di Luigi Riccio
[Presentiamo la prima sezione della raccolta Ovologio di Luigi Riccio, appena uscita per Mar dei Sargassi]
C’è una volontà di lettera maiuscola, un disciogliere il quanto
che dal midollo i canali di vetro fulmina (segue
il colpo del cristallo liquido dunque la bocca
bianca. Poi il punto di farina. Il salto).
Cosa
cerchi? È gonfia di acqua la tua lingua salata,
la tua vena
cobalto, la tua corteccia. Il tuo tratto scorre.
*
(Si cibano i bimbi dell’ignoto bianco al pelo di
acqua, con le pinze della fame sottile e con la carità
democratica del siero. Si cibano giorni
dopo il giro che ancora abbonda, a tentativi
per festa. Si cibano per sfregamento, per eritema
aperto, per appetito marino, per fotosintesi
attaccata alle coste, per sempre e tutto. Si
cibano a impressione sazia.)
Questa mattina hai letto di avere confini diversi, uno stormo
dalla tua pelle a mollo. Ti descrivi
come un banco, hai un calore di pancia (e come li porti
e nutri questi pulli di capoccia d’acqua, come li amministri?).
*
Ancora è dal parto dalla pancia gialla
del rosmarino gonfio di schiuma che inizia,
o che respinge e si espande in saliva
bianca dal puntinato micelio a nutrirsi, come in un collare
una perfezione di scarto, il disastro sterile dei tratti,
delle morelle. La linfa.
Ma, dopo la scorporata
fola del suo correre, c’è
la carne che apre il suo colore – focolai di luce,
il condominio
polimero delle meduse brillanti che dalle cellule
di sale come mille vetrini ci fissano;
*
Per l’inavvertito filare il risveglio idrico
dei singolari pullastri – per i ristagni – coi loro passi di
calligrafie ombelicali,
l ’istanza
di inattuali corpi: una congenita
arrendevolezza del leggere li acchiappa – quanto è difficile
e lungo decifrare la traccia e come potevano –
ma non è un bene ci sia
un crescere se da stemmi e mostruosi
risalti.
*
Ancora incrostazioni
del mare fatto di calce. Un corno
d’inganno o di dimenticanza, uno scambio di pozze.
Due monti coniugati nella dinastia
grafica non fanno certo un regno: tuo padre
era un tirannosauro e un conte in quel gioco
d’azzardo che facevate. Una lotta,
raccontarsi a una iota, a punti,
a mezzoguscio
di scodellato là e che poi zampina
a piedipapera se gli va bene. È idillio raro. E poco
oltre come detto si scoagula.