ai versi e nei versi della Commedia.
La traduzione di The Ladder of Vision consente dunque, da un lato, di ricostruire ancora una volta la parabola di Clizia dalle Occasioni fino all’ultima raccolta e, dall’altro, di valutare quanto del pensiero tutt’altro che ovvio di Irma Brandeis, studiosa di Dante, sia confluito, in forma rifratta e spesso sotterranea, nella poesia montaliana, contribuendo all’interpretazione di alcuni dei passaggi più problematici della Bufera. Non è però casuale che, nel saggio introduttivo, Marco Sonzogni e Yuanyuan Liang richiamino in apertura un detto cinese (越描越黑), traducibile approssimativamente così: «più si descrive una cosa, più la si oscura» e forse nessun proverbio è più adatto per sintetizzare il cuore della poesia e della vita di Montale.
Note
[1] P. De Caro, Ma se ritorni non sei tu e altri scritti montaliani, Centro Grafico Foggia, 2023.
[2] I. Brandeis, Irma Brandeis (1905-1990). Una musa di Montale, Balerna, Edizioni Ulivo, 2008, cit., p. 147.
[3] E. Montale, Esposizione sopra Dante, in E. Montale, Il Secondo Mestiere, II, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori, 1996, p. 2686.
[4] I. Brandeis, The Ladder of Vision. A Study of Images in Dante’s Comedy, London, Chatto & Windus, 1960, p.13.
[5] E. Montale, Poeti francesi, in Sulla poesia, a cura di G. Zampa, Milano, Mondadori, 1976, p.394
[7] E. Montale, Esposizione sopra Dante, in Il Secondo Mestiere, cit. p. 2683.
[8] I. Brandeis, La scala della visione, a cura e con prefazione di Marco Sonzogni, introduzione e traduzione di Carmen Lega, Milano, Biblion, 2025, p. 13.