di Giovanna Cristina Vivinetto 

 

[Esce domani per Crocetti Editore Ogni corpo ritorna, il nuovo libro di poesia di Giovanna Cristina Vivinetto. Proponiamo alcuni testi in anteprima web].

 

Comincia adesso a perlustrare
questa solitudine ricurva come una schiena,
l’osso più appuntito della mente.

 

Da una fitta nebbia tornarono i nostri corpi,
capimmo che ci riconobbero dal modo
in cui arrossirono. Piccole mezzelune violastre
affollavano la pelle del petto, le guance.
Si chinarono. La carne sommitale
si squarciò in mezzo per permetterci di entrare.

 

All’inizio della vita come all’inizio dell’amore
c’è un gesto definitivo di separazione,
un movimento brutale. Qualcosa
comincia ad amputarsi e non si vede.

 

E solo a noi è dato credere
di essere liberi di ignorare questo dolore.

 

*

 

Li guardiamo giocare da lontano.
Nell’erba ridono come se la terra
potesse trattenerli per sempre.
Ogni tanto si avvicinano piano,
ci sorridono: chiedono quando
torneremo di nuovo. E mentre
rispondiamo, qualcosa li disperde,
una voce, una luce tra i rami.

 

Afferrano altre mani, se ne vanno
i bambini che siamo stati.

 

*


Ricordo questo andare obliquo
senza pareti né muri a sostenerci
ma qualche tetto di casa in fondo
e sempre un pezzo di bosco su di un lato.

 

Affacci il volto oltre la soglia
dei cespugli. Cosa si perde qui
mi chiedi e io lo so, so che devo
difenderti, trattenerti al di qua
della linea immaginaria,
spaventarti con voce di orso.

 

Conosci il suono raccolto
dentro l’ossatura del mondo.
Questi i passi, la voce
di lepre conficcata nel vento,
l’amore che ci tiene dentro un corpo vero.

 

L’aria si scurisce dentro il temporale.
Il tempo ruota su se stesso,
è un osso. Si riavvolge
l’attimo che ha aperto la ferita.

 

Il giorno si ricompatta su di noi
come un coperchio di metallo
e tu non sai più parlare, ogni corpo
che abbiamo avuto sulla terra
è ancora innocente.

 

*

Dice corpo e il corpo di prima
accorre da una quiete di boscaglia,
da un’alta luce assiepata nella stanza.
Da bambina credeva nella durata,
in ciò che è destinato a consumarsi.

 

Dice corpo e adesso il corpo deve
indietreggiare fino a quella striscia di tregua
della mente dove nessun’idea di corpo
esiste ma esiste l’intenzione di esserci,
la voce di sua madre dentro il telefono
quando senza attese, parlando di poco,
parlando di niente, un giorno le ha detto
ricordi quando eri bambina, quando eri piccola?
ma in nessun punto perlustrato
della sua infanzia lei è stata una bambina
e la voce nel telefono ricuciva le ferite, gli sbalzi,
le restituiva ora un preciso immaginario.

 

Non c’è difesa in questo corpo, in questo
spazio tormentato che attraversiamo
dove le mani si raccolgono a scudo.
Eppure c’è un modo nel linguaggio
in cui talvolta ci sentiamo meno soli,
una postura nella lingua, uno schermo
con cui diciamo: vola alta paura, vola
lontano da noi, fa’ che questo dolore
si alzi con il vento e finalmente abbia un senso
.

 

*

 

Non avevo che qualche ossuto strumento
per parlare. Stare insieme agli oggetti,
farne cunicoli, canali di scolo dove
scorrere, diluirmi o restare in silenzio dilatandomi
dentro l’acqua. Potevo chiamarli
oppure allontanarli ma non potevo uscire da me.

 

Per guardare c’erano cose minuscole
che non gridano vendetta. Piume, spille,
fogli dove talvolta si screziava un verbo.
Mi vedevano per come ero, vera
e imprendibile, veloce come margini di bufera.
Eppure come ero, non lo ricordo più.

 

Attraversare le stanze, ripercorrerle
avanti e indietro, piegarsi sul pavimento.
Nel movimento la polvere si stacca dagli oggetti,
si innalza verso un punto di pace tra la finestra
e il buio. C’è stata una tristezza qui, è vero,
e ora sai soltanto la sua distanza, la nebbia
che si è posata su ogni cosa vista, toccata.

 

Anche oggi abbiamo avuto corpi mortali,
corpi difettosi ma alti, pieni di luce e di vento.

 

*

 

Aperti come vertici di absidi,
veloci come immagini tese dentro
il fuoco, ognuno consegnato al suo arco,
la torsione che spinge in alto il movimento.

 

Non chiedo molto. Appena un riposo
dopo lo spavento, un giaciglio perfetto,
una lingua all’altezza di ciò che temo.

 

Il corpo che è uscito dall’infanzia
si inclina, sciama con il vento se lo sfiori.
Scuoto il cespuglio della mia famiglia.
Foglie intorno come in un riparo di fortuna.

 

Cercavi un destino alto e acuminato
come i futuri radenti i muri, ardenti,
così somiglianti al rovescio dentro la specie.

 

Eppure il destino è piccolo, bambina
mia, entra appena in una mano.
Se lo pronunci, lo scompagini. Lo svoli
come la polvere leggera che gli oggetti non riescono a trattenere.

 

*

 

Ho costruito un altare per ogni separazione.
Non la morte ma un suono più tenue
come l’incrinarsi del ghiaccio sotto i piedi.
Chiamavo e voi in risposta accorrevate
perché non sapevate fare altro che rispondere.
Il mondo lassù era di una lucidità opprimente.
Qui potevo avere nomi che non raschiassero
ma una penombra come un sasso dentro l’acqua di fiume.

 

La vita che è seguita è stata questo
ricompattarsi di masse lontanissime
con galleggianti verde smeraldo in superficie.
Avrei potuto unire i punti come segni su una mappa.
Avrei scoperto dove conduce il dolore.

 

Ma non c’è niente che possa ferirmi
in questo rettangolo di terra su cui mi sdraio,
nessuno che possa dirmi: alzati, sciocca,
lei non vive più ma danza leggera sulla sabbia
e ti soffia i granelli sugli occhi con il suo
andarsene, la sua assenza ti rimane schiacciata dentro la gola.

 

Di ritorno a casa, nel cortile dove legano le bici
senza farmi vedere mi sono piegata nel buio.
Nel buio ho lavato la mia notte con la sua.

 

*

 

Si era allontanata da un greto dove i rami
affollandosi graffiavano la lastra del pensiero.
Tutto era soffocato da quella distanza.
Più in alto, in un punto cavo del paesaggio,
un merlo piegava le ali grigio-gelo
del mattino come se ci fosse ancora tempo

e il tempo fosse una ciotola da svuotare.

 

È un peccato – disse – che loro non le vedranno,
tutte queste cose non avranno sbocco.
E la voce subito si confuse con il nitore
del terreno battuto dalla sua paura.
Poi aggiunse: non resistere se non puoi dimenticare.
E anche se era ormai lontana, lei sentì.

 

Cosa fare dello sconforto che ci insegue?
Il vento spella via la notte dai platani.

 

Non è molto ma guarda adesso
come si asciugano i tuoi spettri
all’aria, come tintinnano
finalmente carichi di sole.

 

 

*

 

Impalcature

 

A volte penso che ricominciare da capo potrebbe essere l’unica via. Vedere l’effetto che fa. Disfare i legami come viticci avviluppati che offuscano la confidenza dei volti. Cercarli di nuovo in quello che scriviamo, poterli ricomporre ma senza sgomento. Ripetersi: il tuo corpo non è la tua casa. Il corpo non è un luogo dove si può stare comodi. Il corpo è un posto da cui non si può fuggire. Queste cose insieme che tintinnano e stridono sulla lastra d’argento della mattina. Ancora non riconosco il dolore dei corpi quando ce li ho davanti, quello che rinserrano. Credo davvero non esista bellezza senza spavento. Lo spavento è la radice di glicine che si è espansa una notte sull’impalcatura della mia esistenza. Cos’è che ci impedisce di sprofondare, di spaccarci in mille modi il cuore?

 

*

 

Confini

 

Il dolore di stare insieme agli altri ci spinge verso forme ordinarie di solitudine. Tentativi quotidiani di protezione. Ci sentiamo assediati, non possiamo farci niente, e anche l’amore, la gioia della mattina può trasformarsi presto in un’opera di resistenza. Non resistere ma galleggia, dice la voce, lascia che ci sia spazio anche per la tristezza. E quello che vorrei invece è tracciare linee, seguire alberature, sapere che esistano ancora luoghi che non possono essere espugnati. La perdita, la mancanza ci premono verso una gravità anomala che non conosce nomi. Come se avessimo inghiottito un buco nero. Possiamo uscirne indenni? Possiamo ancora essere noi stessi? Non smettere di desiderare. Non dimenticare che i confini della tua vita si spostano, sono più grandi, sono più in là. Si muovono insieme a te.

 

 

[Immagine: Jerry Uelsmann, “The Somnambulist’s Dream,” 2014, particolare].

 

1 thought on “Ogni corpo ritorna”

  1. Una raccolta davvero notevole, per intensità e risultati letterari. Un solo appunto: a crocetti, più che all’autrice (nei taccuini del poeta c’è spesso confusione, ma l’editore ha un certo dovere di controllo): la citazione in esergo, pag 11, non è da Anedda.

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