di Hugo Bertello
[Esce il 10 febbraio per TerraRossa Edizioni Notturno elettronico, romanzo d’esordio di Hugo Bertello. Ne anticipiamo alcune pagine].
Hello world è il predicato minimo di qualsiasi linguaggio di programmazione. Hello world è la più elementare tra le interazioni uomo-macchina. Hello world è la prima locuzione prodotta da un qualsiasi essere umano che si affacci al mondo della programmazione informatica. L’insegnante dirà: «L’esercizio consiste nello scrivere un codice che imprima una riga di testo sullo schermo». A quel punto lo studente inserirà poche istruzioni nel terminale, e la macchina risponderà mostrando quelle due parole: Hello world, io ci sono.
Cominciai a interessarmi alla programmazione circa due anni fa in seguito a un evento spiacevole ma non del tutto inaspettato. Il direttore del dipartimento di matematica mi convocò nel suo ufficio per esaminare i miei ultimi risultati scientifici e mi comunicò che, non avendo prodotto pubblicazioni di rilievo, il nostro rapporto a breve si sarebbe concluso.
In quanto ricercatore precario, avevo due strade davanti. La prima mi conduceva verso una nuova borsa di post-dottorato in un ateneo in giro per il mondo: il battito d’ali di una farfalla, un’email aperta o cestinata, e mi sarei ritrovato a ricominciare una nuova vita nella tetra Düsseldorf, in un paesino rurale dell’Iowa o in Nuova Zelanda.
La seconda strada mi allontanava dal mondo dell’accademia, portandomi verso un’occupazione più pratica. Ho sempre detestato la pratica. La considero un ripiego per chi non ha né l’ambizione né il talento per perseguire la teoria. Un cerchio teorico può essere descritto da una semplice equazione ed è un’entità perfetta. Un cerchio pratico è uno scarabocchio su una lavagna, la sezione recisa di un albero o l’orbita oblunga di un corpo celeste più piccolo attorno a uno più grande. È penoso ammetterlo, ma nell’intero universo non esiste un solo cerchio fatto come si deve. È stato questo a orientarmi verso la teoria, dunque verso la matematica.
La mia passione sbocciò alla scuola elementare, quando mi accorsi che distinguersi in questa materia era una facile scorciatoia per guadagnarmi i favori di genitori e insegnanti. Fu durante l’adolescenza, tuttavia, che l’attrazione divenne irresistibile. Al liceo vivevo nel mito di Évariste Galois, un francese dai lineamenti sottili che per me rappresentava l’archetipo del genio romantico: a diciott’anni gettò le basi della teoria dei gruppi e a venti morì a causa delle ferite riportate in un duello. Più tardi la mia infatuazione si spostò verso Aleksandr Ljapunov, un russo dallo sguardo torvo annoverato tra i pionieri della teoria del caos. Con la mia prima fidanzata, non facevo altro che parlare dell’immensa coerenza dimostrata da Ljapunov nello spararsi un colpo in testa il giorno stesso della morte di sua moglie. Nei primi anni di università mi appassionai infine a Srinivasa Ramanujan, un indiano cresciuto in un villaggio rurale che imparò la matematica da autodidatta e dimostrò centinaia di teoremi affidandosi al solo intuito. Egli attribuiva la propria ispirazione alla dea indù Namagiri, la quale gli svelava le formule durante il sonno.
Aspiravo anch’io a lasciare un’impronta nella storia di questa disciplina e scelsi di dedicarmi all’Ipotesi di Riemann perché tra tutti i problemi era considerato il più difficile. A duecento anni dalla sua formulazione, nessuno si era azzardato a proporre una soluzione.
Quella di Riemann è un’ipotesi sulla distribuzione dei numeri primi, ovverosia di quei numeri interi a partire dai quali è possibile produrre tutti gli altri – come se fosse una ricetta per produrre gli elementi che costituiscono l’intelaiatura della realtà. Chiunque abbia avuto a che fare con l’Ipotesi si è accorto di come il suo studio porti allo sviluppo di formalismi che si estendono a campi del sapere lontanissimi tra loro, come l’algebra, la geometria, la genomica o la fisica delle particelle.
Mi convinsi che si trattasse dell’anello di congiunzione tra il mondo delle idee e quello fisico. La sua dimostrazione avrebbe fatto luce, forse, sul mistero del cosmo.
Purtroppo, giunto ai trent’anni, le mie ricerche giacevano su un binario morto e non avevo soldi. Il licenziamento dal dipartimento mi costrinse ad accettare un lavoro da informatico.
Nell’organigramma aziendale, occupo la posizione di Ingegnere per l’Intelligenza Artificiale. Malgrado l’alone di mistero che si porta appresso, si tratta di un mestiere piuttosto convenzionale. Dal lunedì al venerdì, dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, esamino le tracce di centinaia di migliaia di utenti che si aggirano nei meandri di Internet. Da esse deduco abitudini e desideri e faccio sì che ognuno venga raggiunto dagli annunci pubblicitari che hanno una maggiore probabilità di convertirsi in acquisti.
Non c’è nulla di teorico nel mio lavoro. È un cerchio venuto male.
Il mio impiego ha anche i suoi lati positivi: in ufficio i ritmi sono blandi, gli orari flessibili e imparo qualcosa di nuovo ogni giorno. Inoltre, il rapporto con il mio nuovo capo è sorprendentemente sereno. Lui ammira il mio passato da ricercatore, io rimango allibito di fronte al suo incrollabile ottimismo e alla sua ingenua ambizione di cambiare il mondo.
Come il fondatore di un ashram indiano o come il leader di un partito rivoluzionario, il mio capo fa parte di quella ristretta cerchia di individui che consacra la propria vita a un’unica, grande missione. Non passa ora del giorno o della notte senza che si strugga su quale direzione dare a un nuovo prodotto, come moltiplicare le vendite e battere la concorrenza. Con tanta determinazione, se solo si fosse dedicato a qualcosa di più teorico delle politiche aziendali, a quest’ora avrebbe già scoperto un metodo per comunicare con gli uccelli o uno stratagemma per convogliare l’energia prodotta dai fulmini.
Gli esordi con i colleghi, al contrario, si sono rivelati piuttosto deludenti. Loro si dimostravano sordi ai miei richiami culturali di nicchia. Io rimanevo ammutolito in pausa pranzo durante i dibattiti interminabili a proposito di sport e serie tv del momento.
A salvare la situazione sono stati i videogiochi. L’ambientazione spesso fantascientifica richiede competenze che ho maturato in anni di letture. Saper indicare la via di fuga all’interno di una nave spaziale aliena o le armi adatte per sconfiggere un’orda di replicanti mi ha permesso di conquistarmi un discreto prestigio sociale.
Ogni sera, tornato a casa, preparo la cena, mangio, poi mi interrogo se tutto ciò basti a illuminare il mio cammino. Concentrarsi sulle piccole sfide quotidiane può infondere un senso di fiducia nell’avvenire. Eppure, non Riesco a scacciare la sensazione che il mio corpo sia tenuto in vita artificialmente. O che il mio petto, anziché un cuore che batte, contenga un antro vuoto.
Nei momenti di debolezza mi lascio sedurre dall’idea di essere destinato a qualcosa di più grande. Poi per fortuna vengo travolto dalla vergogna. Piuttosto che all’isterica corsa al successo che orienta la società contemporanea, mi sento affine alla filosofia buddista, che insegna che la sofferenza è causata dall’attaccamento, il quale è conseguenza del nostro desiderare troppo. Rimane però un punto da chiarire: se abbandoniamo ogni aspirazione, che cosa ci rimane?
Sin da piccolo, ho sempre avuto l’ambizione di diventare speciale. Non mi importava di cosa si sarebbe trattato: potevo diventare il più bravo di tutti nella matematica, nel salto con la corda o nell’arte di schiacciare le noci con le mani.
Sul finire dell’adolescenza, ho capito che non avrei mai raggiunto l’eccellenza. Allora ho deciso che mi sarei accontentato di lottare per un’esistenza libera dai condizionamenti imposti dal mio paese e dalla mia famiglia.
Il presente, purtroppo, rivela che ho tradito anche quest’ultima aspettativa.
La sola forma di anticonformismo che mi rimane è di vivere una vita da conformista in un paese non mio.
Hello world, questo sono io.
Codice

-> Hello world!
Anatomia di una casa
Non mi piacciono i lampadari, mi sembrano patiboli per impiccati che abbiano rimandato la scelta definitiva. Al centro del mio appartamento pende una semplice lampadina, aggrappata con tutte le sue forze a un cavo che scaturisce da una fessura nel soffitto. Quando schiaccio l’interruttore, sprigiona la sua luce aspra, quasi violenta. All’inizio tale visione mi provocava dolore agli occhi, poi poco alla volta ci ho fatto l’abitudine. Ormai posso fissare quella sfera abbacinante sospesa a mezz’aria senza battere ciglio.
Qualche tempo fa, mentre pranzavo alla mensa universitaria, accennai distrattamente all’argomento in presenza di alcuni colleghi del dipartimento di astronomia. Il loro interesse si rivelò tale che fui costretto a organizzare una vera e propria spedizione scientifica. Una sera, i pochi eletti entrarono nel mio appartamento con riverenza, togliendosi le scarpe come in moschea, e rimasero a bocca aperta ad ammirare la mia nana bianca che si accendeva e si spegneva con malizia nel vuoto cosmico della stanza. Dal giorno del mio arrivo a Helsinki ho sempre vissuto a Kallio, un ex quartiere operaio divenuto enclave bohémien, che ospita oggi un gran numero di gallerie d’arte, negozi di antiquariato, caffetterie, locali per il karaoke e giardini segreti dalla fioritura brevissima. Il mio edificio si trova a pochi passi dalla stazione dei vigili del fuoco e da un’imponente chiesa in granito, la cui aiuola è disseminata di tane di conigli.
L’amenità del quartiere lo rende estremamente ricercato sul mercato immobiliare. Per questo pago un affitto esorbitante per un appartamento a dir poco striminzito.
Barcamenarsi in venticinque metri quadri comporta dei vantaggi inattesi. Gli scarsi margini di manovra mi costringono a muovermi con consapevolezza, come se fossi il maestro di un’antica arte marziale. Inoltre, mi permettono di immaginare il mio monolocale come l’interno di un pulmino in cui vivo una vita vagabonda. Spesso mi siedo sul divano come se fosse un sedile, appoggio i piedi sul davanzale e osservo paesaggi sterminati scorrere oltre la finestra.
Una sistemazione del genere naturalmente comporta anche qualche fastidio. Il più evidente è che, nonostante i miei sforzi di riorganizzare il mobilio, lo spazio che separa il lavello della cucina dal letto non potrà mai superare le sei spanne. Ogni volta che ci penso sprofondo nella malinconia. Alzarsi al mattino e veder baluginare una pila di piatti con avanzi in decomposizione è un richiamo troppo forte alla caducità della vita.
Pochi giorni dopo essermi stabilito nella mia nuova dimora a Kallio, contravvenni a una regola sacra per i finlandesi, che stabilisce di non disturbare mai uno sconosciuto senza un motivo valido. Scendendo le scale, incrociai una vicina e, dopo averla inchiodata con lo sguardo, presi a disquisire di antiche arti marziali e dello scarso spazio a mia disposizione. Lei ascoltò senza interrompere e, quando finalmente tacqui, rispose laconicamente che avrei potuto utilizzare come ripostiglio il solaio, il cortile o il sottoscala. Insomma, facessi ciò che volevo, purché non mi venisse in mente di cacciarmi nel seminterrato. Quell’ammonimento accese la mia fascinazione per il proibito.
Nei giorni successivi aguzzai l’udito e sentii versi indecifrabili e violenti tonfi provenire da sotto il pavimento. Una sera, mentre quei suoni da Minotauro impazzito si facevano più insistenti, aprii il pannello del salvavita e tirai giù la levetta. Avevo un movente per perlustrare il sottosuolo.
Scoperchiai una botola antincendio, percorsi un lungo corridoio e riemersi nella luce al neon di una sala dove un uomo di bassa statura si affaccendava tra imponenti treppiedi in metallo. Quando si accorse della mia presenza, non emise alcun suono animalesco. Disse soltanto: «Buonasera, la posso aiutare?». Col mio finlandese incespicante, spiegai che ero un vicino. Lui, passando all’inglese, replicò: «Visto che sei qui, vuoi sapere cosa sto facendo?».
Mi presentò i suoi treppiedi o, come li chiamava lui, “unità robotiche” e mi spiegò che erano stati programmati per rispondere ai movimenti di chi si trovava all’interno dello spazio che delimitavano, producendo reticoli di luce colorata. Mi chiese: «Vuoi provare?». Feci cenno di sì e lui si allontanò. Dopo qualche istante, sentii un grido dal fondo: «Pronto?».
Le luci della sala si spensero e le unità robotiche si risvegliarono alzando delle telecamere sferiche sorrette da delle aste. La stanza fu invasa da una luce violacea, modulata da fronti d’onda calmi e rilassanti che davano la sensazione di uno spazio acquatico. Chiesi se potevo muovermi. Il Minotauro, che mi stava sorvegliando dalla sua posizione defilata, acconsentì.
Le unità robotiche reagirono ai miei movimenti, dapprima lenti e misurati, modificando lo spettro luminoso verso tonalità più calde. Quando invece scossi con veemenza le braccia, sulla volta della stanza emerse un affresco dai motivi geometrici, che si formava e si disfaceva alla stessa velocità delle mie convulsioni.
«Mi sembra di trovarmi su un’astronave in orbita attorno al pianeta Solaris», dissi.
«Solaris?»
«Sì, come nel film di fantascienza.»
«A essere sinceri ho tutt’altra intenzione. Vorrei creare un’atmosfera da grotta ancestrale, servendomi del laser al posto del fuoco», rispose lui.
Percepii uno scatto alle mie spalle. Le luci al neon si riaccesero con uno sfarfallio e le propaggini ricaddero nei loro involucri. L’uomo mi riferì che avevo appena assistito all’anteprima di un’installazione artistica commissionata dal museo d’arte contemporanea di Turku, poi si scusò per le cattive maniere e disse di chiamarsi Jussi, infine mi chiese cosa mi avesse condotto lì a quell’ora tarda. Appreso del mio guasto elettrico, si offrì di darmi una mano. Verificammo insieme che il pannello principale fosse in ordine, quindi salimmo nel mio appartamento. Non appena Jussi alzò la levetta del salvavita, la mia nana bianca lo aggredì con la sua luce albuminosa piena di collera. Lui non batté ciglio.
Prima di conoscere Jussi, pensavo che il tempo scorresse al solo scopo di banalizzare le persone. Oppure di annientarle, se non si lasciano banalizzare. Dovetti ricredermi: superata la soglia dei settant’anni, lui conservava una scintilla di giovinezza sfrenata.
Sono entusiasta all’idea di leggere questo libro. La sinossi promette una storia unica e sicuramente originale.
Uno stile di scrittura impeccabile.