di Luciano Neri

 

[Pubblichiamo una selezione di testi da Opera buffa di Luciano Neri, uscito in questi giorni per Tic Edizioni]

 

ATTO QUINTO

 

Scena prima (Fine del mandato)

 

Mentre dal bosco si stavano avvicinando, alle spalle dell’azione al momento che si è dispiegata in pochi esemplari armati, nel ruolo che si guardano a lungo inosservati i personaggi, le loro copie aggiunte e poi sottratte alla massa che sono senza dubbio le immagini più diffuse tra queste scene appena passate e quelle seguenti, quelle fuori scena con una parte della loro presenza, per studiarsi alle condizioni di uno sguardo reciproco, alle espressioni contemporanee, e ora per cancellare l’altro di alcune sviste dell’epoca, al termine ultimo di un’impresa in fondo solitaria per ciascuno, avviato fuori campo aperto, nel remoto di quel tipo idealmente delle azioni che stanno per finire, o sono già immerse nel fondo di un lago, sono finite senza ancora saperlo.

 

Scena seconda (Agnizione dell’eroe)

 

Una presenza inseguita a lungo termine e adesso scomparsa al posto di una trama alle costole che valeva ancora di assecondarla forse una scorciatoia in mezzo ai ginepri e ai suoni sinistri di una natura invadente, che avevano intrapreso solo nel pensiero quella via alle spalle della scena, anche temendo che gli aiutanti ruvidi li potessero abbandonare / li abbandonassero con un ordine della / alla stessa guida, e avevano scommesso ciascuno su un altro interrogativo a finire forse nel dimenticatoio di chi avrebbero voluto raggiungere a vicenda, il loro piano di forzare la linea tra il lago e il bosco senza ancora la rinuncia superiore a un ordine, e a questo punto poteva andare bene anche un’altra occasione che forse avevano contato le figure tra loro mimetiche prima del confine, con dei segni visibili dall’altra parte della selva.

 

Scena terza (Tableau delle ipotesi finali, ancora)

 

Le nobildonne interne ai destini di alcuni del periodo del genere, presenti i loro volti insieme alla sparizione poco prima dell’inizio e adesso sul finire dell’ultimo atto (due scatti), per il suo verso alla riapparizione, alla fine in veste che vuole scorgere adesso più il prima dei tempi andati rispetto al dopo secondo i ripensamenti di una massa che lo ha inseguito, con il suo sguardo atterrito (scatto), alle spalle a sorprendere il dopo a venire complici insieme in direzione del paese di Bellamorte, che si tramandano in segreto il luogo ubicato sulla carta, con le superfici che avevano generato chimere e accecamenti (panoramica), ai lontani che ci stanno ripensando che non si trovano / si troverebbero alla fine delle comparse (scatto) appena all’inizio del loro mandato, e i feldmarescialli (scatto) delle reciproche ambasciate all’insegna dei discorsi generali, di fronte a un’ultima mossa che invade a sorpresa la Polonia e la Crimea verso dove si è diretti, che uno le ha sognate (scatti notturni) a occhi aperti dal corridoio baltico e dal Mar di Marmara, con le sue future alleate (in primo piano), stante inerme statuario (scatto) si immagina pure che fa specie dinanzi alle future concubine (scatto), travestite / trasfigurate alla direzione della selva prossime che per un attimo si è vista scivolare sotto le foglie la loro maschera struccata (scatto), a raccogliere le cose perdute alla radice, ancora dietro invisibili gli esemplari umani (scatto) che si preparano alla memorialistica (sviluppo) e dinanzi gli accompagnati al muro (scatto) nei pressi del lago dopo averlo ripetuto al suo compianto sodale che all’Ara Pacis (scatto) non c’era / non ci sarebbe stato più spazio nelle esequie per intrattenerli a vicenda, nella camera oscura.

 

Scena quarta (Liquidazione del danno, rimozione della mancanza)

 

Le diverse trame in parallelo a chiudersi per un finale di fronte al volto abulico, osservatore non più partecipe e sempre più che è distanziato, dei doppi ambivalenti che si guardano insieme dietro le feritoie e le lamiere (9 mm) dei mezzi blindati, mentre davanti tutta la vita in questi frangenti che si vorrebbe rimuoverli a scorrere tanto più velocemente nella pellicola interna in un secondo appena che sta mancando al coraggio, e se ne assume il respiro per rivederla di nuovo immusonita e immobile una biografia tanto attesa di essere rivista superata e ripercorsa, ancora per un secondo prima di essere compiuta proprio nell’atto della sua fine attuale, all’ultimo istante del genere drammatico, all’ultimo respiro.

 

Scena quinta (Marchiatura dell’eroe)

 

Delle diverse trame proprie in parallelo per un finale di fronte al volto abulico del protagonista, più distanziato e meno partecipe, all’interno dell’osservazione dei doppi ambivalenti che si muovono a protezione dietro le feritoie e le lamiere (9 mm) dei mezzi, quando ti passa davanti tutta la vita in questi frangenti che si vorrebbe rimuoverli al chiuso a scorrere tanto velocemente, nella pellicola interna di una vita in un secondo appena che manca il respiro a rivederla di nuovo tutta immusonita e immobile, una biografia attesa di essere rivista ancora prima di essere compiuta / assistita con l’ultimo atto della vicenda, allo stato attuale del suo momento, superata e ripercorsa.

 

Fine (Dissolvimento)

 

Fermi alcuni minuti che si rivolge a lungo una biografia alla guida nella linea di una colonna che si è separata definitivamente, distanziata del tutto dall’osservatore, convinti di fissarla con delle frasi, con i dialoghi dei sottintesi resi agli impliciti che uno non può dire quello che vorrebbe in mezzo alla natura, in un luogo remoto delle azioni che si stanno perdendo, all’epilogo dell’ultimo atto, nel momento di una fine così attuale che adesso è il meno partecipe, a seguito di una pausa istantanea accordata da esemplari umani di caccia all’uomo dell’epopea. Lui proprio che ci mette / ci ha messo del suo a quello che è rimasto appeso della trama maggiore, in anticipo solo di qualche anno adesso alle inseparabili solitudini, da sé stesso a emanazione quando le sue presenze dei boschi si sarebbero emancipate, adesso fermo e immobile di schiena, dinanzi ai creatori dell’epoca.

 

LEGENDA

 

Mentre i cristiani andavano ad assediare Gerusalemme, si legge poi, un bellissimo giovane apparve a un sacerdote. Disse di essere a capo delle armate del Nord e avvertì i presenti che se i cristiani avessero condotto a Gerusalemme la sua guida, che aveva dominato già una volta le potenze del bosco da lui stesso evocate, egli avrebbe preso parte all’assedio. Mentre i cristiani non osavano adesso dare scalata alle mura della città, per tornare ai fatti, il giovane apparve di nuovo rivestito di una bianca armatura su cui risplendeva una croce rossa e fece segno ai combattenti di seguirlo senza timore fino alla vittoria.

 

[Immagine: Alessandro Pavolini].

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