di Guido Piovene (a cura di Raoul Bruni)
[È appena uscito, per l’editore Ronzani, Oltre la cortina di ferro. Articoli dalla Polonia e dalla Bulgaria di Guido Piovene, a cura di Raoul Bruni. Il libro raccoglie due inchieste uscite sul «Corriere della Sera» tra il 1946 e il 1947 e rimaste finora pressoché sconosciute. Pubblichiamo i primi paragrafi dell’introduzione di Bruni e di uno degli articoli di Piovene]
Piovene oltre la cortina di ferro
di Raoul Bruni
Tra i reportage giornalistici di Guido Piovene, quelli qui presentati, sono forse i meno conosciuti. Nei principali contributi su Piovene si possono trovare in proposito soltanto minimi accenni, e anche Simona Mazzer[1], nella sua biografia letteraria, si limita a elencare questi articoli nella bibliografia finale, senza mai entrare nel merito del loro contenuto; né nei vari convegni accademici dedicati a Piovene, in particolare in occasione dal centenario della nascita, che pure hanno dato ampio spazio al reporter e allo scrittore di viaggio[2], sono stati presentati interventi su questo argomento […].
A rileggerle oggi le due inchieste colpiscono anche per la lungimirante prospettiva europea. Troppo spesso Piovene è stato ridotto all’etichetta della «vicentinità», quando invece nella sua opera emerge, come in pochi altri scrittori coevi, il problema dell’identità europea (si ricordi anche la sua partecipazione alle iniziative della «Société Européenne de Culture» nel corso degli anni Cinquanta[3]). Sotto questo profilo gli articoli del dopoguerra dalla Polonia e dalla Bulgaria potrebbero essere riallacciati alle pagine finali del tardo reportage L’Europa semilibera, in cui Piovene (eravamo ancora nel periodo della guerra fredda) afferma che un progetto di unità europea non può escludere la «parte essenziale dei Paesi d’Oriente», aggiungendo una precisazione ancora molto attuale: «Perché si parli seriamente di un’unione europea qualsiasi, deve però fare progressi quello che sta avvenendo tra Oriente e Occidente. I Paesi dell’Est e dell’Ovest dovranno avvicinarsi, avere regimi non antitetici»[4]. Questa idea dell’Europa è già presente in nuce nei reportage polacchi e bulgari. […].
Per Piovene essere inviato dal «Corriere» oltre quella che sempre più spesso veniva chiamata cortina di ferro rappresentava un’occasione per visitare due Paesi a cui, dopo la divisione dell’Europa in blocchi contrapposti, era sempre più difficile accedere. Pochi erano i giornalisti occidentali ammessi negli Stati dell’Est, e, inaugurando la sua corrispondenza dalla Bulgaria, Piovene scrive che si tratta forse della «prima volta che un italiano si reca, con l’intenzione di darne notizia al pubblico, al di là di quella che si è convenuto di chiamare “la cortina di ferro”» (Un giornalista italiano passa la «cortina di ferro»). Oltretutto, i pochi corrispondenti autorizzati dovevano muoversi sotto la sorveglianza delle autorità locali, che esercitavano un rigido controllo sui servizi. E non mancavano i giornalisti che, per compiacere i regimi dei Paesi dove operavano, scrivevano articoli apologetici e acritici. Lo stesso Piovene ricorda che a Sofia era ospitato in un hotel insieme a «una specie di “troupe” di giornalisti prezzolati, di tutte le parti del mondo. Sono giornalisti che passano la loro vita girando da uno all’altro dei Paesi balcanici, ospiti di quei governi. In cambio accettano di firmare attestati sulla regolarità delle elezioni, inviano corrispondenze elogiative, pronunciano ad ogni banchetto interminabili brindisi bellicosi» (Questo Petkov impiccato era un uomo coraggioso).
Piovene arriva in Polonia e in Bulgaria in un momento di svolta per la storia di entrambi i Paesi. Terminata da poco la guerra, Polonia e Bulgaria erano finite sotto la sfera d’influenza sovietica. Il processo di sovietizzazione non avviene però subito, ma per gradi. Inizialmente l’Unione Sovietica favorisce l’instaurazione di quelle che venivano presentate come «democrazie popolari», dove poteva esserci, almeno in una prima fase, anche qualche spazio di pluralismo. Successivamente, però, quelle «democrazie» vengono sostituite da regimi totalitari, non di rado attraverso la repressione violenta di ogni forma di opposizione[5].
Piovene racconta questa complessa situazione politica con lo sguardo obiettivo del cronista, senza pregiudizi anticomunisti né filocomunisti. Nel primo articolo della sua corrispondenza polacca, pubblicato il 26 aprile 1946, definisce i mutamenti politici in corso come «una rivoluzione […] quasi incruenta, tuttavia radicale, di cui sono stati già fatti i passi decisivi» (Lo sterminio compiuto dai tedeschi ha semplificato la lotta politica). Il fermento politico in atto appare a Piovene così significativo da fargli affermare che «un viaggio in Polonia è oggi interessante come forse in nessuna altra Nazione d’Europa» […].
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La città sarà rifatta e rifatto il suo modo di vivere
di Guido Piovene
Varsavia, [9] giugno [1946]
Lo stato presente e quello futuro della Polonia, come già si è accennato, trovano la loro immagine nell’aspetto di Varsavia e nei progetti per la sua ricostruzione. Varsavia è una città distrutta per l’80 per 100. La parola «distrutta» qui ha un valore preciso, non approssimativo come si usa talvolta per caricare le tinte. La parte monumentale è scomparsa, raschiata via con metodo dalle SS dopo l’insurrezione. Sotto le rovine giacciono ancora oggi 70 mila cadaveri. Questo paesaggio di rovine non dà tuttavia un senso di disperazione, quasi di spossatezza fisica, come danno ad esempio Danzica e Breslavia. Qui tutto parla invece di attaccamento alla vita. La gente che riempie le strade (una folla di tono scuro, vestita alla bell’e meglio, con il fazzoletto le dame e con il berretto gli uomini, senza nessuna pretesa di distinzione: la folla consueta dei Paesi in fase rivoluzionaria) è attiva, cordiale e vitale. Essa approfitta di qualunque avanzo di casa per insinuarsi dentro e stabilirvi una dimora. Persino nel quartiere intorno alla reggia vi è chi riesce a incunearsi nei cunicoli di macerie nonostante i divieti. I pianterreni delle case sono stati riattati rapidamente a bottega, così che la sfilata delle botteghe è ininterrotta, vivace e quasi allegra. Già si è detto dell’abbondanza di generi alimentari venduti al mercato libero, compresi i dolci e il caffè; ma ogni specie di merce si trova con facilità. Il problema dell’acqua e della luce elettrica è ormai risolto. Dopo un paio di giorni la vista della folla e delle botteghe aperte sopraffà nel visitatore quella delle rovine, che tendono a diventare un’impressione, si direbbe, di secondo piano.
Certo chi non entra nel giro degli interessi che conducono questa popolazione e dei suoi problemi per rifarsi e sussistere si sente di troppo a Varsavia. Vi è un solo grande albergo, il «Polonia», quasi interamente occupato dai diplomatici e dalle missioni straniere. Un altro grande albergo si va riattando. La vita dello straniero ha poche risorse: il teatro, eccellente, e quei tre o quattro ristoranti, dei quali ho già parlato, gestiti e serviti da giovani donne provenienti, almeno in parte, dalle classi decadute. Dico «almeno in parte» perché lo straniero in Polonia tende a cadere nella strana illusione ottica che si ha nei Paesi dopo una rivoluzione, per cui ogni cameriera diventa una ex-principessa. Ad ogni modo quei tre o quattro ristorantini sono i superstiti nuclei di eleganza che ancora restano in Varsavia, insieme con i negozi degli antiquari, tenuti pure in prevalenza da ex-aristocratici, e alimentati dalle famiglie in rovina.
Colpisce nella popolazione polacca, a qualunque tendenza politica appartenga, l’intensità dello spirito religioso. Mi è rimasta impressa una grande chiesa di Cracovia, interamente gremita di bambini, che sembravano prossimi a partire per una crociata degli innocenti. A Varsavia la folla si pigia nelle chiese semidistrutte, e, se non sono che macerie, si versa a turno nelle cripte sotterranee. Ero a Varsavia la domenica delle Palme, e sono potuto penetrare a fatica in una di queste cripte, dove una folla ardente faceva ressa per far benedire dal prete non rami di palme e di ulivi, come usa da noi, ma piccoli mazzi di fiori veri o finti, e soprattutto rami ornati di gemme primaverili, secondo una gentile usanza di questi Paesi.
Ma più interessante di quello che Varsavia è attualmente è quello che sarà Varsavia. Questa città di macerie, ma viva, tenacemente amata dalla sua popolazione sarà ricostruita nello stile di una metropoli che sorge dalla «tabula rasa». Sarà cioè il primo esempio di una metropoli interamente razionale, una specie di capitale del regno dell’utopia. Non voglio ora entrare nei particolari del piano decennale che mi è stato illustrato. Esso prevede che i grandi edifici storici siano rifatti come prima, arrestandosi solo di fronte all’impossibile, con un criterio forse più accentuatamente conservatore di quello che, sebbene in modo confuso, sembra prevalere da noi. Tolta questa zona storica, il resto della città sarà moderno, con grandi giardini e spazi, separando le varie attività in quartieri distinti, ciascuno dei quali avrà uniformi caratteristiche architettoniche dovute alla sua funzione. Riuniti in un gruppo e maestosi saranno gli edifici del Governo e delle autorità; si avranno il quartiere degli affari (la City), la città universitaria, il quartiere industriale, un altro quartiere industriale dall’altra parte della Vistola per le industrie che possono nuocere alla salute, il quartiere per le abitazioni degli industriali e degli impiegati. Le zone di case alte si alterneranno a zone di case basse, quelle alte divise da spazi e da parchi di maggior respiro. La creazione, in dieci anni di una metropoli razionale nel cuore della Nazione dà un’immagine esatta della Polonia d’oggi, che trovando rovine ha rifatto fin dalla base il suo ordinamento sociale secondo un piano di riforme, e si trasforma in un Paese industriale di tecnici e operai.
Per quanto riguarda Varsavia, la spinta a questa enorme ricostruzione, o meglio costruzione nuova, è data dal sentimento polacco, dall’attaccamento profondo di ogni Polacco per la sua capitale. Grazie ad esso è stata scartata ogni specie di suggerimento che tendeva a diminuire l’importanza di Varsavia, compreso quello di spostarla ricostruendola un po’ più a nord o a sud. Questo attaccamento a Varsavia non è solo emotivo, ma in parte anche ragionato. Paesi dai confini dubbi e fluttuanti, che soltanto ora si cerca di rendere definitivi mediante l’espulsione delle minoranze, la Polonia si riconosce nell’esistenza di Varsavia, trovandovi uno dei motivi più forti della propria realtà, del suo diritto ad essere come nazione, direi una radice che la lega alla terra. Perciò il cordoglio pubblico per la rovina di Varsavia è stato grande, ed è quasi impetuoso l’impegno a ricostruirla. Lo «slogan» usuale un tempo diceva che la Polonia è una specie di argine dell’Europa verso l’Oriente. Si tende a sostituirlo adesso con uno «slogan» diverso. Misurando l’Europa, si dice, dagli Urali all’Atlantico, dall’Artico al Mediterraneo, ci si accorge che la Polonia non è né Oriente né Occidente, ma occupa proprio il centro. La Polonia, e non la Germania, è il centro dell’Europa, e ha il compito che proviene da questa sua posizione geografica. Ed il punto centrale della Polonia, Varsavia, non già Berlino, è il centro dell’Europa intera. La grande città razionale che sorgerà sulla Vistola deve essere dunque il centro del nostro continente, il ponte tra l’Oriente e noi, l’ombelico d’Europa […].
Note
[1] Cfr. S. Mazzer, Guido Piovene: una biografia letteraria, Fossombrone, Il Metauro, 1999.
[2] Cfr., in particolare, Viaggi e paesaggi di Guido Piovene, Atti del Convegno, Venezia-Padova 24-25 gennaio 2008, a cura di A. Zava e E. Del Tedesco, Pisa-Roma, Serra, 2009.
[3] Cfr. M. C. Bouvier, Guido Piovene e la Société Européenne de Culture, in Guido Piovene tra idoli e ragione, Atti del Convegno di studi, Vicenza, 24-26 novembre 1994, a cura di Stefano Strazzabosco, Venezia, Marsilio, 1996, pp. 187-190.
[4] G. Piovene, L’Europa semilibera, cit., p. 356.
[5] Per un primo inquadramento della situazione storica della Polonia, della Bulgaria, e più in generale dell’Europa centro-orientale nel dopoguerra, cfr. S. Bottoni, Un altro Novecento. L’Europa orientale dal 1919 a oggi, Roma, Carocci, 2011, in particolare, pp. 101-141 e F. Guida, L’altra metà dell’Europa. Dalla Grande Guerra ai giorni nostri, Roma-Bari, Laterza, 2015, in particolare, pp. 85-199.